giovedì, Dicembre 12

Spagna al voto: la speranza degli indipendentisti si chiama Pedro Sànchez Ecco i protagonisti e i temi principali delle prossime elezioni spagnole, ne parliamo con Matteo Villa

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Domenica 28 aprile in Spagna si svolgeranno le elezioni generali. Saranno circa 37 milioni gli spagnoli che si recheranno alle urne per il rinnovo delle Cortes Generales, il Parlamento spagnolo bicamerale costituito dal Congreso de los Diputados e dal Senado de España. Per la Camera bassa dovranno essere eletti 350 deputati, mentre per il Senato, composto in totale da 266 seggi, saranno 208 i senatori eleggibili dai cittadini, mentre i restanti 58 verranno nominati dalle assemblee legislative delle comunità autonome: ogni comunità ha il diritto di eleggere un senatore, il resto viene distribuito in base al numero di abitanti di ciascun territorio.

Le elezioni, in realtà, si sarebbero dovute svolgere lanno prossimo, ma una crisi di Governo aperta dagli indipendentisti catalani, che appoggiavano esternamente l’Esecutivo,  ha fatto saltare il banco lo scorso febbraio. La questione catalana, infatti, è riemersa nel gennaio scorso, quando il Governo guidato dal leader del PSOE (Partido Socialista Obrero Español), Pedro Sánchez, si è rifiutato di continuare le trattative ad oltranza con i gruppi indipendentisti –  ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) e dal PDeCAT (Partit Demòcrata Europeu Català) su tutti – dopo che il 20 dicembre si era arrivati a redigere un documento, la ‘Declaración de Pedralbes’, nel quale si era riconosciuta l’esistenza di un conflitto sulla Catalogna e si promuoveva la via del dialogo.

La crisi è definitivamente esplosa il 13 febbraio – paradossalmente il giorno successivo  all’inizio del processo contro i leader catalani fautori del referendum nell’ottobre del 2017 – con gli indipendentisti che hanno votato contro la Finanziaria proposta dal Governo, di fatto facendolo cadere.

Così, il 4 marzo, con il Decreto Regio 129/2019, pubblicato il giorno successivo sul Boletín Oficial del Estado, sono state ufficialmente sciolte entrambe le Camere e, contemporaneamente, convocate nuove elezioni generali. Gli spagnoli, dunque, sono pronti a recarsi alle urne e lo faranno più di una volta in meno di un mese. Oltre alle generali di domenica prossima, infatti, a fine maggio si voterà per le elezioni europee che, in Spagna, coincideranno con le amministrative e le regionali.

Logico, quindi, immaginarsi che l’attività politica sia in fermento, con i partiti costretti a gestire più campagne elettorali ed affrontare temi differenti. La questione catalana, però, lungi dall’essere sopita, è rimasta al centro dei dibattiti elettorali delle varie forze che si contenderanno la scena politica

I sondaggi danno in testa il PSOE di Sánchez con il 29%: i socialisti  stanno sensibilmente aumentando i loro consensi e, nonostante gli screzi dei mesi scorsi con gli indipendentisti, potrebbero essere di nuovo loro ad insediarsi alla Moncloa. I partiti catalani, infatti, potrebbero appoggiare più facilmente un Governo di centrosinistra, più aperto al confronto, che una maggioranza di centrodestra con forti tendenze nazionaliste. Questo perché, dopo la sfiducia all’ex premier, Mariano Rajoy, nel giugno 2018, il PP (Partido Popular), ora guidato da Pablo Casado, ha visto costantemente crollare il suo bacino di voti a favore del partito nazionalista di estrema destra, VOX, che fa sua una retorica franchista. In poco meno di un anno, il partito fondato e presieduto da Santiago Abascal è passato dall’1-2% all’11%: una crescita esponenziale che fa dei filofranchisti la vera mina vagante e la possibile sorpresa di questa tornata elettorale.

A completare l’universo di destra, sulla sponda moderata, vi sono i liberalisti di Ciudadanos di Alberto Rivera che si attestano al 15%. Al 13% c’è Podemos, il partito di sinistra guidato Pablo Iglesias Turrión, che la scorsa legislatura ha garantito l’appoggio esterno necessario al PSOE per poter governare.

Tra l1% ed il 3%, invece, vi sono tutti i partiti regionali e indipendentisti che, in caso non si riesca – cosa più che probabile – a formare una maggioranza coesa, saranno fondamentali per tenere in piedi il prossimo Esecutivo. Per capire, dunque, come arrivano al voto i principali partiti spagnoli e quali sono stati i temi caldi toccati in campagna elettorale, abbiamo intervistato Matteo Villa, ricercatore presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) nell’ambito dell’Europe and Global Governance.

 

Sostanzialmente il Governo Sánchez è caduto sulla Finanziaria per il mancato appoggio degli indipendentisti. Quanto sarà determinante la questione catalana alle prossime elezioni? In caso di vittoria di Sánchez, perché gli indipendentisti dovrebbero sostenerlo nuovamente dopo l’ammutinamento di febbraio?

La questione resta fondamentale a prescindere dal risultato elettorale, anche perché tutti i partiti ne hanno fatto il vessillo polemico. Sarà cruciale e, ovviamente, è stata messa al centro da tutti nelle varie campagne elettorali. Resta, comunque, una questione non sopita in Catalogna perché, guardando i sondaggi, gli stessi cittadini catalani sono spaccati. Ovviamente, il tentativo indipendentista in sé è fallito del tutto. Il panorama politico è iperframmentato, una cosa che nel 2015 ha completamente sconvolto la politica spagnola che prima era abituata ad un bipartitismo sorretto da alcuni regionalismi. Il fatto che sia difficile fare predizioni su quale potrà essere le nuova maggioranza farà sì che, comunque, i partiti regionali acquisiranno un’importanza ancora superiore in questa fase e, dunque, la questione catalana non si sopirà in nessun modo.

Ma se gli indipendentisti non appoggiano i socialisti, come potrebbero appoggiare un Governo di destra?

Per gli indipendentisti catalani non ha alcun nessun senso appoggiare le destre, mentre, dall’altra parte, ha molto senso appoggiare una sinistra socialista che fa passi in avanti sull’apertura alle tematiche indipendentiste. Sánchez, per esempio, ha detto che bisogna trattare perché sa benissimo che non c’è nessun altro che possa dialogare con gli indipendentisti. Io tornerei, però, sul contesto politico che ha fatto cadere Sánchez. Se è vero che gli indipendentisti hanno fatto mancare l’appoggio al PSOE – il Governo Sánchez era un Governo di iperminoranza, aveva meno del 25% dei seggi nel Parlamento precedente, – allora, se i socialisti si rafforzassero, questa mancanza totale di sostegno in Parlamento sarebbe diversa e se, invece, i regionalisti fossero determinati, poniamo con un Governo di centrosinistra, allora l’indipendentismo tornerebbe alla ribalta. Non dimentichiamo una cosa, è vero che i regionalisti hanno fatto cadere il Governo, di fatto perché Sánchez stava facendo marcia indietro dopo gli attacchi di quei mesi, ma, allo stesso tempo, gli indipendentisti sono quelli che gli hanno dato i voti necessari per sfiduciare il Governo Rajoy nel 2018. Gli indipendentisti, quindi, sanno benissimo che se vogliono godere di un minimo di sostegno hanno bisogno che vinca Sánchez e, poi, cercare di costruire qualcosa con lui. Non ci sono altre possibilità.

Le altre forze indipendentiste o regionali hanno la stessa chiusura dei catalani nei confronti delle forze politiche tradizionali?

Per quanto riguarda i baschi la storia è fatta di alternanza nel sostegno a popolari e socialisti, ma molto spesso sono alleanze strumentali, quindi, non è facilissimo delineare la questione. Quello che è sicuro sugli indipendentisti, visto il fallimento dell’esperimento catalano, è che hanno capito l’antifona e, dunque, non stanno chiedendo l’indipendenza, ma soltanto maggiore autonomia. Questo li porta ad essere un possibile alleato di governo per tutte le coalizioni. Dipende poi da come andranno le elezioni, perché saranno pochi i seggi a loro riservati, quindi, o servono veramente oppure restano fuori.

In meno di un anno VOX è passato dal 2% all’11%. Come si spiega questa evoluzione? Su cosa sta basando la sua retorica? Credi veramente che possa raggiungere un così ampio successo domenica prossima?

VOX rappresenta la parte più di destra dell’elettorato spagnolo che si è addirittura sentito tradito dalla moderazione del PP. È una sorta di franchismo di risulta con, in più, programmi contro l’evoluzione sociale che ha vissuto la Spagna negli ultimi anni: è contro i diritti civili per le persone lgbt o, addirittura, contro l’emancipazione femminile. È una parte molto chiusa, provinciale e retriva della cultura spagnola, che, però, riemerge. VOX è emerso, in parte in Andalusia, dall’arrivo di migranti aumentati l’anno scorso, più che triplicati rispetto agli anni precedenti, e ha fomentato la paura dell’invasione migratoria. In realtà, le 60.000 persone che sono arrivate nel 2018, non sono minimamente paragonabili al numero dei migranti che durante gli anni di crisi arrivano in Italia, circa 180.000. VOX, dunque, fa propria una retorica che si basa sulla paura del diverso, che trova sfogo nell’anti-immigrazione e nell’anti-evoluzione sociale spagnola. Chiaramente rivendica anche un anti-tradizionalismo, volendo essere percepito come uno nuovo partito rispetto a quelli tradizionali che andrebbero lasciati da parte. Ricordiamo, però, che VOX non è per niente un partito nuovo perché fa suoi molti ideali filo-franchisti della Spagna pre-transizione democratica. È emerso un po’ all’interno di una crisi dei valori dei partiti. È anche il terzo partito ‘scheggia’ che calca la scena politica spagnola dopo Podemos e Ciudadanos: tutti uniti da questa retorica anti-sistema. Ma, dopo un paio di anni, Podemos e Ciudadanos sono diventati molto disponibili a trattare con il sistema. Non pensiamo, quindi, che VOX, partendo così, resti sempre all’estrema destra, anche se ha costretto gli altri partiti di destra ad inasprire la loro retorica almeno per quanto riguarda le migrazioni.

Su cosa stanno basando la loro campagna elettorale i vari partiti? Quali i temi forti e più discussi?

Su tutti sicuramente l’indipendentismo catalano almeno dal punto di vista struttural-politico. Poi, il secondo, almeno per i socialisti che stanno salendo nei sondaggi, è l’accusa di corruzione verso l’ex classe dirigente. La questione della crisi e della corruzione del PP è stata utilizzata da molti, anche da quelli che dovrebbero essere i suoi potenziali alleati. Due giorni fa, il leader di Ciudadanos, Rivera, ha accusato Casado, leader del PP, di non essere un’alternativa, mentre lui lo è. Questo è un tentativo di posizionarsi come leader effettivo del centrodestra che fa emergere il tema di quanto si è ‘nuovi’ e quanto si è bravi a governare il Paese senza commettere ruberie. La migrazione è un altro dei temi importanti. Il Governo di Sànchez è stato percepito come troppo liberale verso i salvataggi in mare e gli stessi socialisti, alla fine dello scorso anno, hanno fatto un po’ come il PD in Italia nel 2017, cioè una marcia indietro inaugurando una sorta di dissuasione dalle partenze. Ciò gli ha permesso di difendersi dalle accuse degli altri partiti, però, non di fronte all’ascesa di VOX che insiste molto su questi temi e dice che tutti gli immigrati dovrebbero essere rimpatriati. Un altro tema, infine, è quello della crescita economica, che, in realtà, è un tema che è un non-tema. Nonostante l’instabilità, nonostante gli indipendentismi, nonostante la frammentazione politica, infatti, la Spagna continua ad andare relativamente bene, continua a crescere. Quella spagnola  è stata una delle poche campagne elettorali in Europa dove l’economia non è stata del tutto al centro del dibattito. Stessa cosa vale per i rapporti con l’Europa. Solo VOX, infatti, si fa portatore di una ideologia un po’ anti-europea, ma non è il tema principale della loro campagna. Questa è un’altra cosa interessante, cioè l’assenza dal dibattito politico – non nei programmi – della crescita economica e dei rapporti con l’UE ad un mese dalle elezioni europee. Non vi sono stati proclami contro l’Europa.

Quali le prospettive politiche dopo il voto? Si rischia la frammentazione e, dunque, l’ingovernabilità?

Sì, si rischia che continui l’ingovernabilità, un trend che c’è ormai dal 2015. Devo dire che, comunque, la Spagna si autogoverna in maniera quasi eccellente, nel senso che continua a crescere bene e approfitta un po’ dell’inerzia degli altri Paesi europei. Quando c’è instabilità in Spagna, lo spread tra i titolo di Stato spagnoli e quelli tedeschi è, negli ultimi anni, sempre inferiore a quello che c’è tra quelli italiani e quelli tedeschi. A volte, specie in Catalogna, l’instabilità si è trasferita più sui nostri titoli di Stato che su quelli spagnoli, quindi, non c’è tanta percezione in Spagna di questa frammentazione. È sicuramente un panorama ipercomplesso anche perché l’emergere di VOX frammenta ulteriormente l’offerta politica e, viste le intenzioni di voto, anche il tentativo di formare alleanze stabili. Le uniche maggioranze possibili, almeno guardando i sondaggi e le proiezioni, sono maggioranze del tutto instabili. Nessuna delle coalizioni, sia di destra che di sinistra, sembra capace di raggiungere la maggioranza. L’unica che potrebbe arrivarci è quella di centrosinistra, ma dovrebbe scendere a patti con i partiti regionali e fare delle concessioni, ma anche così diverrebbe a sua volta molto instabile. Quindi, in tutto questo quadro, lo scenario probabile è un Governo di minoranza appoggiato dall’esterno come accade ora, cioè con il PSOE al potere e Podemos che gli garantisce sostegno e i partiti regionali che votano a favore o meno.

La cosa più interessante della Spagna, però, è che è un Paese sempre più frammentato in cui le forze anti-sistema non sono emerse, c’è solo VOX al momento, e quelle che sono partite con questo modello si sono successivamente istituzionalizzate. È sì un Paese politicamente frammentato, ma che non ha subito l’ascesa del populismo come negli altri Paesi, anche perché ha giocato un ruolo fondamentale la questione spagnola, dove tutti devono decidere se essere nazionalisti o regionalisti.

Tra meno di un mese ci saranno le europee. Crede che questo voto rispecchierà quello di maggio? Come stanno gestendo le varie campagne elettorali i partiti?

Tutti stanno aspettando il posizionamento di domenica, ma poi non dimentichiamo che lo stesso giorno delle europee ci saranno anche le locali e le regionali. Una serie di voti cruciali per tutti i partiti. Le teste ancora non sono state scelte perché devono scegliere se, appunto, candidarsi alle locali, piuttosto che alle regionali o alle europee, quindi, c’è un po’ di confusione a livello di liste. Per quanto riguardo la campagna, quasi tutti i partiti, a parte VOX, sono relativamente pro-europei. Persino Podemos, che inizialmente aveva sfiorato temi no-euro, adesso è più moderato. Vedremo come verrà impostata la campagna, ma quella spagnola potrà essere una di quelle più miti rispetto alle altre. Secondo me, è interessante vedere cosa succederà dopo dal punto di vista dell’equilibrio delle forze all’interno del Parlamento europeo. Questo perché gli spagnoli sono stati sempre sotto traccia in Europa, dato che i Paesi maggiori sono stati sempre Francia, Germania, Italia e Regno Unito, quindi, dove eleggevano il maggior numero di parlamentari erano poi quelli che svettavano in un gruppo o nell’altro. Gli spagnoli non sono mai stati forti in nessun gruppo, tranne quello delle sinistre, il GUE/NGL. Anche quest’anno Podemos potrebbe essere il primo partito alla guida di GUE/NGL, però, se verrà confermata l’ascesa dei socialisti, e dato che in Italia c’è stato il crollo del PD, il PSOE potrebbe essere il secondo partito – dopo l’SPD tedesca – dell’S&D, ovviamente, nel caso che il partito di Macron rimanga con ALDE. Il PSOE, quindi, sarebbe per essere vicino alla guida dell’S&D, che è anche una forza di maggioranza all’interno del Parlamento europeo. Questa sarebbe la prima volta che la Spagna avrebbe un ruolo di primo piano all’interno dei socialisti. Un’ultima cosa. Persino in ALDE, che non è un gruppo coeso a livello ideologico, potrebbe esserci una crescita spagnola, con Macron primo attore e Ciudadanos seconda forza del gruppo. La Spagna, dunque, accrescerebbe il suo prestigio alle prossime europee, mentre, se ci pensiamo, l’Italia, che dovrebbe rafforzare molto la fazione dei partiti euroscettici, rischia di perdere influenza perché questi partiti non saranno mai nella compagine della maggioranza europea di Governo che sosterrà i lavori della nuova Commissione. C’è il rischio, così, che l’Italia abbia voce all’opposizione, ma non all’interno della maggioranza, mentre gli spagnoli, al contrario, si rafforzano.

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