domenica, Dicembre 15

Sovranità si, ma europea Solo attraverso una più profonda ‘aggregazione’ si possono superare le difficoltà; il tema dei prossimi anni sarà accelerare la trasformazione dell’Europa in uno Stato federale o confederale

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In uno splendido e stringato discorso, a Bologna, in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Giurisprudenza, il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha discusso sul tema della sovranità, in termini di puntualizzazione rispetto alle manie attualmente presenti in Italia e in Europa di ‘difesa’, anzi, ‘affermazione arrogantedella sovranità e alle pretese di opporsi alla globalizzazionecon le armi del protezionismo.
Non è un caso se anche Giovanni Tria, Ministro dell’Economia e delle Finanze, nello stesso giorno, in una Lectio a Tor Vergata non manchi di osservare come la globalizzazione possa essere un fenomeno positivo, anzi, aggiungo io, lo è, purché la si affronti con spalle forti e idee chiare, e cioè non certo ridotti a staterelli irrilevanti e provinciali. Mi riferisco alle pretese di ‘liberare’ gli Stati europei da molti dei presunti ‘lacci e lacciuoli’, nella speranza (assolutamente vana, anzi, folle) di ottenere vantaggi economici dalla diminuzione delle regole europee, che tarperebbero le ali alle brillanti (ma davvero?) possibilità dei singoli Stati e dell’Italia in particolare.
In questa chiave, Tria a proposito dei ‘vincoli’ del
Fiscal compact, osserva come esso sia superato dall’evoluzione della situazione economica e della globalizzazione e quindi richieda uno strumento con un maggior grado di flessibilità, senza, però, puntare ad uno stupido indebitamento continuo, che ci porterebbe al fallimento, e cioè, a mio parere, istituzionale.
In termini analoghi va letto, come vedremo, il discorso lucidissimo e chiarissimo di Draghi, che, tra l’altro, spiega il perché dei problemi del Fiscal Compact, e specialmente indica il modo peruscirne’.

Prima, però, di analizzare a fondo questo discorso, permettetemi di ricordare che del tema ho qui (e non solo) parlato spesso in termini apparentemente eversivi, ma che, nella sostanza (con mio grande piacere), sono confermati da Draghi, che di tutto può essere sospettato, fuor che di essere un repressore della tanto agognata sovranità nazionale degli Stati europei. Anzi, e non a caso, il suo discorso è tutto incentrato sullo sviluppo della sovranità, se mi permettete, ma non (diversamente da quanto scrive Panebianco) della ‘nostra’ o della ‘altrui’, ma di quella europea. Fin tanto che non si capirà ciò, l’Europa resterà unaltro da noi’, e noi italiani saremo votati all’isolamento e alla esclusione. Come si fa a non capire che quando alcuni ‘partner’ europei dicono che non si devono dare finanziamenti ai ‘partner’ con i conti in disordine, dicono in sostanza che l’Europa potrebbe essere non solo senza Polonia, Ungheria ecc., ma anche senza Italia, e ciò sarebbe la nostra fine, ma non necessariamente quella dell’Europa!

Intendiamoci, intanto, sul concetto di sovranità.
Curiosamente, i nostri sovranisti, ‘scoprono’ la sovranità in quello stesso diritto internazionale, che, proprio in quanto sovranisti, negano e combattono … basterebbe vedere l’arroganza anti-internazionale del nostro beneamato Matteo Salvini nel caso Diciotti e Sea Watch, eccetera.
La nostra Costituzione, documento di rara bellezza e perfezione (salvo nelle parti malamente modificate nel tempo), cita la sovranità solo tre volte: per dire (art. 7) che la Chiesa e lo Stato sono ciascuno sovrani nel proprio ordine, che lo Stato può rinunciare a parte della propria sovranità per partecipare ad Organizzazioni internazionali che siano intenzionate a mantenere la pace (art. 11, quello che è stato usato per consentire l’applicazione del diritto europeo), che «la sovranità appartiene al popolo … » (art. 1) -una delle disposizioni più belle non solo della nostra Costituzione, in cui si afferma il principio fondamentale per il quale la sovranità non è dello Stato, ma del popolo. La sovranità dello Stato nel diritto internazionale, è, dunque, nella nostra Costituzione espressione della sovranità del popolo, che vuol dire che lo Stato esercita la sua sovranità nel diritto internazionale, in quanto ciò corrisponda alla volontà o agli interessi del popolo. E quindi è semplicemente ovvio che se il popolo ha più sovranità il popolo ne è contento, gliconviene’, ne ha un vantaggio. Sembra evidente. E infatti io ho sempre ripetuto che la partecipazione al sistema dell’Europa (all’UE, non alle altre organizzazioni europee) non riduce, ma, anzi, aumenta la sovranità degli italiani: un italiano, nelle forme e nei modi in cui ciò accade secondo le regole europee, in qualche modo decide su ciò che deve accadere in Baviera o in Provenza o (udite, udite) a Varsavia e a Budapest.

Il problema -anzi, ‘un’ problema, ed è la cosa che Draghi, in maniera lucidissima, afferma e con grande chiarezza- è che nell’UE, mentre vi sono regole e relativi meccanismi, che rispondono esattamente alla logica che ho detto prima di ampliare e gestire i poteri dei cittadini europei in un ambito più vasto del proprio singolo Stato, grazie al fatto che le Istituzioni europee sono il frutto democratico della volontà dei popoli europei (ciò che fanno il Parlamento, la Commissione, ecc.) e lo fanno quegli organismi nel rispetto delle regole e delle procedure democratiche europee, vi sono altre regole che invece rispondono alla logica puramente internazionalistica dei rapporti tra Stati, dove cioè i rapporti sono tutti di vertice e, solo raramente e occasionalmente, sono sottoposti al ‘controllo’ popolare.

Mi spiego meglio, proprio seguendo il ragionamento di Draghi. Le istituzioni applicano norme e procedure, chiare e predisposte, e agiscono democraticamente -la Commissione, per esempio, della quale fanno parte anche italiani, può essere ‘dimessa’ dal Parlamento europeo del quale fanno parte anche italiani se non soddisfa i desideri del Parlamento stesso, cioè dei popoli.

Viceversa, altre parti dell’attività europea sono frutto degli accordi internazionali tra gli Stati membri, proprio a causa, aggiungo io, delle gelosie ‘sovraniste’ europee, e quindi, per usare il linguaggio di Draghi, fissano delle regole da applicare, piuttosto che delle procedure affidate ad organismi amministrativi per loro natura flessibili. Ciò impedisce, appunto, che in certe cose, come ad esempio i problemi legati al bilancio e all’equilibrio tra debito e Pil, vi sia flessibilità, ma solo regole rigide: sono trattati internazionali, non può esservi flessibilità. Trovo significativo che anche Tria dica sostanzialmente la stessa cosa, che dunque va interpretata in questa chiave, e non in chiave sovranista.

In altre parole, Draghi non lo dice esplicitamente, ma io posso dirlo, come già ho più volte fatto, sarebbe opportuno e vantaggioso per l’intera Europa, a cominciare dai suoi popoli, avere anche una gestione centralizzata dell’intera economia dell’intera Europa e dei singoli Stati; su questo, mi pare, il discorso di Draghi va in direzione opposta (e francamente molto più accettabile) di quello di Tria, che, invece, pensa ad un ridimensionamento dell’Europa, anche come istituzione.

Mentre, osserva Draghi, il problema deriva dalle ostilitàsovranistichedi alcuni Stati (ma questa volta non solo dei soliti, come Ungheria e Italia, ma anche degli altri) che temono, questa volta sì, di ‘perdere sovranità’, ma in realtà, diciamocelo francamente, di perdere potere. Non solo gli italiani, e in particolare i governanti italiani, sono legati al potere, ma anche gli altri Stati hanno ceti politici desiderosi di potere e poco propensi a trasferire quei poteri alle autorità europee. Così come, per citare Tria, anche la stessa globalizzazione crea centri di comando forti fondati solo sull’interesse di chi li gestisce, e quindi con danno di chi ne resti fuori, per essere troppo ‘piccolo’.
Citerei, anzi, una frase di Tria, che mi sembra coincida, quasi testualmente, con le idee di Draghi: «Al suo interno, l’Eurozona può essere interpretata come un cluster (una aggregazione) che nasce col fine di ridurre i costi di transazione attraverso l’adozione di una moneta unica, che richiede però più grandi sforzi di coordinamento rispetto a quella del più largo cluster dell’Unione Europea». È ovvio fino alla banalità, ma non è un difetto, dato che significa che solo attraverso una più profondaaggregazionesi possono superare le difficoltà, non attraverso una ulteriore ‘disgregazione’.
È preoccupante, a mio parere, leggere (F. Verderami, ‘Corriere della Sera’ del 22 febbraio) che taluni Ministri colloquiano con ‘gli americani’ per ottenere investimenti in Italia: è la politica della divisione, dell’accaparramento di qualche favore da chi è contro l’Europa, a scapito del coordinamento e della cooperazione.

Inutile dire che è proprio questo uno dei motivi di difficoltà politica europea e una delle cause del rallentamento dello sviluppo, sia europeo che dei singoli Stati.

Insomma, anche questo Draghi si guarda bene dal dirlo esplicitamente, il tema dei prossimi anni, subito dopo le prossime elezioni europee, quantunque forse meno ‘adatte’ allo scopo, è uno ed uno solo: accelerare la trasformazione dell’Europa in uno Stato federale o confederale, ma comunque con istituzioni centralizzate, ma democraticamente determinate e controllate.

Vedremo cosa accadrà, ma certo continuare a parlare di perdita o guadagni di sovranità è, a dir poco, estremamente miope, ma più probabilmente suicida.
Non a caso, nel discorso di Draghi, più e più volte torna l’avvertimento (sia pure espresso sempre in toni ‘suadenti’ e ‘delicati’) di non correre il rischio di restare soli, soli di fronte a colossi integrati come quello cinese (e del mondo asiatico) e statunitense (e del mondo ‘occidentale’), di fronte ai quali la nostra autonomia o sovranità non servirebbero ad altro che a rivendicare cose irrealizzabili; saremmo schiacciati da simili colossi e ridotti al silenzio, definitivo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.