giovedì, Dicembre 12

Sotto la Banca (d’Italia) la capra campa, sopra la banca la capra (l’Italia) crepa La Banca d’Italia si è accorta finalmente che le cose vanno male. I buoi stanno vagando intorno a palazzo Chigi e la Banca prega di chiudere la stalla. Ma se neanche la Banca riesce a far deviare il demenziale treno governativo, chi mai potrà farlo?

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E così, dai e dai, il clamore della brutta situazione economia italiana ha violato la indolente sonnolenza del nostro glorioso istituto di emissione, che oggi non emette più niente ma che, dietro le spesse mura di palazzo Koch (Banca d’Italia), nasconde gelosamente alte competenze che nessuno si sogna di consultare.

La Banca d’Italia, che Dio la perdoni, noi certamente no, si è accorta finalmente che le cose vanno male. Forse qualcuno è uscito a fare due passi, ha visto i segni della crisi, come i ‘sozzi bubboni’ di manzoniana memoria che annunciano la peste. O forse è squillato talmente forte l’ultimo campanello d’allarme: quando si sono accorti anche lì, al sicuro dalle angosce quotidiane di noi miseri mortali, che l’ultimo tentativo compiuto di piazzare un mucchio di cambiali agli investitori esteri è andato malissimo.

Come si diceva una volta, il cavallo non beve. Hai voglia ad alzare ogni volta la cedola, a promettere interessi sempre in salita, comincia a serpeggiare una certa diffidenza per tali generose offerte. E anche questo, ahimé, era prevedibile e noi stessi lo avevamo previsto. Peccato, perché queste generose offerte costano e costeranno ancora più care a noi tutti. Il servizio del debito, termine elegante per indicare quanti soldi dovremo dare a chi ci finanzia scontandoci le nostre cambiali, aumenterà aggravando sempre di più la nostra situazione debitoria.

E c’è da pregare il Cielo, negli ultimi tempi particolarmente sordo alle nostre invocazioni, che quel magnate della finanza mondiale di nome George Soros sia talmente preso dal compito di salvare la sua natia Ungheria per la seconda volta, nel caso specifico dal populismo che la minaccia, da non guardare dalla nostra parte. Perché se ci guardasse e volesse fare un po’ di soldi, come se non gli bastassero quelle cataste di miliardi su cui sta seduto, qualche giochetto di compra vendita sui nostri titoli ci manderebbe a fondo in breve tempo come il Titanic. Lo ha già fatto una volta in passato; ma allora il solerte istituto di emissione italiano, che ancora emetteva moneta, si dissanguò di milioni di dollari per ricomprare i titoli gettati sul mercato e che nessuno voleva, senza neanche essere informato dal patrio Governo che stava accingendosi a una nuova massiccia salvifica svalutazione della lira e a una nuova gagliarda inflazione. Mezzucci questi del passato, come sempre di corto respiro, ed oggi impraticabili nel Nuovo Mondo Della Finanza Globale. Ma ‘aliquando dormitat Soros’, come si diceva di Omero, a indicare che anche i sommi cervelli dormicchiano. Speriamo.

L’allarme della Banca d’Italia, dicevamo. Le cose devono essere se non gravi pessime se siamo a questo punto. I buoi stanno vagando intorno a palazzo Chigi e la Banca prega di chiudere la stalla. Bene, meglio tardi che mai. Ma se neanche la Banca riesce a far deviare il demenziale treno governativo, dove i due consoli litigano ancora mentre il convoglio si avvicina al ponte che sta per crollare, chi mai potrà farlo?

Ho già detto tempo fa ai pazienti Lettori cui infliggo queste mie note che ho deciso, anche nel comune interesse, di spogliarmi del mio intrinseco pessimismo e di dedicarmi alla speranza. Non posso fare molto. Quando morì Eleanor Roosevelt, credo fosse Adlai Stevenson, un gigante politico del passato di quel Paese oltreatlantico dove imperversano ora gnomi dai capelli tinti, che disse di lei una frase storica: piuttosto che maledire l’oscurità, lei preferiva accendere una candela. Anche io accendo la mia candela, e stavolta la affido al noto convitato di pietra che siede a Palazzo Chigi.

Si è risvegliato anche lui, finalmente, proprio come la Banca, e adesso corre ai ripari. Andando in giro per l’Europa a chiedere pietà, e speriamo che ne abbiano. Me lo immagino che spiega agli euro leader la nostra situazione. “Abbiate pazienza, quelli sono due matti da legare, essi non sanno quello che fanno, non sanno fare una riga di conto, pensano di poter distribuire ricchezza che non c’è”. “Lasciate fare a me adesso con calma ci penso io, in fondo sono o non sono capo del Governo? E l’arte del governare non è la mediazione, la politica non è l’arte del possibile? Datemi ancora qualche settimana, poi io (o Dio, ma questo si guarda bene dal dirlo) provvedo”.

Lo ascolteranno con il loro lieve sorriso sulle labbra, in fondo quasi tutti conoscono l’Italia, quella vera, sotterranea, quel miracolo di paesaggio natura ed arte che frequentano e amano spesso più di noi, quella che abbiamo dimenticato e che ci darebbe da vivere a tutti. Amano la nostra cucina, la nostra affabilità, la nostra ospitalità da veri signori. E dunque ci aiuteranno, è probabile, ma qualcosa dovremo fare pure noi. Con questi esili fili ormeggio oggi il battello della mia speranza in vista delle tumultuose rapide che ci minacciano. E prego. Ma questo è un aspetto intimo di cui non intendo parlare.

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