sabato, Ottobre 24

Sotto assedio talebano: Afghanistan in caduta libera In un’intervista esclusiva per ‘L’Indro’, il Principe Ali Seraj offre uno sguardo unico sull’Afghanistan

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Beirut – Costretto all’esilio dai sovietici nel 1978, il Principe dell’Afghanistan Ali Seraj è ancora una figura determinante per gli affari del suo Paese e, anche da lontano, ha continuato a cooperare per la riaffermazione dell’indipendenza afghana e per la liberazione dalla morsa delle potenze straniere. Membro della famiglia reale e custode della tradizione afghana, il principe Ali è stato la voce della ragione in mezzo al caos. Invece di starsene comodamente seduto sul suo trono, ha dato ascolto sia al popolo sia ai leader delle tribù, costruendo un ponte tra la sedia del potere e le numerose fazioni che oggi popolano il Paese.

In un momento come questo in cui l’Afghanistan è assediato dal terrore (quel terrore che ci era stato dato per sconfitto dalla NATO, sotto l’impeto militare statunitense), il principe Ali ha invitato la comunità internazionale ad aprire gli occhi sul fallimento dei loro rispettivi governi. In un’intervista esclusiva per ‘L’Indro, il Principe Ali Seraj offre uno sguardo unico sull’Afghanistan, restituendoci il carattere caleidoscopico della crisi che il suo Paese sta affrontando e le soluzioni a cui finora i funzionari si sono sottratti.

 

L’Afghanistan, uno dei primi Paesi della regione ad aver assistito all’ascesa dell’estremismo di stampo wahabita, ha vissuto decenni tumultuosi. Come giudica oggi tale minaccia? Il terrore è cambiato rispetto al 2001?

Prima di rispondere alla sua domanda, occorre fare chiarezza: l’ideologia che i fondamentalisti invitano ad abbracciare così come il terrore che ha ispirato innumerevoli campagne di sangue non hanno nulla a che vedere con l’Islam. Non si tratta qui di sunniti o di sciiti… Questo integralismo affonda le proprie radici nel wahabismo, la fede professata dall’Arabia Saudita. Il wahabismo, però, non va confuso con l’Islam: per quanto si possa proclamare islamico, non lo è. L’Islam non approva l’omicidio, l’intolleranza e il settarismo; l’Islam non incita allo spargimento di sangue, alla schiavitù e all’oppressione. Ritengo che i principali mezzi d’informazione non colgano la netta differenza che esiste tra l’Islam e il wahabismo. E per quanto i miliardi di dollari dell’Arabia Saudita contribuiscano a diffondere il wahabismo, ciò non rende più islamica tale ideologia. Eruditi sunniti e sciiti, in verità, hanno denunciato apertamente come tali fondamentalismi siano nemici dell’Islam, definendo il wahabismo un’eresia. Il wahabismo, peraltro, nacque proprio in un contesto di spargimento di sangue al principio del XVIII secolo, a sostegno dell’ascesa della Casa di Saud in Hejaz (l’antico nome dell’Arabia Saudita).

Per quanto riguarda l’evoluzione dell’integralismo, direi che la minaccia che affrontiamo oggi, non soltanto in Afghanistan ma in tutta la regione del Medio Oriente e del Nord Africa, è molto diversa da quella che era in origine. Forse di male in peggio. Basta guardare all’Afghanistan e al modo in cui se ne è permessa la disintegrazione per capire come una cattiva amministrazione e una politica totalmente folle abbiano distrutto qualsiasi possibilità di pace e di futuro roseo per il mio popolo. Gli afghani sono stati traditi dalle potenze straniere. Ci è stato promesso aiuto, ma l’aiuto non è mai realmente arrivato. Sì, sono state schierate truppe militari e fatte molte promesse, ma al terrore è stato permesso di dilagare incontrollato, agli estremismi e ad altri poteri che li alimentano è stato concesso di riorganizzarsi nell’ombra, mentre gli afghani cercavano di superare la povertà e l’instabilità politica.

Oggi il terrore è più pericoloso che mai poiché è divenuto un movimento esteso, un’istituzione se vogliamo. Non parliamo di una piccola comitiva di folli, ma di migliaia di uomini e donne che si sono venduti al wahabismo. È questa la minaccia che le potenze occidentali non hanno saputo affrontare.

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