venerdì, Luglio 10

Somalia tra elezioni e petrolio, con l’Italia sfocata di Silvia Romano La difficile tornata elettorale dopo 51 anni, l’intreccio di interessi geopolitici, un ruolo italiano tutto da venire con ENI protgonista. Ne parliamo con Brendon Cannon, Stig Jarle Hansen, Christopher Rossi

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Tra pochi giorni, probabilmente entro fine mese, si saprà se la Somalia potrà tenere le sue prime elezioni dirette dal marzo 1969 per eleggere Presidente e Parlamento, o se il voto, causa coronavirus Covid-19 e non solo, dovrà essere rinviato. Una cosa è certa: questa tornata elettorale sta riscaldando molto il clima politico nel Paese.

La legge elettorale di febbraio, come abbiamo già avuto modo di spiegare, voluta dal Presidente Mohamed Abdullahi Farmajo, è pesantemente contestata dai vertici degli Stati federali e dalle forze di opposizione. Farmajo sostiene il modello del suffragio universale, gli Stati federali, lamentando di non essere stati coinvolti nel processo legislativo, spingono per rimandare il suffragio universale, e, insieme alle forze di opposizione, chiedono che le elezioni si tengano secondo il vecchio modello basato sui clan, perché, dicono, non ci sarebbe il tempo di organizzare elezioni a suffragio universale, né le risorse economiche per farlo -e nel dire ciò sono sostenuti anche da alcuni influenti analisti locali. Alcune forze dell’opposizione temono che il Presidente Farmajo stia deliberatamente lavorando sul modello del suffragio universale come ad un piano impraticabile, in modo da avere un pretesto per ritardare le elezioni e prolungare il suo mandato. Per altro, secondo alcune fonti, Farmajo non sarebbe così certo della rielezione.

E oltre lo scontro tra le varie anime politiche interne, si aggiunge il fatto che il Paese è al centro di un intreccio di interessi geopolitici decisamente importanti, sia politicamente sia soprattutto economicamente. Il voto sarà tenuto d’occhio dagli attori internazionali che in Somalia, negli ultimi anni, sono stati giocatori più o meno di peso, ma certamente in campo, ansiosi di giocare anche quelli in panchina.
I giocatori in campo sono Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti –e non da adessoe, molto ‘visibili’ sul terreno, il Kenya, con il quale i rapporti stanno diventando sempre più tesi, e l’Etiopia.
Giocano, ma da posizioni variamente defilate: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Norvegia, Turchia.
Tra i giocatori che attendono di giocare sul serio vi è l’Italia.
Per gli uni e per gli altri l’interesse principale è il petrolio e il gas, al centro di una disputa per il controllo di un territorio marittimo nell’Oceano Indiano tra il Kenya e la Somalia di 100.000 chilometri quadrati ricco di vasti giacimenti. Per questi 100mila chilometri Kenya e Somalia sono arrivati ai ferri corti, almeno diplomaticamente, incluso ritiri di ambasciatori. E in questa partita c’è dentro mani e piedi l’Occidente, nello specifico Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italiae Norvegia.

In Italia la Somalia è ritornata agli onori della cronaca in queste settimane in relazione alla vicenda della cooperante rapita in Kenya e rilasciata in Somalia dopo 18 mesi di prigionia Silvia Romano. In particolare la scorsa settimana, quando un ottimo conoscitore delle partite politiche-energetiche come il Presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, in una lunga intervista a questa testata ha detto: «L’attenzione dei media durante questi giorni si è soffermata sull’aiuto dell’intelligence turca all’ottenimento della liberazione della cooperanteitaliana, e non è sbagliato, ma i Paesi al centro della vicenda sono Somalia e Kenya». Paesi nei quali l’Italia ha interessi importanti, potenzialmente importantissimi.

Scavando sulle elezioni somale e sul ruolo degli attori internazionali nel Paese, si riesce avere qualche elemento in più per ragionare sul futuro del Paese e dell’area, e su di un ruolo italiano il cui bando della matassa potrebbe davvero risiedere nella vicenda Romano.
Così abbiamo voluto sentire l’opinione di alcuni analisti e docenti buoni conoscitori dei Paesi coinvolti nell’intreccio somalo.

Le elezioni sono il problema principale del Paese in questo momento, perfino molto più grave della situazione umanitaria che comunque già prima del Covid-19 era elemento di preoccupazione interna e internazionale.
La comunità internazionale, ci spiega Stig Jarle Hansen, professore associato e leader del programma di relazioni internazionali presso l’Università norvegese di scienze della vita, tra i massimi esperti mondiali dell’islamismo in Africa orientale e Yemen, ha insistito sul fatto che le elezioni dovrebbero essere a suffragio universale,questo è impossibile oggi, ma potrebbe lasciare al Presidente Faramajo la possibilità per rinviare le elezioni. La sua progressiva popolarità gli dà questo vantaggio”, una opzione, quella del rinvio del voto, che secondo Hansen determinerà una forte resistenza, forse anche una nuova guerra civile”, perchè l’opposizione vedrà nel rinvio “un passo verso la dittatura”.
Condivide la considerazione di quanto queste elezioni siano problematiche Brendon Cannon, professore associato di Sicurezza internazionale presso l’IICS dell’Università di Khalifa, Abu Dhabi, Il problema della sicurezza innanzitutto “La situazione della sicurezza è in effetti peggiorata dalle ultime elezioni del 2017. Tali elezioni sono state decise da un gruppo di politici ed élite somale e tenute nel complesso dell’Aeroporto Internazionale di Mogadiscio pesantemente sorvegliato a causa di problemi di sicurezza, principalmente attacchi di al-Shabaab. Non vedo come questa volta possa accadere qualcosa didiverso”, compreso il fatto che attori esterni “comeRegno Unito, Italia e Qatar cercheranno di nuovo di influenzare il risultato elettorale”. Il Qatar, in particolare, “sosterrà pesantemente Faramajo con fondi ...”, sottolinea Hansen. Il Qatar, dice Cannon, “lo ha fatto almeno due, se non tre volte negli ultimi dieci anni. Qualche anno fa ho scritto un articolo sull’argomento delle elezioni del 2017, specificando con precisione quali Paesi sostenevano quali candidati e come lo facevano. Il Qatar ha finito pervincere perché la sua gente sul campo era la più organizzata e potente. Ma questo potrebbe non essere il caso, questa volta Stati come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sono molto più preparati e interessati a un risultatopositivo”.
Ed è qui che si entra nell’intreccio geopolitico-economico somalo.

L’attore più importante e visibilmente presente in Somalia è il Kenya. Il Kenya è intervenuto in Somalia nel 2011, rivendicando un diritto di autodifesa per fermare gli attacchi terroristici transfrontalieri di al-Shabaab. Ha messo insieme una coalizione, spiega Christopher Rossi, docente di diritto internazionale presso l’Università dello Iowa, Stati Uniti, “ha reclutato prima l’Etiopia e poi c’è stata la Missione dell’Unione Africana. In alcuni casi, la Somalia ha accusato il Kenya di avere una agenda segreta sostenendo fazioni politiche estranee al Governo somalo. Il Kenya ha ribattuto il fatto che la Somalia cerca nel Kenya un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai problemi interni. L’intervento del Kenya ha limitato con successo la presenza territoriale di al-Shabaab, tuttavia, al-Shabaab non è stato sconfitto e ha mostrato capacità di riorganizzarsi, con l’attacco del Westgate Mall del 2013 a Nairobi, l’assalto del 2015 alla Garissa University, l’attacco del 2019 contro un hotel di lusso a Nairobi, la sua presenza tra i musulmani Banjus nel nord-est del Kenya, e uno sfacciato attacco, quest’anno, contro un’installazione militare utilizzata dalle forze antiterrorismo statunitensi e keniane a Lamu. Il Kenya è stanco del suo impegno di otto anni e sta negoziando un ritiro dalla Somalia con speranza di concluderlo entro il 2021. A tal fine, ha inviato il Ministro della Difesa, Monica Juma, a negoziare i termini per il ritiro delle forze di difesa del Kenya.Questo disimpegno ha creato una profonda ansia tra i suoi alleati, ben ‘coltivati’, in Somalia, che avvertono un crescente isolamento politico, e la prospettiva del disimpegno ha anche fornito alpresidente somalo Farmajo il pretesto per giocarecon gli interessi etiopi che sono in opposizione agliinteressi kenioti”.

Rossi, così, mette sul piatto un altro problema politico molto più scottante, che ci spiega Stig Jarle Hansen, il quale giudica la relazione tra i due Paesi “tesa, ma ancora non del tutto ostile”, ed è una questione di politica interna nella quale il Kenya è entrato pesantemente. Riguarda l’opposizione somala. Nairobi, da quando nel 2011 è entrato in Somalia, i suoi migliori alleati li ha avuti neivertici degli Stati federali -quelli che oggi sono in aperto scontro con Farmajo- in particolare nello Stato del Jubaland, vertici che il Presidente punta a sostituire proprio con questa tornata elettorale. Secondo alcuni osservatori, Farmajo sarebbe disposto usare la mano pesante, puntando sull’aiuto dell’Etiopia, pur di ottenere di avere suoi uomini ai vertici degli Stati federali, almeno i più problematici. “Ci sono diversi problemi qui”, spiegaHansen. “Uno è l’intervento etiope in Somalia al di fuori dell’ombrello AMISOM (AMISOM è guidato da un generale etiope e ha molti soldati etiopi)”,missione per la quale si attende la decisione di rinnovo entro il 31 maggio, “intervenendo a sostegno del Governo di Mogadiscio contro l’opposizione somala nelle regioni, anche contro lo stato regionale Jubaland , con il quale il Kenya è alleato da molto tempo. Questi interventi si aggiungono alle crescenti tendenze totalitarie da parte del Governo somalo e del Presidente Faramajo e del Primo Ministro Hassan Ali Khayre,nel contesto delle quali vengono imprigionati moltigiornalisti. In questo senso l’opposizione somala sta cercando sostegno in Kenya, ma il Kenya è riluttante a darlo, in parte a causa delle tradizioni politiche keniote che in passato sono state molto riluttanti a intervenire in conflitti stranieri (l’intervento del Kenya in Somalia nel 2011 è stato una eccezione). Questi fattori creano tensioni tra il Kenya e il Governo di Mogadiscio, e anche tra il Kenya e l’Etiopia”.

Cannon spiega che l’Etiopia svolge un ruolo importante in Somalia, e lo ha fatto fin dalla sua invasione del Paese, nel 2007, per espellere il Consiglio delle Corti islamiche (CIC) da Mogadiscio. “Il CIC è ancora famoso perché la sua ala militare, al-Shabaab, continua a perseguire l’insurrezione armata in Somalia usando tattiche terroristiche. Le truppe etiopi continuano ad occupare vaste aree del territorio somalo,ottenendo una parvenza di legittimità sotto l’egida della Missione Africana in Somalia, patrocinata dall’Unione Africana (AMISOM). L’AMISOM, composto da soldati di diversi Stati africani, tra cui il Kenya e l’Uganda, è la principale forza di sicurezza e stabilizzazione che combatte al-Shabaab in Somalia. Il fatto che sia il Kenya che l’Etiopia dispongano di un numero considerevole di truppe dispiegate in distinte aree della Somalia significa che entrambi hanno una voce in capitolo in ciò che accade in quelle regioni. In altre parole, l’Etiopia e, in misura minore, il Kenya svolgono un potente ruolo politico in Somalia che, in determinati periodi e luoghi, sostituisce quello del Governo federale della Somalia di Mogadiscio”. E, sottolinea Hansen “l’Etiopia aumenta la tensione intervenendo sempre più all’interno della Somalia a sostegno di Faramajo e contro l’opposizione pacifica e gli Stati regionali”.

L’altro punto di scontro è la questione petrolifera, evidenziata da Brendon Cannon. La frontiera marittima non è stata mai oggetto di controversia tra i due Stati prima che i risultati sismologici indicassero che importanti riserve di idrocarburi potrebbero sovrapporsi alla frontiera marittima dei due Stati. “Il confine non è stato contestato fino a quando le nuove tecnologie non hanno permesso di recuperare le riserve di idrocarburi a prezzi convenienti. Ora, entrambi gli Stati sono ad un punto morto circa il modo migliore per risolvere la disputa sulle frontiere marittime. La Somalia insiste sul fatto che i suoi confini marittimi corrono in linea retta e in direzione sud-est, corrispondenti ai confini terrestri del Kenya e della Somalia. Il Kenya, sostiene che il loro confine marittimo corre verso est in linea retta. Il Kenya ha tentato più volte negli ultimi dieci anni di raggiungere una sorta di accordo con la Somalia”. Nel 2014, la Somalia ha citato in giudizio il Kenya davanti alla Corte internazionale di giustizia (ICJ), chiedendo di ridisegnare il confine marittimo. E questo, delle enormi riserve di petrolio e gas contese tra i due Paesi, è uno dei nodi più importanti, non solo, ma è anche il motivo principale dell’‘assedio’ da parte degli altri attori stranieri.

Christopher Rossi spiega la vicenda inquadrandola in una cornice politica e storicache aiuta a capire quella che altrimenti sembrerebbe solo una disputa legale, per, esclusivamente, interessi economici, che ci sono, e sono prevalenti, ma hanno una radice che li riempie di significati che vanno oltre l’economia.
Questo caso, spiega Rossi, è attinente sia al persistente colonialismo del diciannovesimo secolo, sia alla geopolitica del ventunesimo secolo. I confini che furono disegnati dai poteri imperiali nel diciannovesimo secolo, non prestavano attenzione alla porosità della geografia umana nella regione. Non prestarono attenzione ai tratti malleabili di cultura, religione, lingua, etnia e identità. I cartografi europei hanno imposto tecniche di tracciatura di linee euclidee per delineare lo spazio terrestre, che è oggi alla radice di gran parte della tensione nel Corno d’Africa. C’è un vecchio adagio somalo che contrappone le nozioni europee e di spazialità: ‘Ovunque vada il cammello, questa è la Somalia’. Non è questa la misura con cui gli europei hanno concluso il loro ‘Scramble for Africa’, quando hanno iniziato a spartirsi l’Africa alla Conferenza di Berlino del 1884”.
L’argomentazione dinanzi alla Corte mondiale si riduce a come queste linee artificiali debbano ora essere estese verso il mare, e vi è una vasta area d’acqua a forma di torta e una piattaforma continentale in discussione, il tutto ricco di risorse. Le traiettorie della divisione territoriale svolgeranno un ruolo importante, sebbene non necessariamente un dispositivo, nel delimitare i regimi territoriali marittimi controversi. Le delimitazioni marittime internazionali si comportano con determinati principi ben consolidati, soggetti ovviamente all’interpretazione. Uno di questi principi è che la ‘terra domina il mare’. Questo principio evidenzia la relazione reciproca tra terra e spazio marittimo e tenta di connettere i due attraverso configurazioni geologiche oggettive. Queste configurazioni possono essere influenzate dal prolungamento naturale delle coste, dalle isole e dagli arcipelaghi e da considerazioni eque. Questa estensione della territorialità può infatti solo amplificare il disprezzo coloniale per le popolazioni umane. In tal caso, qualsiasi giudizio del Tribunale mondiale o di terzi potrebbe servire altrettanto facilmente come fonte per future controversie e scontri”.

Un vicolo senza uscita nel quale si muovono i protagonisti, Kenya e Somalia, ma anche gli attori internazionali.
Il caso, prosegue Rossi, “sta andando avanti lentamente, ovvero al ritmo lento della giustiziainternazionale. Ma la tensione e l’intrigo internazionale sono aumentati dal 2019, quando il Kenya ha accusato la Somalia di mettere all’asta i suoi blocchi petroliferi. La mossa è ampiamente considerata inappropriata e prematura dato il fatto che il caso è sub judice (sotto esame legale). E poiché il titolo è controverso, il principio dell’ammonizione – attenzione del compratore – si applica chiaramente a qualsiasi acquirente di blocchi petroliferi contestati in questa regione travagliata. L‘intrigo internazionale associato ai diritti di sfruttamento marittimo di questi blocchi ha fatto schierare le potenze occidentali”.
I negoziati presso la Corte internazionale di giustizia sono stati rinviati più volte, “una nuova tornata dovrebbe esserci nella settimana a partire dall’8 giugno 2020, si tratta dei procedimenti orali nel caso relativo alla delimitazione marittima nell’Oceano Indiano. La Somalia vuole che il confine segua il confine terrestre in una linea diretta verso il mare, mentre il Kenya vuole un confine diretto ad est. L’estrapolazione della frontiera terrestre è probabilmente il principio più pesante per le frontiere marittime, ma circostanze speciali possono alterare il peso di questo argomento” afferma Stig Jarle Hansen.

E qui arriviamo al posizionamento degli attori in campo. Secondo Hansen, la Somalia è riuscita a sfruttare un maggiore supporto internazionale. La Gran Bretagna, afferma Rossi, “sembra riconoscere gli interessi della Somalia. Anche la Norvegia si schiera dalla parte della Somalia.Apparentemente gli Stati Uniti sostengono gli interessi marittimi kenioti come estensione o riconoscimento del ruolo del Kenya nella guerra al terrorismo”. Non è chiaro al momento, afferma Cannon. “tutti questi Stati svolgono un ruolo critico in Somalia e la maggior parte di essi ha scopi trasversali. Sembra che si stia formando un nascente blocco anti-Turchia che riunisce Francia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Grecia ed Egitto (con Israele sullo sfondo), ma ciò ha più a che fare con il conflitto in corso in Libia che con la Somalia”.
Per Hansen “gli Stati Uniti si stanno concentrando sempre di più sulla Cina nel Corno, e sono meno interessati al Corno d’Africa in questa fase (salvo concentrarsi sulla lotta contro lo Shabaab). Regno Unito e Francia sono attori di riflesso, finora si sono astenuti dall’entrare nella battaglia interna in Somalia, mentre l’Italia sembra essere più pro-Governo somalo, ma appare ancora più sfumata di molti altri attori”. Sembra che il Governo di Roma, ci dice Cannon, “non stia giocando un ruolo attivo, almeno non ne sono a conoscenza. Piuttosto, il ruolo italiano viene interpretato, non a caso, dall’ENI. ENI ha noleggiato tre blocchi L21, L23 e L24 dal Kenya, nel 2012. Tutti questi blocchi si trovano all’interno dell’area marittima contesa con la Somalia, fanno parte del suo territorio. Pertanto, i legami storici relativamente forti dell’Italia con la Somalia possono mettere in secondo piano il desiderio dell’ENI di lavorare con il Kenya per sfruttare questi blocchi”.
In quanto alla relazione circa il ruolo dell’Italia in Somalia e la vicenda di Silvia Romano, Cannon e Hansen non vedono un rapporto diretto. Cannon afferma “Non sono a conoscenza di alcuna relazione tra la recente liberazione di Silvia Romano e la disputa sul confine marittimo tra Somalia e Kenya”. E subito dopo aggiunge: “Romano è stata rapita in Kenya, nel 2018, e potrebbe essere rimasta in custodia in Kenya. Secondo quanto riferito, è stata trasferita ad un certo punto in Somalia, e rilasciata a 30 km da Mogadiscio a metà maggio 2020”.

Le potenze occidentali, afferma Rossi, “comprendono che qualunque Paese prevalga, o anche se le parti giungono ad un altro accordo prima che la Corte mondiale pronunci il giudizio,nessuno dei due Paesi ha la capacità di gestire lo sfruttamento delle risorse di questa area contesa. Le potenze occidentali si stanno posizionando per garantirsi un interesse futuro, per garantirsi un pezzo futuro di questa torta di risorse nell’Oceano Indiano”.

Così come si stanno posizionando i Paesi del Golfo, gli altri oltre il Qatar. C‘è chi sostiene che in Somalia i Paesi del Golfo, principalmente Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, stiano combattendo una guerra economica per vincere un rapporto privilegiato con Mogadiscio.
Penso che ‘guerra’ sia una parola troppo forte”, afferma Brendon Cannon. Il Qatar ha influenza politica a Mogadiscio solo perché ha offerto rifugio ai leader della CIC in fuga nel 2007. Questi leader, a loro volta, sono diventati amici di Doha e alla fine sono stati in grado di tornare in Somalia e continuare a svolgere un potente ruolo politico. Ad esempio, l’ex Presidente della Somalia, lo sceicco Sharif Ahmed, per un certo periodo aveva sede a Doha, e, da quel che ha riferito, Doha lo ha aiutato finanziariamente a vincere la presidenza nel 2009. A sua volta, Doha ha finanziato l’elezione di Hassan Sheikh, nel 2012, e l’attuale Presidente, Farmajo, nel 2017. Gli Emirati Arabi Uniti, d’altra parte, sono allergici all’Islam politico, in particolare qualsiasi cosa che assomigli ai Fratelli Musulmani. Hanno tentato di influenzare la politica somala attraverso aiuti, addestramento di Polizia e militari. La disputa all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), del giugno 2017, che contrappone gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita al Qatar, ha portato entrambe le parti a chiedere a Mogadiscio di scegliere da che parte stare. E’ stato a questo punto che la struttura di addestramento degli Emirati Arabi Uniti è stata chiusa e quindi saccheggiata. Il Qatar non è politicamente potente come gli Emirati Arabi Uniti o l’Arabia Saudita. Ha molti soldi, ma gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, hanno la capacità di finanziare e formare le persone in modo efficace. Lo vediamo in Yemen, in particolare. Pertanto, continua la partita tra Stati del Golfo in Somalia”.
Una lettura non completamente condivisa da Hansen, il quale afferma: “il Qatar è solidamente alle spalle di Faramajo e il suo alleato chiave Fahad Yasin ha una stretta relazione con la famiglia reale del Qatar. Gli Emirati Arabi Uniti sembrano aver sostenuto Puntland e il Somaliland in passato, ma si stanno staccando dalla Somalia. L’Arabia Saudita è stata importante nel creare scuole religiose in Somalia aprendosi per un’interpretazione più estrema dell’Islam, ma oggi è meno importante”.

Un ruolo è anche della Turchia, coinvolta in Somalia dal 2011. “Quella che è iniziata come impresa umanitaria”, spiega Cannon, “si è presto trasformata in impresa economica e politica. La Turchia non svolge attualmente un ruolo visibile nella disputa sulle frontiere marittime in corso tra Somalia e Kenya. Tuttavia, ha relazioni più strette con Mogadiscio che con Nairobi”. Puntualizza Hansen che per quanto la Turchia sia vista come neutrale, di fatto sostiene la centralizzazione del Governo Faramajo. “Mi aspetto che la Turchia e il Qatar si allineeranno maggiormente in Somalia in futuro”.

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