Somalia: rinviate le elezioni, a rischio la stabilità Il rischio minore è un rafforzamento delle forze terroriste; il rischio maggiore è una nuova guerra civile condotta dai vari clan e sub clan come avvenne nel periodo 1991 – 2002

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Il mandato di quattro anni del Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, soprannominato Farmaajo, è scaduto lo scorso 8 febbraio. Il Presidente uscente ha convocato un vertice a livello federale e statale il 15 febbraio a Garowe, nel Puntland, per rompere l’impasse rinviando le elezioni parlamentari e presidenziali (previste per febbraio) e, per diretta conseguenza, prolungando il suo mandato. A favore del Presidente vi è il precedente del suo predecessore, Hassan Sheikh Mohamud il cui mandato fu prorogato dal 2016 al 2017. L’opposizione non ha tardato a farsi sentire. Abdirahman Abdishakur Warsame, leader del partito Wadajir, lo accusa di essere un ostacolo alle elezioni, chiedendo l’istituzione di un Consiglio Nazionale per sovrintendere alle elezioni posticipate.

Mohamed Abdirazak, Ministro degli Esteri, è giunto in soccorso di Farmaajo invocando alla Unione Africana e alle Nazioni Unite le clausole di transizione della Somalia indispensabili (a suo parere) per superare la crisi. Secondo Adbirazak, il 2021 sarà un anno cruciale per il raggiungimento degli obiettivi in materia di sicurezza e democrazia. Occorre che questi obiettivi siano portati a termine da chi ha iniziato l’opera, citando una legge parlamentare approvata lo scorso settembre che consente al presidente di rimanere in carica in caso di elezioni posticipate.

Il rinvio delle elezioni ha polarizzato l’opinione pubblica somala che si è divisa tra chi ritiene che la risoluzione parlamentare approvata lo scorso settembre permetta al Presidente di restare in carica e tra chi afferma che l’estensione del mandato è illegale in quanto una semplice risoluzione parlamentare non è sufficiente.

Si sono creati due campi avversi rispettivamente sostenuti da larghe fette della popolazione che non permettono al momento ad uno dei due avversari di imporre la propria volon. Farmaajo si considera ancora Presidente in carica con l’incarico di indire le elezioni. L’opposizione considera la Presidenza vacante. Di fatto si è creato uno stato di limbo politico e costituzionale a seguito delle diverse interpretazioni del rinvio elettorale.

Omar Mahmood, analista senior per la Somalia del think tank International Crisis Group, ha affermato che la Somalia sta nuotando in acque inesplorate perché, sebbene in passato il governo federale abbia avuto proroghe elettorali, queste sono state precedute da un piano di consenso da parte delle parti politiche prima della scadenza del mandato. Cosa che non è avvenuta ora. «Farmaajo ha fiducia grazie alla legislazione parlamentare e alla comunità internazionale che sembra incoraggiare il prolungarsi del suo soggiorno a Villa Somalia. Ma alla fine della giornata, l’impasse deve essere risolto internamente, quindi tutti gli attori politici somali dovranno scendere a compromessi affinché qualsiasi cosa funzioni», ha affermato Mahmood.

La crisi politica giunge in una fase delicata per il Paese. Il ritiro delle truppe etiopi, spostate sul fronte interno del Tigray ha avuto un impatto negativo sul contenimento del gruppo islamico Al-Shabaab. Il ritiro etiope si abbina ad una ‘stanchezza’ delle principali forze che compongono la missione militare africana AMISOM, Burundi e Uganda. I loro reparti sono da mesi schierati in difensiva, paralizzati da problemi interni nei loro rispettivi paesi.

Al ritiro delle truppe etiopi si aggiunge anche quello dei consiglieri e unità speciali americane operative in Somalia contro Al-Shabaab. Ritiro voluto dall’ex Presidente Donald Trump. La decisione è stata confermata dal nuovo Presidente Joe Biden che concorda con il discusso 45simo Presidente americano che è stato ‘sloggiato’ dalla Casa Bianca. Gli Stati Uniti necessitano di ridurre la loro presenza militare in gran parte dell’Africa e in particolare nel Sahel e Corno d’Africa.

Biden in queste prime settimane di mandato sta invalidando molti decreti legge fatti dal suo predecessore ma non quelli riguardanti il graduale disimpegno militare nel Corno d’Africa, Sahel, Iraq e Afghanistan. A cosa è dovuta questa stana continuità in politica estera? Principalmente a due fattori. Le guerre in Iraq e Afghanistan hanno dissanguato le casse dello Stato aumentando le difficoltà economiche interne senza riuscire a sconfiggere il terrorismo islamico. Dai Talebani al DAESH, passando per Al-Qaeda, i terroristi stanno ritornando più forti di prima. La maggioranza dell’opinione pubblica americana si è da tempo schierata contro queste fallimentari avventure militari all’estero che hanno generato guerre senza fine e ora il cittadino comune desidera che la Casa Bianca interrompa il trend guerrafondaio all’estero che non ha risolto nulla se non far aumentare i profitti dell’industria bellica.

Hussein Sheikh Ali, ex consigliere per la sicurezza nazionale della Somalia e fondatore del think tank Hiraal ha affermato su Al-Jazeera che «Al-Shabaab sta approfittando del vuoto di potere per lanciare attacchi contro la capitale e alcune aree della Somalia centrale, in zone che sono state relativamente pacifiche per circa un decennio, evidenziando il fallimento del Presidente, dell’élite politica somala e della comunità internazionale». La scorsa domenica, 12 agenti della sicurezza sono stati uccisi da una bomba sul ciglio della strada fuori dalla città di Dhusamareb (Somalia centrale), dove i leader politici si stavano incontrando con il presidente Farmajo nel tentativo di risolvere i disaccordi sul processo elettorale.

Lunedì primo febbraio Al-Shabaab ha fatto esplodere una autobomba davanti al Hote Afrik di Mogadiscio. L’esplosione ha permesso ad un gruppo di terroristi di entrare nell’albergo protetto dalla polizia e di aprire il fuoco sui clienti. Bilancio 9 morti tra cui 4 sono gli attentatori uccisi dall’intervento delle forze armate federali. Nello stesso giorno a Merca, città costiera a 120 km da Mogadiscio, Al-Shabaab ha fatto esplodere una bomba uccidendo almeno 8 bambini. Sabato 13 febbraio una autobomba piazzata non lontano dal palazzo presidenziale e al Parlamento ha ucciso almeno tre presone ferendone altre otto.  Da una settimana Al-Shabaab sta colpendo alcune aree della capitale con colpi di mortaio.

Alla ripresa delle attività terroristiche di Al-Shabaab si affianca il pericoloso contenzioso con il Kenya per i confini marittimi. Da almeno 14 anni i due paesi si contestano delle acque di frontiera dove sono stati scoperti ingenti giacimenti petroliferi e gas naturale. Lunedì 25 gennaio si sono verificati pesanti scontri al confine tra Somalia e Kenya che hanno interessato la città somala di Bulohawo, nello Stato del Jubaland. Mogadiscio afferma che le truppe keniote accompagnate da milizie somale della Jubaland, hanno attaccato le basi federali somale che si sono difese respingendo gli aggressori. Nairobi nega qualsiasi coinvolgimento keniota.

«Lo scontro avvenuto a Bulohawo è un conflitto interno somalo e il Kenya non è coinvolto in alcuna maniera negli scontri», afferma il Ministro dell’Interno Fred Matiangi. Il vicepresidente dello Jubaland, Mohamud Sayid Adan offre una terza versione della battaglia. Le truppe federali avrebbero attaccato le milizie regionali come forma di repressione dell’opposizione in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali. Sayid Adan non fa alcun accenno della presenza di truppe keniote. Forse un doveroso occultamento teso come favore visto che le autorità dello Jubalandsono sotto l’influenza politica ed economica del governo di Nairobi. Non è un mistero che il Kenya supporta attivamente i movimenti indipendentisti in Jubaland al fine di poter controllare le acque territoriali somale stracolme di idrocarburi.

Per evitare uno scontro tra Kenya e Somalia che si andrebbe ad aggiungere allo scontro regionale in atto nel Tigray che coinvolge anche l’Eritrea, il Tribunale Internazionale del Commercio è stato incaricato di tranciare sui confini marittimi. Per la quarta volta il Kenya ha presentato presso il tribunale una richiesta di rinvio. Richiesta a cui la Somalia si è apposta pretendendo che la Corte si pronunci entro il prossimo 15 marzo.

Il governo somalo non è uscito indenne dal coinvolgimento nella guerra in Tigray. L’intera regione del Mudug è teatro di violente proteste popolari, (con epicentro Galkayo, la capitale) innescate da centinaia di genitori somali, i cui figli e figlie sono scomparsi da quando sono andati in Eritrea per l’addestramento militare. I genitori hanno chiesto al governo di Mogadiscio di trovare i loro figli. Richiesta impossibile da esaudire in quanto sui 2.500 soldati somali coinvolti nei combattimenti durante la prima offensiva militare del 03 novembre 2020, solo 500 sarebbero sopravvissuti.

La triste vicenda dei giovani soldati somali si riferisce alla decisione presa dai principali autori del conflitto in Tigray, (il dittatore eritreo Isaias Afewerki e il Primo Ministro etiope Abiy Ali Ahmed) di utilizzare 2.500 soldati regolare della Somalia come carne da cannone contro le linee di difesa del TPLF. Questi ragazzi, presenti in Eritrea per training militari, sono stati trasportati al confine con l’Etiopia una settimana prima dell’attacco al Tigray (avvenuto il 3 novembre 2020). Il contingente somalo sarebbe entrato in Tigray il 4 novembre assieme alle divisioni della Eritrean Defense Forces che avrebbe assunto il comando operazionale sugli ufficiali somali.

La regione di Mudug si trova nel centro nord del Paese e confina con l’Ogaden (Somali Region, Etiopia), le regioni somali Puntland, Nugal, Galguduud, Hirshabelle e il Somali Sea. È prevalentemente abitata dal clan degli Hawiye controllato dai sub-can Hiraab e Habar Gidir, Nell’insieme il clan Hawiye detiene una forte influenza sociale, politica ed economica che va aldilà della regione, estendendosi nelle regioni di Galguduud, Hirshabelle e Mogadiscio. Il governo avrebbe l’intenzione di offrire 10.000 dollari alle famiglie di ogni caduto ma è restio ad usare la ricompensa finanziaria per calmare i bollenti spiriti in quanto sarebbe una diretta ammissione di colpa in palese contraddizione ai comunicati ufficiali fino ad ora diramati chenegano qualsiasi coinvolgimento militare somalo nel conflitto nel Tigray. Per il Presidente Farmaajo la disputa con il clan Hawiye rappresenta un serio problema.

Esistono inoltre forti dubbi sulla costituzionalità del rinvio delle elezioni. La legge elettorale somala che lo stesso Farmaajo ha firmato nel febbraio 2020 prevede che le elezioni possono essere posticipate solo se si verificano circostanze gravi, tra cui insicurezza diffusa, disastri naturali, malattie, siccità e problemi tecnici. Nell’annunciare il rinvio del voto, il Presidente non ha espressivamente invocato una dei queste circostanze di forza maggiore il periodo di proroga del suo mandato, associato alla nuova data delle elezioni lasciata a discrezione dell’esecutivo presidenziale che per ora si è ben guardato di rendere nota qualsiasi data. Si sta ventilando l’ipotesi di indire tra qualche mese le elezioni amministrative rinviando a data da destinarsi quelle presidenziali.

Farhan Isak Yusuf, un ricercatore del think tank Somalia Public Agenda, avverte che processi elettorali parziali e tentativi di accordi governativi di maggioranza per assicurare un prolungato mandato all’attuale Presidente escludendo l’opposizione, aumenterebbero le prospettive di instabilità e rappresenterebbero una grave battuta d’arresto per lo sviluppo democratico e la stabilizzazione economica della Somalia.

Per evitare lo scatenarsi di un conflitto tra clan o il ritorno in forze dei terroristi di Al-Shabaab alleati alle milizie del DAESH, FarhanIsak Yusuf intravvede solo la via del dialogo a livello federale e regionale. Un dialogo inclusivo che coinvolga anche i capi clan e sub-clan oltre ai leader religiosi, della società civile e dell’imprenditoria. «Tutte le forze politiche, religiose e sociali somale devono scendere a compromessi per salvare le istituzioni ancora vulnerabili e per salvare il Paese dal precipitare nella violenza generalizzata legata alle elezioni. Per raggiungere questo obiettivo, i vari attori somali devono considerare le priorità di interesse nazionale anziché i propri interessi personali» ammonisce il ricercatore Yusuf.

Per Abdallah Ibrahim, direttore del Centro per la ricerca e gli studi strategici dell’Africa Orientale, le circostanze attuali non sono chiare su chi governerà il paese con tutte le incognite ad esso collegate. Per Ibrahim l’origine del problema è l’incapacità di completare il processo di realizzazione della nuova Costituzione. «Mentre la costituzione provvisoria della Somalia prevede che l’oratore parlamentare subentri se il Presidente muore o è incapace, non è previsto chi subentra se il mandato del Presidente scade senza accordi politici», spiega Ibrahim che rimane scettico sulla possibilità di raggiungere un onorevole accordo tra le parti. «Anche se ci sarà un accordo la prossima settimana, la fase di implementazione potrebbe nuovamente interrompersi vista la mancanza di fiducia tra le parti. Questo è lo sviluppo preoccupante, che non esiste un modo chiaro per interrompere questo ciclo in questo momento», spiega Ibrahim.

A prova che le problematiche sollevate Ibrahim sono fondate è la decisione di vari leader dell’opposizione di dichiarare illegittimo il Presidente Farmaajo che ha terminato il suo mandato lo scorso 8 febbraio. Tutti i leader che si sono opposti al rinnovo del mandato nutrono ambizioni presidenziali e sono appoggiati dai loro clan di origine. A dover di cronaca occorre sottolineare che il rinvio della data elettorale non è stato motivato da un ‘golpe costituzionale’ attuato dal Presidente in carica come sostiene l’opposizione ma, soprattutto, dal disaccordo sui modi e i tempi della consultazione elettorale scaturito tra il governo federale, i governi regionali e l’opposizione. Farmaajo è in corsa per un secondo mandato, previsto dalla Costituzione.

La crisi politica derivata dal rinvio delle elezioni preoccupa molto la Comunità Internazionale. Il rischio minore è un rafforzamento delle forze terroriste dell’islam radicale; il rischio maggiore è una nuova guerra civile condotta dai vari clan e sub clan come avvenne nel periodo 1991 – 2002 con una unica differenza. All’epoca i vari Signori della Guerra lottavano per il controllo del potere a livello nazionale. Oggi lotterebbero per l’indipendenza delle varie regioni semiautonome, innescando un pericoloso meccanismo di balcanizzazione al confine con l’Etiopia che, con la scellerata avventura militare nel Tigray, rischia anch’essa la balcanizzazione.

«Lo stallo politico dello scorso anno ha portato ad una deludente mancanza di progressi nella lotta contro al Shabaab e nel miglioramento della sicurezza, nel far avanzare lo sviluppo economico dopo aver raggiunto la prima fase di cancellazione del debito e nell’affrontare efficacemente l’insicurezza alimentare e i disastri naturali che minacciano direttamente molti somali. Risolvere rapidamente l’attuale impasse elettorale è fondamentare per il futuro della Somalia», ha detto Donald Yamamoto, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Somalia, in una dichiarazione ai media internazionali.

La crisi politica somala è stata oggetto la scorsa settimana di una riunione di emergenza presso il Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana e di una riunione presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Entrambe le riunioni sono terminate con la necessità di convincere i leader somali di trovare un consenso e affrontare i punti cruciali della crisi. Le Nazioni Unite esortano governo e opposizione somala a riprendere rapidamente il dialogo per organizzare nuove elezioni, sperando che questa sia la ricetta giusta per risolvere la crisi politica nella devastata nazione del Corno d’Africa prima che si tramuti in conflitto aperto e generalizzato.

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