domenica, Agosto 25

Somalia e Somaliland: quella lunga rivalità tra Nazioni gemelle Malgrado gli interessi comuni che avrebbero nel collaborare, i due Paesi rimangono ostili e il rischio di un conflitto latente

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Le tensioni tra la Repubblica della Somalia e Somaliland rimangono alte e vertono sulla indipendenza della Somaliland, avvenuta nel 1991, subito dopo lo scoppio della guerra civile che ha seguito la caduta del regime di Siad Barre.

Mogadiscio non ha mai accettato la perdita dei territori al nord. Durante la fase coloniale degli anni Trenta e Quaranta la Somalia era sotto il giogo fascista, mentre la Somaliland sotto quello inglese. Nel 1960, al momento dell’Indipendenza, le due distinte identità territoriali decisero di unirsi, creando la Repubblica della Somalia. Con l’avvento del dittatore Siad Barre, il clan del nord degli Isaq vide un progressivo erodere della sua rappresentanza politica a vantaggio dei clan somali del sud. Le politiche economiche varate da Siad Barre impedirono un reale sviluppo economico delle regioni nord che formavano la Somaliland britannica. 

Il malcontento dei clan del nord sfociò in una resistenza armata negli anni Ottanta, quando sorse il Somali National Movement (SNM), guidato dal clan Isaq, predominante nel nord. Nel 1988 Siad Barre soffocò la rivolta attaccando le città di Hargeisa e Burcao controllate dai ribelli. I massicci bombardamenti per conquistare le due città costrinsero mezzo milione di persone a rifugiarsi in Etiopia. Il SNM subì ingenti perdite e perse i territori controllati. La sua forza militare drasticamente indebolita e le sconfitte subite costrinsero il gruppo armato ad una guerra partigiana di bassa intensità. Le truppe governative vennero viste dalla popolazione del Somaliland come forze di occupazione. 

Il SNM risorse alla caduta di Siad Barre, nel 1991. Riconquistando il territorio, forti di un esercito federale allo sbando, incapace di porre resistenza, i leader politici e militari del SNM dichiararono la secessione, creando la Repubblica del Somaliland, con capitale Hargeisa. La mossa risparmiò atroci sofferenze al clan Isaq.

Mentre nel Somaliland la popolazione viveva in pace e si avviava un modesto ma progressivo sviluppo economico, il resto della Somalia cadde vittima della guerra civile.
Le varie forze ribelli che avevano contribuito alla caduta del regime, supportate da potenze occidentali con interessi contrastanti, tra le quali Stati Uniti e Italia, non riuscirono a formare un Governo di unità nazionale e iniziarono un interminabile conflitto per la supremazia totale. Neanche l’intervento della forza multinazionale, sotto egida ONU riuscì a spegnere il conflitto. 
Dopo il ritiro della forza multinazionale, i vari ‘Signori della Guerra’ continuarono a confrontarsi, finendo per essere sconfitti o incorporati da una nuova forza politico militare: le Corti Islamiche. Sotto di esse la Somalia conobbe un breve periodo di stabilità e pace che terminò nel 2007, con l’invasione delle truppe etiopi sostenute dagli Stati Uniti, che mal tolleravano le Corti Islamiche per le loro tendenze religiose, anche se moderate. Fu stabilito un Governo fantoccio e l’intervento etiope creò la resistenza dell’Islam radicale, portata avanti dal gruppo terroristico Al-Shabaab.  In breve tempo questo gruppo terroristico riuscì a conquistare la maggioranza della Somalia e stava puntando alla invasione della Somaliland

Invasione mai avvenuta causa l’intervento della forza multinazionale africana, supportata da Nazioni Unite, Unione Africana, Stati Uniti e Unione Europea. Questa forza militare, composta principalmente da truppe etiopi, ugandesi, burundesi e keniote, riprese il controllo del territorio, permettendo la formazione di un Governo, anche se molto debole ed instabile. Le Al-Shabaab, pur indebolite, rappresentano ancora una seria minaccia e si sono recentemente associale al Daesh. 

Il Governo di Mogadiscio non ha mai rinunciato a integrare all’interno della Repubblica della Somalia i territori del nord, approfittando del fatto che la comunità internazionale non ha mai riconosciuto l’indipendenza della Somaliland.
Le discriminazioni e le violenze subite dai clan del sud durante il periodo di Siad Barre, il caos osservato in Somalia dopo la sua caduta, e la capacità di amministrare i territori del nord permettendo pace e relativo sviluppo economico sono i principali fattori che spingono il clan Isaq a mantenere l’indirizzo di Stato indipendente e a rifiutare di entrare in un sistema federale proposto dalla Somalia.  

La disputa tra Somaliland e Puntland è stata incoraggiata da Mogadiscio anche in risposta al controverso accordo economico tra il Governo di Hargeisa, la multinazionale emiratina DP World e l’Etiopia sul progetto di modernizzazione e potenziamento del porto di Berbera. Mogadiscio ha ufficialmente protestato presso la Lega Araba, dichiarando il contratto illegale essendo, secondo la sua visione, il Somaliland parte integrante della Somalia temporaneamente occupato da forze ribelli. Secondo questa logica l’accordo viola la sovranità territoriale della Repubblica. 

Mogadiscio, dinnanzi a questo rifiuto, ha utilizzato Stati semi-autonomi, come il Puntland, per innescare conflitti su procura, indebolire la capacità militare e l’economia della Somaliland. Nel gennaio del 2018, il Ministro somalo Gamal Mohammed Hassan, visitò la città di Badhabn contestata tra i due Paesi dichiarandola territorio somalo. Dure giorni, dopo le truppe della Somaliland conquistarono le vicine città di Tukaraq Soolo e Sanaag nel Puntland, in risposta alla provocazione del Governo di Mogadiscio, avviando un conflitto con il Puntalnd.

La rivalità tra Mogadiscio e Hargeisa potrebbe essere superata dagli interessi comuni nutriti dai due Paesi, ma è bloccata dai rispettivi nazionalismi che impediscono il sorgere di un genuino e serio dialogo politico.
Tra il 2020 e il 2021 entrambi i Paesi saranno interessati dalle elezioni presidenziali. Il Presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, subisce forti pressioni dalle forze nazionalistiche somale per riannettere il Somaliland anche con l’uso della forza. Il leader di Hargeisa, Muse Bihi, ex comandante del SNM, ha adottato una linea intransigente nella difesa della indipendenza, supportata dai falchi dell’Esercito e del Parlamento della Somaliland, che considerano una bestemmia qualsiasi colloquio con Mogadiscio. 

A questa situazione si aggiungono le interferenze straniere. I Paesi del Golfo nutrono forti interessi nel Somaliland. In particolare gli Emirati Arabi Uniti, che non vedono di buon occhio ogni sforzo teso ad un regime federale con la Somalia. La loro tattica è quella di gestire separatamente i due Paesi. Se nel Somaliland relazioni diplomatiche ed economiche stanno dando ottimi frutti, in Somalia gli Emirati incontrano seri problemi con l’attuale Governo e stanno finanziando l’opposizione, nella speranza di un cambiamento di regime ad essa favorevole. 

La Somaliland ha acquisito maggior importanza geo-strategica con la guerra nello Yemen. Non solo gli Emirati Arabi sono molto vicini al Governo di Hargeisa. Altri attori internazionali stanno allacciando rapporti economici, anche se continuano a non riconoscere la Somaliland come una entità sovrana indipendente. Tra essi Stati Uniti , Iran, Kenya e Cina.
Come contrappeso, Qatar e Turchia appoggiano Mogadiscio. La Turchia sta costruendo la prima base militare all’estero proprio in Somalia. 

Somalia e Somaliland, nonostante queste profonde divisione, condividono molti interessi comuni che potrebbero essere la base per avviare un sensato dialogo e risolvere contrasti strettamente legati ai rispettivi nazionalismi. 
Sul piano della sicurezza, Al-Shabaab minaccia entrambi i Paesi e una cooperazione militare sarebbe efficace per infliggere l’ultimo colpo e debellare questo gruppo terrorista.
Esistono evidenti interessi economici comuni. Il commercio del bestiame la possibilità per la Somalia di accedere alle importazioni ed esportazioni sfruttando il porto di Berbera e il corridoio commerciale che si sta creando tra Etiopia e Somaliland. Si potrebbe, inoltre, avviare joint venture per lo sfruttamento di petrolio e gas naturale presenti in entrambe le acque territoriali. 

Nonostante questi punti di comune interesse, i due Paesi rimangono ostili e il rischio di un conflitto latente. Per evitarlo occorre una mediazione internazionale capace di superare le rivalità e di far ragionare le rispettive forze nazionalistiche. Etiopia e Turchia si sono proposte a giocare il ruolo di mediatore, ma sono due potenze non idonee in quanto supportano rispettivamente la Somaliland e la Somalia, quindi non capaci di assicurare un ruolo di soggetto terzo. 
L’unica entità internazionale idonea ad una mediazione capace di avviare un serio e proficuo dialogo è l’Unione Africana, in collaborazione con Nazioni Unite e Unione Europea. L’ostacolo maggiore è che la Somaliland continua a richiedere di essere riconosciuta a livello internazionale come uno Stato sovrano e indipendente

Hargeisa si appresta a celebrare il 30simo anniversario della dichiarazione della indipendenza e le forze nazionalistiche aumentano la loro opposizione a qualsiasi apertura di dialogo con Mogadiscio. L’impegno di una entità neutrale come l’Unione Africana avrebbe concrete possibilità di fare ragionare i due rivali storici, facendo capire che la distensione e qualsiasi forma di unità federale o cooperativa offrirebbe evidenti vantaggi economici per entrambi i Paesi e rafforzerebbe la stabilità e la pace regionali. L’Unione Africana è pronta ad assumersi questa responsabilità? Al momento la domanda rimane senza risposta. 

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