martedì, Agosto 4

Soft Power: la Cina si ‘vende’. E anche parecchio bene Intervista a Laura De Giorgi e Guido Samarani, docenti di Storia della Cina presso l’Università Ca' Foscari di Venezia

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Wang Fuman, anche ribattezzato ‘fiocco di neve’ è il bambino di 8 anni e che ‘sfidando la neve’, senza sciarpa né guanti e una temperatura di -9 gradi, percorre 4,5 km pur di raggiungere la sua scuola a Zhaotong Cityuna, zona rurale dello Yunnan cinese. Sono le sue umili origini e la sua affermazione «non è faticoso», ad essere stati al centro dei media e dell’attenzione cinese. In seguito alla notizia il Partito comunista cinese ha invitato Fuman, e la sua famiglia a Pechino, e lo ha celebrato come una sorta di eroe nazionale.

L’intento del Governo cinese era quello di rovesciare l’immagine che l’evento avrebbe potuto dare del Paese. Un classico esempio del tentativo di nascondere il problema della povertà nelle aree rurali cinesi, da parte del Partito comunista. «Un saluto sotto la bandiera non risolverà niente», ha scritto il commentatore cinese Zhishang Suping, parlando di quanto accaduto a Fuman. Gli strumenti di soft power sono da sempre stati utilizzati dal Governo cinese. Nel 2007, durante il 17° Congresso del Partito Comunista Cinese, il Presidente Hu Jintao ha per la prima volta chiaramente fatto cenno al Soft Power come strumento per permettere al Paese di centrare l’obiettivo della costruzione di una società moderatamente prospera. Ma oggi qual è l’immagine che la Cina vuole dare di se al resto del mondo? Lo abbiamo chiesto a Laura De Giorgi, docente di Storia della Cina presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. “Credo che ci siano due temi fondamentali,  due aspetti principali che la Cina vuole proiettare all’esterno”, risponde De Giorgi, “quello di un Paese radicato in un’identità culturale, che ha fondamenti storici molto lunghi e che è stato indubbiamente uno dei grandi protagonisti della storia mondiale, e di una tradizione che ha ancora qualche cosa da dire, forse molto da dire, al mondo contemporaneo. Una tradizione poco conosciuta che indubbiamente merita di essere studiata e compresa”. Dall’altra parte vuole dare l’immagine di un Paese “responsabile nell’ambito internazionale, pronto a dare un aiuto allo sviluppo dei suoi vicini, un contributo significativo alla pace mondiale e nello stesso tempo consapevole e forte di una sua identità specifica e decisa anche ad affermare quelli che sono i suoi interessi nazionali che non devono essere percepiti come contrapposti o minacciosi né per i vicini, né per l’equilibrio mondiale”, continua De Giorgi.

Secondo Guido Samarani, docente di Storia della Cina e di Storia ed Istituzioni dell’Asia contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, la Cina starebbe cercando di rassicurare in termini di soft power il mondo esterno, soprattutto i Paesi più vicini a lei in Asia, sul fatto che non ha intenzioni bellicose. “Il suo sviluppo pacifico è una delle caratteristiche centrali della politica estera cinese. È uno sviluppo che non intende interferire negli affari interni degli altri Paesi, ma poggiare essenzialmente sulla cooperazione economica e anche di rendita e scambio e collaborazione culturale”.

La Cina vuole dare l’idea che “la sua espansione in certe aree del mondo, come ad esempio in Africa, è una presenza pacifica, il che non vuol dire che i cinesi non facciano i loro interessi, li fanno su un quadro di maggiore equilibrio e maggiore rispetto delle realtà locali”, prosegue Samarani.

Il quadro della politica estera  cinese, o meglio di come la Cina cerca di far apparire il proprio Paese e come si muove nello scenario internazionale, “mette in luce un rapporto sia di strategia politica, sia anche di retorica e di propaganda”, afferma Samarani. “Ovviamente nei confronti dei Paesi vicini in Asia c’è questo tipo di sforzo, basti pensare ai rapporti con l’Asia centrale, con la Russia di Putin, in parte con l’India, in parte con l’Asia sud-orientale. I rapporti con il Giappone sono di tenore, sono più contrastanti. E poi ovviamente esiste il rapporto con gli Stati Uniti d’America che è molto più complesso come abbiamo visto anche negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. I cinesi ritengono di non poter fare a meno di confrontarsi con gli Stati Uniti, ma considerano gli USA il problema primo dell’instabilità mondiale”, dichiara Samarani.

Dunque, gli strumenti di soft power sono parte integrante del piano politico del Partito Comunista cinese. Oggi impieghiamo il termine moderno ‘soft power’, ma nella tradizione cinese c’è sempre stato questo tentativo di usare la cultura della civiltà per cercare di annodare relazioni più strette con altri Paesi e per cercare di ridurre le differenze e i contrasti. “Io credo che basti vedere la strategia in Asia centrale nell’ambito della nuova via della seta. Viene assegnato un ruolo importante alla cultura, alla cooperazione e collaborazione culturale da questo punto di vista. Quindi credo che i cinesi cercheranno di andare avanti su questa strada”, commenta Samarani.

Anche De Giorgi afferma che sono ormai anni che questo tema è nell’agenda del Governo cinese “ed è inteso come una maniera di accompagnare con una posizione di consenso internazionale quella che è la crescita del potere economico, ma anche politico e militare”.

C’è molta attenzione  a curare quella che è l’immagine internazionale della Cina e a comporre quest’immagine sono vari elementi, compresi anche gli investimenti cinesi all’estero e il ruolo delle comunità cinesi all’estero. “C’è una grande attenzione a riequilibrare quella che è percepita come una posizione di svantaggio nell’ambito dell’informazione e della comunicazione internazionale, quindi anche nell’ambito dei media”, continua De Giorgi. “Spesso ci si concentra forse un pò troppo sull’Occidente, bisogna tenere a  mente che per il Governo cinese la questione di soft power è una questione globale che tocca in particolare anche altre aree del mondo come l’Africa, l’America Latina e non soltanto appunto l’Occidente”.

Strumenti di soft power che in alcuni casi rischiano di limitare lalibertà creativa’. “Uno degli ostacoli che viene spesso messo in luce è legato al ruolo importante che hanno le industrie creative come la televisione e il cinema, spesso vengono considerati strumenti di controllo ideologico, in certi ambiti costituiscono un aspetto negativo, limitano quelle che sono le potenzialità di comunicazione all’estero e quella che è la libertà creativa”, commenta De Giorgi.

Ma, quali sono i canali tramite i quali la Cina agisce per dare di se l’immagine di un Paese sano e sviluppato’? “L’esempio più classico è quello della televisione nazionale cinese che ha moltissimi canali in lingua estera, è molto attiva anche nel creare delle infrastrutture di comunicazione, di informazione, come ad esempio in Africa. La televisione e in parte anche internet, per quanto su internet la situazione sia più delicata, costituiscono i principali canali per la diffusione dell’immagine di una Cina che da una parte enfatizza la sua cultura e dall’altra la sua capacità di essere un Paese sviluppato che persegue un’agenda che avvantaggia sia la popolazione sul piano interno, sia anche in generale il progetto di progresso globale”, risponde De Giorgi. “Anche le collaborazioni cinematografiche e televisive con altri Paesi sono importanti. Sono un qualche cosa in cui la Cina è consapevole che non può fare da sola, ma che deve essere fatto in cooperazione con i media internazionali. C’è tutta una questione aperta sul ruolo delle industrie creative cinesi ed in questo ambito esistono anche le mostre d’arte che rappresentano un canale molto importante. Poi c’è l’ambito accademico e la ricerca scientifica. Anche qui la Cina investe parecchio, sia nell’attrazione di studenti stranieri in Cina, sia nella cooperazione scientifica e culturale con il mondo accademico all’estero”, continua De Giorgi.

Per aiutare a creare un’immagine del genere, la Cina ha investito massicciamente nei suoi media in lingua straniera.

La televisione riveste un ruolo specifico. Ha un numero di canali enorme in lingua straniera: inglese, francese, spagnolo, russo. Ambisce ad essere un grande network internazionale in grado di competere con ‘BBC’, con ‘CNN’ e costituire una voce alternativa non soltanto portando la posizione cinese, ma dando anche spazio a dei Paesi come l’Africa, che non hanno le risorse per avere una voce propria nel contesto internazionale e globale”, commenta De Giorgi. Un esempio di quanto affermato da De Giorgi, è la creazione di un canale di news dell’agenzia ‘Xinhua’ in lingua inglese, molto simile ai modelli occidentali, a completamento dei canali della ‘CCTV’ (televisione di Stato) già visibili in Europa e negli Stati Uniti.

Secondo il signor Joseph Nye, un accademico americano, che ha coniato il termine ‘soft power’ nel 1990, e che i funzionari cinesi riconoscono come un guru sull’argomento, ci sono tre modi principali in cui un Paese può sviluppare soft power: attraverso i suoi valori politici, la sua cultura e la sua politica estera.

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