venerdì, Dicembre 13

Slovacchia: aria nuova a Bratislava con la nuova presidente Čaputová Ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali e sarà la prima donna a ricoprire l’incarico di Capo dello Stato

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Si confermano le indicazioni della vigilia e Zuzana Čaputová, candidata progressista ed attivista ambientalista, è la nuova Presidente della Slovacchia.

Sembrava improbabile scardinare l’equilibrio filo sovranista, conservatore e populista del cosiddetto asse di Visegrad ed invece la Slovacchia muove un passo, allontanandosi da Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Certo, il Parlamento rimane ancora nelle mani del partito Smer, ma la vittoria di Zuzana Čaputová mostra come si possa fare una campagna elettorale pacata, ben argomentando le proprie posizioni ed addirittura vincere la competizione usando vocaboli come tolleranza, equità, apertura, eguaglianza.

Il partito Smer, che ha gestito il Paese negli ultimi tempi e che appoggiava il principale contendente di Čaputová, è un partito oramai in preda alle contraddizioni e che oggi soffre più che in passato della propria opacità: socialdemocratico solo nel nome, nato dalle ceneri del partito comunista slovacco, è divenuto molto presto fautore di una sorta di nazionalismo socialista basato su sovranità ed autodeterminazione nazionale, ma che ha accettato di buon grado che la Slovacchia diventasse beneficiaria netta dell’Unione Europea, ovvero Stato che riceve più contributi di quelli che versa al bilancio comunitario.

La Slovacchia è un piccolo Paese, poco più di cinque milioni di abitanti, che nel periodo in cui il mondo assisteva al crollo dell’Unione sovietica e in tutti Paesi della ex cortina di ferro si chiudeva la porta a regimi non democratici, decise di fare un passo ulteriore e si separò dalla Federazione cecoslovacca, costituendo, nel 1993, una repubblica indipendente.

La Slovacchia rappresentava la parte più povera della Federazione, quella che aveva subito il potere non solo dei comunisti, ma anche la parziale egemonia ceca e forse anche per questo motivo, decise, quasi da subito, di avviare un processo non violento e concordato con Praga per proseguire il percorso autonomamente e in solitaria. Evidentemente, la separazione dai cugini cechi si è rivelata una scelta vincente in quanto la Slovacchia è entrata nell’Unione Europea nel 2004, ha adottato l’euro nel 2009 e da allora si è innescata una crescita quasi costante, grazie anche alle molte aziende europee che hanno deciso di installare proprie produzioni nel Paese. E’ stato soprattutto il settore automotive a trainare lo sviluppo: la Volkswagens a Bratislava, la Peugeot Citroëns a Trnava, la Kia a Žilina e ultima arrivata, la Jaguar Land Rover alla fine del 2018. La Slovacchia e’ oggi uno dei centri europei più importanti del settore, con una produzione di oltre un milione di vetture all’anno. Oltre alle aziende citate, tutte le altre che hanno seguito i colossi dell’automobile per operare nell’indotto: dal settore degli accessori a quello dei pneumatici, dall’information technology ai servizi contabili, tanto da creare una situazione paradossale: in Slovacchia oramai mancano i lavoratori. Si e’ creato infatti nel tempo un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla domanda, specialmente a Bratislava, che ha portato il tasso disoccupazione nazionale a livelli praticamente strutturale, intorno al 6%.

La Slovacchia è divenuta, in riferimento alle politiche migratorie, un caso emblematico. Dimostra quanto possa essere insensata ed addirittura autolesionista, anche da un punto di vista economico, la politica sovranista che aizza popoli ad alzare frontiere e che tende ad anacronistici isolazionismi: i lavoratori slovacchi non sono più sufficienti a coprire la domanda, eppure, insieme agli altri di Visegrad, la Slovacchia è uno dei Paesi che più si è opposto al ricollocamento dei migranti ed a qualsiasi forma di accoglienza, creando evidenti difficoltà alle aziende locali.

Zuzana Čaputová ha vinto il secondo turno delle elezioni, superando nettamente Maros Sefcovic, candidato del partito di governo Smer e vicepresidente della Commissione europea. Čaputová, con uno smaccato 40% aveva già stracciato, nel primo turno, tutti i candidati: lo stesso Maros Sefcovic e poi gli altri, arroccati su posizioni populiste, antieuropee e anti-immigrati: Stefan Harabin giudice della corte suprema e Marian Kotleba esponente dell’estrema destra.  

Erano elezioni importanti per la Slovacchia, non tanto per i reali potere conferiti al Presidente della Repubblica, essenzialmente cerimoniali e di rappresentanza, quanto per il valore politico e sociale della scelta fatta dagli slovacchi. Dopo l’assassinio di Ján Kuciak, il giornalista ucciso insieme alla fidanzata Martina Kušnírová a Galanta, vi era il rischio che gli slovacchi scegliessero di chiudersi ancora, innescando un percorso verso una qualche forma di democrazia illiberale, con le solite ricette che abbiamo già ascoltato in molte campagne elettorali e che non sono mancate neanche in Slovacchia: antieuropeismo, razzismo, sessismo, omofobia e come sempre campagne discriminatorie nei confronti delle minoranze, in particolar modo nei confronti dei Rom, che rappresentano in Slovacchia una minoranza numerosa, soprattutto nell’Est del Paese.

Ha vinto invece Zuzana Čaputová, giovane giurista, conosciuta prevalentemente per le lotte ambientaliste e candidata del partito Progresívne Slovensko, partito progressista ed europeista, costituito poco più di un anno fa. Čaputová ha ben saputo interpretare il desiderio di cambiamento degli slovacchi, ma questa volta la voglia di cambiamento non è rimasta imbrigliata nella dialettica populista ed ostaggio di tendenze isolazioniste e razzismi di vario genere, ma si è aperta la strada con la capacità di dialogo verso posizioni decisamente progressiste ed europeiste, una novità evidente nella politica dei Paesi EU dell’Europa orientale.

Nonostante Viktor Orban in Ungheria continui ad accendere gli animi parlando di difesa dei valori e della identità cristiana contro il ‘veleno dell’immigrazione’ e in Polonia i conservatori del partito Legge e Giustizia abbiano più volte tentato di sottomettere la magistratura al controllo dell’esecutivo, la vittoria di Čaputová ha sicuramente un valore rilevante nella regione, anche se per il momento solo simbolico. Per capire se il cambiamento a Bratislava abbia rilevanza politica reale e non solo in Slovacchia, dobbiamo attendere le prossime elezioni europee e verificare la tenuta del blocco sovranista e populista soprattutto in Ungheria e Polonia.

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