martedì, Settembre 22

Situazione politica italiana? Bonaccia e insieme tempesta Il peggio deve ancora venire, già 11mila aziende chiude, e un governo senza uno straccio di idea e una pletora di parlamentari che puntano solo a non andare a casa

0

E’ bene partire da cose concrete, solide: fatti. La Confederazione Generale Italiana degli Artigiani (CGIA) di Mestre, da tempo ‘confeziona’ rapporti e diffonde studi, analisi e previsioni attendibili e accurati. Stima che in tre mesi di pandemia si sono perse non solo decine di migliaia di vite, ma anche ben 11mila aziende artigiane; una cifra impressionante, ma sempre stima della CGIA «il peggio deve ancora venire». A fine 2020 potrebbero essere centomila; perché sarà nei prossimi mesi che si farà sentire con maggiore intensità l’effetto economico negativo del coronavirus Covid-19.

Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio Studi della CGIA, assicura che «c’è voglia di lottare, di resistere, di risollevare le sorti economiche della propria attività. Purtroppo, non tutti ce la faranno a sopravvivere e non è da escludere che entro la fine dell’anno lo stock complessivo delle imprese artigiane presente nel Paese si riduca di quasi 100 mila unità, con una perdita di almeno 300 mila posti di lavoro».
Per la CGIA
l’entità della contrazione dipenderà dalle misure di sostegno che verranno introdotte dal Governo nei prossimi due o tre mesi. Si dovrà tenere conto che negli ultimi undici anni lo stock delle imprese artigiane è crollato di quasi 200mila unità; al 31 marzo 2020 le aziende artigiane attive in Italia ammontavano a 1.275.970. Per evitare che entro la fine del 2020 si registri una ulteriore moria di tantissime botteghe artigiane, la CGIA rileva la necessità di erogare a queste attività importanti contributi a fondo perduto e di azzerare per l’anno in corso le imposte erariali: come IRPEF, IRES, IMU sui capannoni.
Altri studi e rilevazioni prevedono un
crollo del PIL superiore al 10 per cento, una situazione migliore solo della Grecia.
Una
situazione talmente complessa e complicata che esclude mosse avventate e precipitose. Una situazione delicata come quel giochino chiamato Shangai o Mikado. Solo che non è un gioco: non è che se un bastoncino ne sfiora un altro più del dovuto, ci si limita a cedere il “turno” al giocatore avversario.

Superato in qualche modo lo scoglio delle due mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (tutti sapevano con largo anticipo che Matteo Renzi praticava ancora una volta la sua politica di sempre: in vernacolare napoletano ‘chiagne e fotte’), lo stop and go al Governo di Giuseppe Conte continua a essere pratica usuale (e rituale).
Si prenda l’ex
Ministro Graziano Delrio. L’altro giorno se ne è uscito con una riflessione improntata al buon senso, ma che suona come una specie di ‘De profundis: «Immaginare di tornare alla normalità è umano. Sappiamo però che tornare al punto di partenza sarà impossibile e che dunque bisognerà attrezzarsi per organizzare il futuro. Se così stanno le cose, mi chiedo: in questo periodo è stata lanciata un’idea che sottendesse una visione? Un’idea che facesse anche solo discutere, nel bene e nel male, ma che aprisse un dibattito, una polemica, un confronto?». Domande retoriche, è di tutta evidenza. Delrio tuttavia lamenta in modo trasparente che all’Esecutivo e a chi lo sostiene manca unavisione’, e che non s’è avviata ombra di dibattito, discussione; di fatto, si naviga a vista. Anzi: si è impantanati.
Che lo dicano Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, è nell’ordine delle cose; che lo dica un’autorevole esponente del Partito Democratico, assume un altro rilievo. Anche perché l’affermazione non ha sollevato reazioni. Un silenzio che va interpretato se non un assenso del PD, certamente di una sua parte non marginale.

In parallelo la guerra ai fianchi da parte di Italia viva che prosegue. L’iper-renziano Roberto Giachetti usa toni più sfumati e meno irruenti del ‘capo-branco’, ma è forse perfino più insidioso. Dalle pagine de ‘Il Messaggero’ scaglia una pietra nello stagno. In sintesi propone per palazzo Chigi una sorta di governo di unità nazionale. Formalmente è un qualcosa che non trova udienza nel PD: Nicola Zingaretti continua a ripetere che caduto Conte, si va ad elezioni anticipate; il M5S neppure prende in considerazione la cosa; e il centro-destra esibisce una facciata di compattezza. Ma le crepe ci sono, eccome. E’ su queste che punta Giachetti, che rilancia: «La strada maestra è un governo di unità nazionale. Ma se devo scegliere tra un esecutivo che mostra i suoi limiti, e il voto anticipato, opto per una via intermedia: un comitato ristretto guidato da un esponente della Lega, Giancarlo Giorgetti, autorevole, credibile, competente, con il compito di varare il decreto Rilancio, la più imponente manovra che designerà il futuro dell’Italia, nel bene o nel male».

Per Zingaretti e Luigi Di Maio la proposta è niente di più, niente di meno che un cavallo di Troia, per scardinare l’attuale compagine. Ricordano bene che, Giorgio Napolitano presidente della Repubblica, sotto la sua benedizione venne messo in cantiere un comitato dei saggi, cui seguì un esecutivo sostenuto da PD e Partito della Libertà: una ‘larga intesa’, di fatto. Giachetti assicura che si tratta di una sua proposta personale. Ovvio. Se è destinata a restare boutade, amen. Però intanto il sasso è lanciato, gli effetti si vedranno. All’interno della Lega, per esempio: Giorgetti si muove con la cautela e la prudenza di un cardinale pre-concilio; però di fatto è un’alternativa a Salvini; quest’ultimo nel luglio del 2019 era accreditato di un 35,3 per cento dei votanti; oggi è stimato al 26,5 per cento; nove punti persi in meno di un anno non sono uno scherzo.

Inoltre, sulla scena si affacciano, speculari, due presidenti di Regione destinati a incidere: il leghista veneto Luca Zaia da una parte, l’emiliano Stefano Bonaccini del PD dall’altra. Entrambi mangiano pane e politica da anni; entrambi hanno dato buona prova nel governo delle loro regioni. Possono legittimamente ambire a ruoli più ‘centrali’. E il costante, silenzioso, metodico lavorio di un Dario Franceschini: allevato alla miglior scuola democristiana, ha memoria lunga, silenzioso, concreto, fitta ragnatela di alleanze e fruttuose ‘amicizie’. Sia il Quirinale che palazzo Chigi sono nel suo orizzonte.

Poi ci sono altri nodi. Per il PD si tratta di individuare candidati autorevoli per le elezioni amministrative in Liguria e per il sindaco di Roma. Il M5S è ancora indeciso se puntare le sue carte ancora su Virginia Raggi, che sembra comunque intenzionata a chiedere il terzo mandato (e pazienza se si getta alle ortiche l’imperativo di non più di due mandati consecutivi). Molti parlamentari giocano la loro personale scommessa di riuscire ad arrivare all’agosto 2021. Scatterebbe allora il cosiddetto semestre bianco, e il problema di eleggere il successore di Sergio Mattarella. Al di là dei mille nomi che si fanno (spesso per bruciarli), il nuovo presidente verrebbe eletto da questo Parlamento; e tanti parlamentari sicuri di non vedersi confermato il mandato, almeno non se ne andrebbero a casa anzitempo. Può sembrare obiettivo riduttivo, ma andatelo a dire a loro, molti non hanno arte né parte.
Bonaccia e insieme tempesta. Paralizzante Mar dei Sargassi, e Maelstrom che tutto risucchia. Una situazione limacciosa e torbida. Per parafrasare l’Humphrey Bogart de ‘L’ultima minaccia’: «E’ la politica, bellezza, e tu non ci puoi fare niente».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore