sabato, Gennaio 25

Sistema Sanitario Nazionale e Immigrazione: i falsi miti field_506ffbaa4a8d4

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Sistema Sanitario Nazionale e Immigrazione. Un binomio che troppe volte viene usato demagogicamente dalla politica, senza conoscere la reale situazione dei fatti. Contestualmente al periodo storico che stiamo vivendo (aumento dei flussi migratori e fallimento delle politiche comunitarie come Dublino e non solo) è facile pensare che non siamo in grado di accogliere (nell’ambito della sanità) le richieste che possono provenire da coloro che arrivano nel nostro Paese. Un falso mito. Secondo il «Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero», decreto 286/98, è stato costruito un corpo normativo moderno volto all’inclusione degli stranieri nel concetto statale di tutela della Salute. Il problema non è la normativa, esistente e vigente, ma il rimpallo delle responsabilità tra Stato e Regioni, soprattutto dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001. Troppe volte sentiamo dire che noi, o meglio il SSN non è in grado di reggere le richieste che provengono dagli immigrati. Ma non è così. Senza dilungarci lo abbiamo chiesto a chi, da più di vent’anni, si occupa di salute e immigrazione: Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas, e presidente della Società italiana di medicina delle migrazioni.

E’ facile usare il tema dell’immigrazione come leva sulle masse. Adesso si dice che l’aumento dei flussi migratori porterà il Sistema Sanitario Nazionale, già fragile, al collasso. Falso mito?

Bisogna dire che l’Italia ha deciso, dal 1995-1998, di garantire di fatto a tutte le persone presenti la sanità. E’ stato deciso perché noi abbiamo un mandato specifico, che è quello costituzionale. L’art. 32 della Costituzione è uno di quegli articoli in cui si parla del diritto alla salute per tutti gli individui, non si parla di cittadini. I Padri Costituenti sono stati lungimiranti. Questo è il motivo per cui, quando nel 1995 si è andati verso il diritto all’assistenza per gli immigrati senza permesso di soggiorno, non c’è stata possibilità di obiezione. L’Italia si è dotata, nel tempo, di norme molto inclusive dal punto di vista sanitario, non è un caso che in Italia non ci sono stati mai allarmi o allerte sanitarie particolari, proprio perché il Sistema è inclusivo. Addirittura tutti i dati, anche quelli più recenti, ci fanno vedere che alcune malattie di cui si parla sempre a sproposito (Tubercolosi, AIDS, Epatite), negli immigrati sono addirittura in diminuzione. Tassi di incidenza di queste malattie, di cui siamo tanto preoccupati, non sono in aumento, ma addirittura sono in diminuzione. I casi ci sono, ma sono minori rispetto a quelli che si possono attendere rispetto al rapporto dell’aumento del numero degli immigrati. In Italia, da molti anni, è garantito l’accesso ai servizi, ed i costi sono minori rispetto ad altri Paesi europei, dove l’accesso ai servizi non è garantito come da noi, e si accede solo per l’emergenza; e l’emergenza costa enormemente di più rispetto all’accesso ordinario. Ecco perché non ci sono stati mai focolai gravi.

Nel nostro Sistema c’è una discriminazione di accesso nonostante tutto?

Le norme di cui abbiamo parlato nascono alla fine degli anni 90, per nel 2001 c’è stata la modifica del Titolo V della Costituzione. La sanità è passata alle Regioni e l’immigrazione è rimasta allo Stato. Chi si è occupato della salute degli immigrati? Poiché la salute spetta alle Regioni e l’immigrazione allo Stato, si è creato una sorta di “pendolo” di competenze e di responsabilità, a seconda del Governo che c’era, se era a favore oppure no. A metà degli anni 2000 alcune regioni hanno fatto delle leggi sull’immigrazione, perché il processo di integrazione era a carico delle Regioni. Alcune sono state molto lungimiranti, come la Puglia, la Campania e la Toscana. Alcune amministrazioni di centro destra hanno impugnato queste norme, ritenendole estremamente permissive per la sanità. In realtà applicavano quello che era previsto a livello nazionale. Torniamo al discorso del “pendolo”. Oppure, quando sono entrati nell’Unione rumeni e bulgari, a metà degli anni duemila, anche lì è successo il fatto contrario. Lo Stato non ha dato indicazioni su come assistere dal punto di vista sanitario queste persone, dicendo che ci dovevano pensare le Regioni (nonostante sia una competenza statale). Si è creato in quel periodo un paradosso incredibile: per cui il rumeno che fino al giorno prima era irregolare, espellibile ma aveva l’assistenza sanitaria, dal giorno dopo era regolare, non espellibile ma non poteva usufruire dell’assistenza.

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