domenica, Agosto 18

Siria, tra una settimana il cessate il fuoco provvisorio field_506ffbaa4a8d4

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Al tavolo delle trattative dell’International Syria Support Group riunito a Monaco si arriva ad un punto di accordo. Dopo sei ore di negoziazioni, il  segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov hanno deciso che entro una settimana in Siria scatterà il cessate il fuoco. Alla presenza dell’’inviato Onu Staffan de Mistura e dei ministri degli Esteri europei e del Medio Oriente, il piano di tregua prevede anche l’invio di aiuti umanitari che partiranno già lunedì. Sembra, dunque, che dopo mesi di mancati accordi si possa parlare di una prima vera svolta nella situazione siriana, ma la realtà che è che la soluzione del conflitto è ancora ben lontana. Agli occhi di analisi ed esperti di geopolitica, infatti, non sfugge che l’accordo tra Russia e Stati Uniti arriva proprio nel momento in cui Bashar al Assad, grazie al supporto militare di Vladimir Putin, sta riprendendo il controllo di Aleppo e di tutti i territori finora occupati dalle milizie anti governative.

Dall’altro lato dell’Oceano, invece, Barack Obama è in seria difficoltà ad ammettere che la coalizione anti Isis non sta avendo il successo sperato e se da un lato le potenze anti Assad, come Arabia Saudita e Turchia premono perché l’America invii truppe di terra, dal canto suo Obama, in scadenza di mandato, non può permettersi di impelagarsi più di così in un pantano medio orientale. L’accordo, dunque, serve a tutti.  E forse anche la popolazione ne gioverà, se non altro per l’arrivo di aiuti umanitari, anche se non è detto che le violenze cessino. La tregua, infatti, non si applica ai combattimenti contro lo Stato Islamico o il Fronte al Nusra e comunque le opposizioni siriane in esilio in mattinata hanno fatto sapere che rifiutano con forza la proposta per un cessate il fuoco.  «Nessun accordo è possibile fino a quando rimarrà i carica il presidente Assad e rimarranno in Siria i Pasdaran (iraniani ndr)» ha detto Riad Hijab, presidente dell’Alto consiglio dell’opposizione siriana, la delegazione incaricata di condurre i colloqui mediati dall’Onu con il governo di Damasco. Saranno, quindi, le fazioni combattenti dei ribelli ad avere l’ultima parola. «Il progetto di una tregua provvisoria per porre fine alle azioni ostili sarà esaminato con le fazioni combattenti sul terreno» ha detto George Sabra, membro della Alto Consiglio per i negoziati dell’opposizione. «E saranno le fazioni combattenti a decidere quando sarà terminata questa tregua».

Intanto, John Kerry ha specificato si tratta di una pausa dal conflitto e non di una vera tregua, che sarebbe più permanente e segnerebbe la fine del conflitto, ma per ora il piano sembra buono. La realizzazione dell’accordo per la cessazione delle ostilità verrà affidata a due task force, presiedute da Stati Uniti e Russia, che dovranno consultarsi con le fazioni siriane e dovranno sovrintendere alla cessazione delle ostilità e gestire gli aiuti umanitari. Strette di mani, sorrisi, firme, ma dal tavolo di Monaco ora si deve passare al campo di battaglia siriano e la prima vera propria sarà proprio Aleppo, città assediata dove i bombardamenti russi sostengono l’azione dell’esercito siriano. Lavrov ha detto che continueranno i bombardamenti contro lo Stato Islamico e il Fronte al Nusra, come prevede l’accordo, ma via via dovrebbe cominciare anche il ritiro delle truppe. Il momento è molto delicato e non è detto che tutto proceda secondo gli accordi. Il rischio è che le potenze che satellitano nell’aria possano forzare gli equilibri per dare una spinta agli avvenimenti. E se ancora una volta il patto si rompe, a pagarne le spese, in termini di geopolitica, sarà più Obama che Putin. Fuori dai tatticismi politici, nel Paese, invece, pagheranno ancora e ancora i civili. Dall’inizio del conflitto nel 2011 ci sono stati 450mila morti, un genocidio sotto gli occhi del mondo.

«L’amicizia è un bene prezioso ed è possibile solo nella verità» Lo ha detto Matteo Renzi all’Egitto dopo l’assassinio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo a fine gennaio. La petizione lanciata sul web da un gruppo di amici e colleghi di Giulio per sapere la verità sulla sua morte ha già le 38mila firme la Regeni e mentre oggi alle 14 si sono svolti i funerali del giovane nel suo paese d’origine, Fiumicello, emerge un dettaglio al vaglio degli inquirenti italiani. Prima del 25 gennaio scorso Giulio Regeni sarebbe stato identificato dalla polizia egiziana. Il ricercatore, infatti, fu fotografato da uno sconosciuto l’11 dicembre scorso in un’assemblea di un sindacato indipendente egiziano e questo fatto lo aveva impaurito. Lo hanno riferito al pm Sergio Colaiocco tre ricercatori universitari, colleghi di Regeni, sentiti nel pomeriggio in procura. La pista seguita ora dagli inquirenti è che il delitto possa essere legato all’articolo scritto dal giovane, con un pseudonimo, il 14 gennaio successivo e pubblicato su Nena News, in cui riferiva anche di quella assemblea. Per gli investigatori, comunque, la ricostruzione dei fatti non è assolutamente finita e per ora le diverse voci ascoltate hanno anche dato versioni discordanti, per cui necessitano di ulteriori verifiche. Ad impegnare gli 007 italiani ci sono anche le voci sugli agenti egiziani. Ieri una nota attivista egiziana, Mona Seif, ha sostenuto che l‘investigatore capo del caso Regeni ha un precedente per tortura. «Khaled Shalaby, l’ufficiale cui è stato assegnato il caso di Giulio Regeni, fu condannato da un Tribunale penale di Alessandria nel 2003 per falsificazione di rapporti di polizia e, assieme a due altri funzionari, per aver torturato a morte un uomo» ha scritto Seif sulla sua pagina Facebook cui rimanda un suo tweet. Ma la polizia egiziana continua a difendersi. «Regeni non è mai stato sotto custodia. E noi non siamo cosi ‘naif’ da uccidere un giovane italiano e gettare il suo corpo il giorno della visita del Ministro Guidi al Cairo». Ha  affermato l’ambasciatore egiziano in Italia, Amr Helmy. Ci vorrà ancora molto tempo per arrivare ad una soluzione del giallo, ammesso che la verità verrà mai a galla, ma intanto il quotidiano indipendente egiziano Al Masry Al Youm ha fatto sapere che Giulio Regeni è stato ucciso in un appartamento al centro della capitale e solo dopo il suo corpo è stato trasportato sulla strada che collega Cairo ad Alessadria dove è stato ritrovato.

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