sabato, Gennaio 25

Siria: raid militarmente scorretto

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Nella notte tra ieri e oggi, precisamente alle 2:40 ora italiana, 20:40 ora di New York, due portaerei americane dislocate nel Mediterraneo hanno sferrato un attacco missilistico contro la base di Al Shayrat, seconda base più grande della Siria, dalla quale era partito l’ attacco di tre giorni fa.  I 59 missili Tomahawk sono stati lanciati su ordine del presidente Donald Trump che ieri pomeriggio aveva dichiarato: «Martedì il dittatore della Siria, Bashar al-Assad, ha lanciato un terribile attacco con armi chimiche contro civili innocenti, uccidendo uomini, donne e bambini. Per molti di loro è stata una morte lenta e dolorosa. Anche bambini piccoli e bellissimi sono stati crudelmente uccisi in questo barbaro attacco. Nessun bambino dovrebbe mai soffrire tale orrore». Ha poi aggiunto : «Questa sera ho ordinato un attacco mirato contro la base da cui è partito l’attacco chimico. È un interesse vitale degli Stati Uniti prevenire e fermare la diffusione e l’uso di armi chimiche mortali», rivoluzionando la politica estera americana degli ultimi 8 anni. L’ obiettivo sarebbe stato colpito, anche se non è ancora chiaro il bilancio dei morti e dei feriti.

Ricapitolando, dunque. Il raid aereo condotto martedì con l’uso di armi chimiche avvenuto in Siria, a Khan Sheikhun  nella provincia nord-occidentale di Idlib, caduta in mano dei ribelli e dei qaedisti di Fatah al Sham, in cui avrebbero perso la vita più di 70 persone tra cui 20 bambini e 17 donne, aveva suscitato reazioni da parte di  innumerevoli autorità del mondo politico internazionale che hanno accusato il regime di Damasco di esserne responsabile. Bashar al-Assad ha subito respinto le contestazioni affermando che il comparto militare siriano «non le (le armi chimiche) usa e non le ha usate, prima di tutto perché non le ha». Il Presidente americano aveva fatto sapere, attraverso il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, che sarebbe stato «stupido perseguire un cambio di regime», dovendo ricercare, a dir suo, la causa di tutto nella debolezza dell’ Amministrazione precedente.

Erdogan aveva dichiarato che quelli avvenuti a Khan Sheikhun erano «attacchi disumani inaccettabili», la Russia aveva difeso il suo alleato Assad, mentre Francia e Regno Unito presentavano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione di condanna nei confronti dell’ attacco e di proposta di inchiesta sull’ uso delle armi chimiche.

La situazione è sembrata capovolgersi con la dichiarazione di ieri del Segretario di Stato americano Rex Tillerson che denunciava «Assad deve andarsene» e quindi con l’ annuncio di Donald Trump dell’ ordine impartito e l’ appello rivolto «a tutte le nazioni civilizzate» per chiedere che «il mondo si unisca agli Usa per mettere fine al flagello del terrorismo».

All’ indomani dell’ attacco americano, nella mattinata, sono stati numerosi i messaggi di comprensione e di appoggio, come quello della Cancelliera tedesca Angela Merkel, o del Premier israeliano Benjamin Netanyahu, ma non sono mancate le critiche come quelle del Ministro degli Esteri iraniano, Bahran Ghasemi, che ha parlato di «un’azione unilaterale pericolosa, distruttiva e che viola i principi del diritto internazionale» o come quelle del Cremlino che ha giudicato il raid degli USA un «atto di aggressione contro uno Stato sovrano».

Per comprendere meglio gli ultimi avvenimenti in Medioriente, abbiamo intervistato il Generale Vincenzo Camporini, vicepresidente dello IAI, Istituto Affari Internazionali, oltre che militare di lunga carriera.

L’  attacco chimico è un pretesto per un’ azione che il presidente aveva già in mente?

No. Secondo me è più una decisione presa sul momento. Semplicemente credo che Trump avesse in mente la figuraccia fatta da Obama quando tracciò la linea rossa nel 2013 lasciando che venisse varcata ampiamente dalla Siria. In questo modo egli vuole dare un’ immagine di sé che si distingua da quella di Obama.

C’ erano altri obiettivi?

No, vedo solo il desiderio di dimostrare che ‘io sono in grado di punire chiunque faccia qualcosa che non mi piace’,  questo non è un uso corretto della forza militare, che è uno strumento della politica estera e bisogna impiegarlo a sostegno della politica estera.  Io non vedo una linea politica di Trump che un giorno dice che «tutto sommato Assad può rimanere al potere» e il giorno dopo dice che non può rimanerci.

L’ utilizzo dei missili Tomahawk può essere considerato un avvertimento o un attacco vero e proprio?

E’ un attacco vero e proprio eseguito con l’ arma più sicura e meno rischiosa di cui si dispone perché mandare aerei da combattimento vuol dire mettere in pericolo gli equipaggi. I missili sono missili. Il rischio per l’ attaccante è zero.

Il raid «viola la legge internazionale. Washington ha compiuto un atto di aggressione contro uno Stato sovrano», avrebbe dichiarato il presidente russo Vladimir Putin, secondo quanto riportato dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. La Russia avrebbe richiesto la convocazione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dal punto di vista giuridico, la posizione di Mosca è condivisibile?

La posizione della Russia, dal punto di vista giuridico, non fa una grinza nel senso che in assenza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, un atto come quello che è stato compiuto ieri si presenta come un atto di aggressione che non gode di alcuna legittimità. Poi si può discutere sulla valenza delle Nazioni Unite, però dal punto di vista giuridico l’ unico organo che può legittimare un’ azione del genere è il Consiglio di Sicurezza. Quindi senza una sua pronuncia, l’ azione non è per niente accettabile. Dal punto di vista politico si può discutere, ma dal punto di vista giuridico, la legittimazione di un’azione militare si ottiene solo in questa maniera. Ci ricordiamo le critiche feroci che ci furono nel 1999 quando attaccammo la Serbia di Milosevic, e fu poi necessaria una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per giustificare a posteriori quell’ azione. Ma la storia non si fa nei tribunali. E’ un fatto che mette nelle mani degli oppositori degli Stati Uniti degli argomenti inattaccabili.

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