giovedì, Maggio 23

Siria e non solo: a che gioco gioca Ankara?

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Lotta al terrorismo, governance, elezioni e costituzione: questi i temi che verranno discussi nel nuovo incontro tra Governo siriano e opposizione a Ginevra domani. Gli osservatori si dicono scettici, notando che i diversi schieramenti in campo non sembrano essere particolarmente proni a cercare il compromesso. L’opposizione e i ribelli insistono, come fanno dal 2011, nel chiedere la dipartita di Bashar al Assad, che invece vuole che la ‘lotta al terrorismo’ (per al Assad l’intera opposizione coinvolta nel conflitto) sia prioritaria. Noah Bonsey, per il think tank ‘International Crisis Group’, non vede via d’uscitaIl regime non era disposto a compromessi quando stava perdendo militarmente, lo è ancora meno ora che sta registrando progressi». Con la liberazione di Aleppo e i successi militari dello scorso Dicembre è infatti Assad, in queste contrattazioni, ad avere il coltello dalla parte del manico.

Sono però le potenze regionali alleate ai ribelli, secondo Abu Abdallah – analista del Centro di Studi Strategici di Damasco – a rendere difficoltose le trattative per la pace e per stabilizzare finalmente il Paese. «Ogni volta che sembra esserci una svolta politica, i combattenti legati a potenze regionali portano nuovi attacchi», ha detto Abdallah. Difficile non pensare alla Russia e alla sua posizione nei confronti dei combattenti curdi. Rapporto che per forza di cose influisce sull’atteggiamento della Turchia, netta oppositrice dei gruppi separatisti nel nord della Siria, ma piuttosto flessibile quando si tratta di venire a patti con Mosca.

Fino a questo mese, per esempio, ogni tentativo della Turchia di acquistare armamenti da Paesi visti come poco accomodanti verso gli interessi occidentali nel mondo è stato bloccato, o è semplicemente fallito. Un sistema di difesa missilistica degno di un Paese che occupa una posizione geografica così critica è da più di vent’anni il sogno di Ankara, e le possibilità di acquisire l’agognato know-how per il sistema difensivo sembravano molto alte due anni fa, quando, nel 2013, i cinesi si fecero avanti proponendo il progetto T-Loramids’, da più di 3 miliardi di dollari. Dopo anni di pianificazione e contrattazione, l’accordo fallì per via delle forti pressioni da parte degli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica, che insistettero perchè i Turchi si rivolgessero invece a produttori occidentali concorrenti: la Lockheed Martin americana e l’europea Eurosam.

Un mese fa, Ankara ha nuovamente deluso chi in Occidente ancora credeva all’affidabilità e alla lealtà della Turchia nel contesto NATO, parlando di nuove contrattazioni con un altro partner: la Russia. Scelta poco sorprendente, vista la ritrovata amicizia tra i due Paesi nel 2016, suggellata dal progetto del gasdotto ‘Turkish stream’, e che si è dimostrata solida e durevole persino alla prova dell’omicidio dell’ambasciatore russo a Istanbul nel Dicembre scorso. «La Turchia ha certamente bisogno di un sistema di difesa missilistica e ha dato inizio a un programma per iniziare la produzione domestica. […] abbiamo negoziato con diverse nazioni per soddisfare i nostri bisogni nazionali, e sembra che la Russia sia il partner più adatto per esaudire le nostre richieste, al momento», aveva annunciato a Febbraio il Ministro della Difesa Fikri Isik. Si tratta del sistema missilistico antiaereo S-400 Triumph, che, è stato garantito dalle autorità turche ai russi, non verrà integrato nella difesa comune della NATO.

Voci piuttosto scettiche hanno però commentato l’annunciato affare. In un articolo pubblicato sul sito del Begin-Sadat Center, un think tank israeliano, Burak Bekdil dubita che il sistema di difesa russo possa effettivamente essere implementato senza il consenso dei partner nato: «L’architettura della difesa aerea non è ‘stand-alone’ come possono essere un carro armato o un fucile. La Turchia che sceglie il sistema S-400 ricorda un compratore che decide di acquistare un cellulare bello e costoso ma che non può connettersi alla rete della sua città». L’articolo descrive in maniera più profonda le difficoltà tecniche che la difesa turca incontrerebbe implementando la tecnologia russa: incapacità di integrare le mappe fornite dai satelliti Nato e riduzione del raggio d’azione dei missili, potenziali conflitti tra i missili russi e l’aviazione occidentale in caso questa dovesse sorvolare lo spazio aereo turco, e persino impossibilità, da parte di Ankara, di rispettare l’articolo 5 della NATO sulla difesa reciproca, nell’eventualità di una guerra contro la Russia. Tutti problemi che, però, non sarebbero tali dovesse la Turchia abbandonare lo schieramento Nato con un totale voltafaccia.

Ma è possibile? Ci sono segnali contrastanti. Sicuramente non ha aiutato la recentissima decisione di Mosca di offrire addestramento e un base militare ai Curdi del gruppo YPG nella Siria settentrionale, nel villaggio di Kafr Jina -in precedenza bombardato dai turchi. I legami tra YPG e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – considerato come un’organizzazione terroristica in Turchia – hanno provocato una dura reazione di Ankara. Nel contesto siriano la Turchia ha sempre tentato di limitare l’espansione dell’YPG e dei Curdi, e Numan Kurtulmus, vice Primo Ministro turco, ha dichiarato che non accetterà una «regione del terrore» proprio ai confini tra le due Nazioni.

La mossa di Mosca rientra nella strategia di lotta al terrorismo dello Stato Islamico, acerrimo nemico dei curdi dell’YPG. Sono stati proprio questi combattenti ad infliggere una delle prime grandi sconfitte al Califfato a Kobane due anni fa. Grazie al territorio sottratto all’IS, l’YPG si è dunque ritagliato una sorta di flebile ‘autonomia’, fondando nella Siria settentrionale delle regioni amministrate dai curdi stessi. Difficile prevederne il futuro: da una parte Assad è chiaramente intenzionato a riguadagnare l’intero territorio siriano, dall’altra l’YPG non sembra avere pretese separatiste radicali, dichiarandosi volenteroso di ottenere una maggiore autonomia «per vie costituzionalmente legali». Inoltre, sebbene i guerrieri dell’YPG si siano rivelati essere tra i più affidabili alleati americani, gli Stati Uniti non ne appoggiano ufficialmente le mire politiche.

Molti dei ‘terroristi’ arrestati in Turchia, da quando Erdogan ha annunciato di unirsi alla guerra contro l’ISIS, sono stati curdi del PKK. E mentre ogni gruppo curdo viene associato al PKK e considerato terrorista, lo stesso non avviene per quanto riguarda il Califfato. Le Corti turche ancora faticano a riconoscere lo Stato Islamico come un’organizzazione terroristica: nel 2015 la Corte Suprema di Ankara ha annullato una sentenza di incarceramento che condannava un membro egiziano dell’ISIS. La Corte ha infatti chiesto al Tribunale che aveva emanato la sentenza di «controllare che l’ISIS fosse effettivamente una organizzazione terroristica armata». Inoltre due anni fa Mevlut Cavusogl, Ministro degli Esteri turco, affermò: «Come si può dire che questa associazione terroristica [il PKK]sia migliore perchè sta combattendo l’ISIS? Sono la stessa cosa. I terroristi sono malvagi. Devono tutti essere sradicati. Questo è quel che vogliamo».

É proprio in questo contesto che va osservata la decisione di Ankara di sospendere il traffico navale verso e dalla Crimea, annessa dalla Russia, ma il cui stato giuridico è tuttora parte della questione ucraina, che vede scontrarsi il blocco atlantico e Mosca. In un recente comunicato stampa, infatti, il Ministero degli Esteri turco ha affermato che «tre anni sono passati da quando l’ucraina Repubblica Autonoma di Crimea è stata annessa dalla Federazione Russa sulla base di un referendum illegittimo […] ribadiamo che non riconosciamo la situazione causata da questo atto, che rappresenta una chiara violazione del diritto internazionale».

La questione del traffico navale in Crimea sarebbe, secondo Semyon Bagdasarov, una sorta di ‘ricatto’ per quel che sta accadendo nella città di Manbij, nel nord della Siria: qui truppe russe e statunitensi impedirebbero ai turchi di accedere alla città, in mano ai curdi dell’YPG, considerati terroristi da Ankara. In un articolo del giornale russo ‘Pravda’, in cui si definisce chiaramente il rapporto con i turchi un ‘matrimonio d’interesse’, lo storico Mikhail Meyer afferma che Erdogan «vorrebbe migliorare le relazioni con la Russia. Si trova in uno stato di isolamento internazionale, ed è per lui importantissimo capire quale schieramento lo sosterrà». In ogni caso, a proposito della questione dei curdi in siria, Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri russo, intende cooperare affinchè un compromesso con Ankara venga raggiunto: «Continueremo a cercare soluzioni a questo problema con i nostri partner turchi, anche attraverso contatti sulla piattaforma di Astana, ma al momento non è possibile rinviare a lungo termine».

Ma come dar torto a Meyer? Almeno dai giorni del fallito colpo di stato dello scorso Luglio i rapporti dellaSublime Portacon l’Occidente sembrano essersi compromessi in maniera forse irreparabile. La Germania avrebbe, in seguito all’episodio, persino smesso di vendere armi ad Ankara, sospettosa di vedere Erdogan utilizzarle contro i suoi stessi ‘sudditi’. «La Turchia non è mai stata così lontana dall’ottenere la membership europea», ha affermato il Ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel. Certo è che le recenti polemiche che hanno infiammato i rapporti con l’Olanda, l’accusa di Erdogan di ‘nazismo’ ai tedeschi, l’invito ai turchi residenti all’estero a «fare 5 figli per diventare l’Europa del futuro», e lo stallo siriano in cui i curdi sono in una botte di ferro protetti da Russi e Americani, non aiutano la Turchia a costruirsi la reputazione di partner affidabile di cui un Paese alla disperata ricerca di alleati avrebbe invece assoluto bisogno.

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