venerdì, Ottobre 18

Siria: la sfida dei kingmakers "Gli Stati Uniti e la Russia, forse più la seconda, interverranno per fare in modo di trovare un compromesso tra Erdogan e Assad"

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Si è concluso il terzo giorno l’operazione ‘Fonte di pace‘, sferrata oltre il confine tra Siria Turchia da Recep Tayyip Erdogan per colpire le postazioni delle milizie curde YPG (membri delle SDF e considerate affiliate ai terroristi del PKK) eliminandole dalla riva est dell’Eufrate. Dopo i raid degli F16 turchi, che non si sono mai spinti oltre i 30 chilometri di profondità e a cui gli Stati Uniti avevano inizialmente negato lo spazio aereo siriano, nelle prime ore dell’operazione mirati a distruggere i depositi di armi curdi, l’esercito turco con un’azione di terra è riuscito a penetrare in Siria già la sera del 9 ottobre, iniziando ad avanzare nel territorio fino a conquistare ben 11 villaggi delle province di Ras al Ayn e Tel Abyad ieri e altri due oggi. Il fronte d’attacco si è andato ampliando in modo significativo da ieri, e attualmente misurerebbe circa 280 dei 400 chilometri complessivi di cui Ankara vorrebbe prendere il controllo per crearvi una ‘zona cuscinetto‘ in cui trasferire oltre due milioni di profughi.

Quattro al momento le città del nord della Siria, in prossimità del confine turco, che si trovano sotto attacco da parte di Ankara: da ovest verso est il fronte parte da Tel Abyad, bersagliata oltre confine da Akcakale, Ras al Ayn, bombardata da Ceylanpinari; Kobane è, invece, nel mirino da Suruc mentre Qamishli, nell’estremo est del fronte turco, è sotto tiro da Nusaybin, dove l’esplosione di un’autobomba ha causato almeno sei morti e nove feriti la cui responsabilità, secondo i curdi, sarebbe da attribuire all’ISIS. Cinque miliziani dello Stato islamico, inoltre, sono fuggiti dalla prigione di Navkur, dove erano detenuti, riaccende l’allarme per una fuga di massa dei miliziani catturati nella guerra contro il sedicente Califfato. A questo riguardo, in giornata, il Presidente russo Vladimir Putin ha messo in guardia l’omologo turco dal non perdere il controllo dell’operazione, pena la perdita dei progressi compiuti nella lotta contro l’estremismo.

Secondo le Nazioni Unite, sarebbe già iniziata da Tel Abyad e Ras al Ayn la fuga di 70-100.000 civili. 4 i militari e 9 civili è il bilancio dei turchi uccisi dalle reazioni curde. 7 civili sarebbero, d’altro canto, i morti nelle città del nord della Siria colpite dall’artiglieria turca, alla cui offensiva si sarebbero uniti gli uomini dell’Esercito libero siriano (Els) di cui circa 8 i miliziani avrebbero perso la vita oggi. A detta del Ministro della Difesa ed ex capo dell’esercito Hulusi Akar questo pomeriggio, si attesterebbero a 342 i miliziani dello YPG uccisi.

La situazione sembra complicarsi di ora in ora, ma gli attori fondamentali, i kingmakers in campo sono diversi e con interessi molteplici, a partire dagli Stati Uniti: rispettando una promessa della campagna elettorale che lo ha portato alla vittoria nel 2016 e in vista delle presidenziali 2020, fors’anche per mettere per un momento in secondo piano la spinosa questione dell’impeachment, la decisione di sfilarsi da «ridicole guerre senza fine» presa da Trump, che ha ritirato un centinaio (o un migliaio) di uomini dalla Siria e, oggi sappiamo, ne schiera duemila in Arabia Saudita, si è subito configurata come un implicito via libera all’operazione della Turchia, alleato sempre più autonomo e controverso, sia dal punto di vista interno considerato il calo di consensi di Erdoğan e le difficoltà dell’economia sia da quello ‘esterno’ che vede Ankara flirtare con Mosca, acquistando, per esempio, il sistema di difesa missilistico S-400. Tuttavia, Erdoğan non ha carta bianca dato che, anche in virtù delle possibili conseguenze politiche interne per Trump, l’Amministrazione USA, oltre che il Presidente stesso su Twitter, ha subito preso le distanze dall’operazione, esortando l’alleato turco a fermarsi e ribadendo di essere pronti ad attivare le «sanzioni significative che spegneranno, se serve, l’economia turca».

Sulla base di quanto affermato dal Segretario alla Difesa, Mark Esper, il Pentagono ha «esortato con vigore» la Turchia a «porre fine» alle operazioni in Siria, pur evidenziando che appaiono, in queste ore, «limitate» e non sembrano prefigurare un intervento vero e proprio. Ciò nonostante, Ankara «rischia gravi conseguenze», sottolineando il «valore delle relazioni bilaterali strategiche» tra i due Paesi. Ma «nonostante le minacce di alcuni», «non mi fermo», ha detto il Presidente turco il quale ha già intrapreso la censura delle critiche arrestando 121 persone che hanno condiviso sui social proteste contro l’intervento.

Sebbene il Capo del Pentagono abbia ribadito che gli USA «non hanno abbandonato i curdi», l’implicito via libera che, come vedremo, nell’ottica dell’inquilino della Casa Bianca, si candida anche ad avere dei ritorni positivi, certamente è l’ennesima giravolta («pugnalata alle spalle» per usare le parole dei traditi) americana nei confronti dei curdi dello YPG, tra i principali protagonisti della lotta ai miliziani dell’ISIS, che, a sua volta, potrebbe ottenere nuovo vigore, pur avendo perso la forma statuale. E non è certo un favore agli alleati europei, minacciati da Erdoğan di trovarsi alle porte 3,6 milioni di rifugiati qualora decidano di mettergli i bastoni tra le ruote: nella mattinata, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha fatto visita ad Ankara, assicurando che «una esclusione della Turchia dal Patto atlantico è fuori discussione» e si è detto «fiducioso che l’intervento in corso sia proporzionato», non nascondendo preoccupazione per la destabilizzazione regionale e manifestando sostegno al Paese che fornisce il secondo esercito all’Alleanza. Un contributo che la NATO riconosce destinando oltre 5 miliardi di dollari per le sue infrastrutture militari.

Detto questo, le perplessità e critiche europee verranno poste sul tavolo anche in sede UE, dove i Paesi membri, sostiene Amelie de Montchalin, sottosegretario francese per gli Affari europei, sono pronti a discutere possibili sanzioni, individuali o al Paese, ma anche un embargo rispetto alla vendita di armi alla Turchia la quale «deve capire che la nostra principale preoccupazione è che le sue azioni possano portare a un’altra catastrofe umanitaria. Non accetteremo mai che i rifugiati siano armi utilizzate per ricattarci. Le minacce del presidente Erdoğan di ieri sono totalmente fuori luogo», ha messo in evidenza il Presidente del Consiglio UE, Donald Tusk. «L’Europa deve reagire con questa voce sola, non può prevedere in futuro di continuare ad elargire risorse ulteriori alla Turchia senza pretendere un comportamento corretto dal punto di vista del diritto internazionale», ha auspicato, riprendendo le parole già pronunciate ieri dal Premier Giuseppe Conte, il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio il quale ha deciso di convocare l’ambasciatore turco in Italia, Murat Salim Esenli. Quest’ultimo ha ribattuto che «l‘Unione europea sta saltando sul carrozzone dell’anti-Turchia», esprimendo la sua delusione «per le dichiarazioni arrivate dal governo italiano»: del resto, ha proseguito, «cosa farebbe l’Italia se qualcuno tentasse di entrare in Piemonte, ad esempio dalla Francia, per attaccare l’Italia? Spero che il governo italiano ai massimi livelli capisca la nostra esperienza. Per noi l’Italia è un alleato importante, è un partner strategico con cui abbiamo regolari consultazioni e per questo abbiamo aspettative».

Cauta nelle sue esternazioni, seppur preoccupata dai possibili effetti dell’operazione sulla lotta all’estremismo jihadista, è parsa la Russia, dalla quale è probabile che Ankara abbia ricevuto un’altra luce verde. Mosca è divenuta il kingmaker imprescindibile per qualunque attore nel teatro siriano, ma i suoi obiettivi da grande potenza vanno ben al di là della seppur cruciale protezione del regime siriano di Bashar al Assad che, d’altro canto, potrebbe, per il momento, decidere di prendere tempo e scegliere bene quali mosse fare. Come si sarà intuito, è un intreccio di interessi politici e non solo, spesso confliggenti, alla cui comprensione ci ha aiutato Alberto Gasparetto, cultore di Scienza Politica presso l’Università di Padova oltre che autore della monografia ‘La Turchia di Erdoğan e le sfide del Medio Oriente’.

 

Ieri sera è stato convocato d’urgenza il Consiglio di Sicurezza dell’ONU? Cosa è avvenuto in quel consesso?

Il Consiglio di Sicurezza era stato convocato per volontà di Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio e Polonia, però la Russia e gli Stati Uniti hanno deciso di opporre il veto alla mozione di condanna dell’operazione militare e rinviare il tutto, probabilmente per prendere un po’ di tempo. 

Da circa due giorni è iniziata l’operazione turca ‘Fonte di pace’. Si parla di un ’attacco multifase’. Quali potrebbero essere i tempi e quali i mezzi a disposizione della Turchia?

I mezzi sono quelli di un esercito tradizionale, il secondo più grande della NATO. La Turchia resta un alleato strategico nella NATO e questo è confermato dal fatto che Stoltenberg abbia di fatto appoggiato, seppur richiamando alla moderazione, l’operazione. Le forze in campo sono enormemente sproporzionate: le YPG hanno colpito Akçakale, ma la Turchia ha la possibilità di avere la copertura aerea che manca alle milizie curde. E’ difficile dire quali saranno le tempistiche di questa operazione che è fatta da Erdoğan per avvantaggiarsi in una situazione in cui ha capito che gli Stati Uniti non sono stati propensi ad appoggiare il piano di creare una ‘safe zone’ al confine, di cui si discute da tempo. A questo punto, la Turchia ha preso l’iniziativa che è una reazione piuttosto immediata dal punto di vista turco perché la presenza delle YPG è percepita come una minaccia diretta ai confini nazionali. Lo scopo dell’operazione militare è quello di creare, secondo le fonti ufficiali turche, una zona cuscinetto che doveva essere realizzata con gli Stati Uniti e che doveva avere una profondità di circa trenta chilometri. Al momento, le truppe si sono fatte strada lungo un corridoio di almeno cento chilometri, nella zona che, al momento, va dalla città di Ceylanpinar a quella di Akçakale in Turchia a cui corrispondono, in maniera rispettivamente prospiciente, Ras al Ain e Tel Abyad. L’obiettivo è quindi creare una zona di sicurezza in cui far trasmigrare, dice Erdoğan, almeno due milioni di profughi.

Perché non aveva funzionato il meccanismo congiunto tra USA e Turchia per la creazione della ‘zona cuscinetto’? Cosa non era andato bene ad Erdoğan?

Innanzitutto le tempistiche nel senso che gli Stati Uniti hanno deciso di prendere tempo, di traccheggiare, forse perché la linea non è molto chiara. La Turchia aveva anche chiesto agli Stati Uniti di smettere di foraggiare le milizie curde. E quindi l’ambiguità americana è diventata poco digeribile per Erdoğan. La situazione non si è più sbloccata e quindi Ankara si è trovata costretta ad agire da sola sulla base della dichiarazione di Trump di ritirare questi mille soldati che, in realtà secondo diverse fonti, sarebbero soltanto 50 o 100 e solamente dalle postazioni di cui dicevo, e cioè in prossimità delle città di Tel Abyad e Ras Al Ayn. 

Perché il ritiro non è piaciuto al Pentagono? Va ricordato che, già a dicembre scorso, il solo annuncio ha causato le dimissioni dell’allora Segretario alla difesa, James Mattis. 

Invece di ritirare mille uomini, ne ha ritirati cinquanta o cento. Penso che al Pentagono non siano contenti per questi proclami che mettono un po’ a rischio il disegno strategico del Medioriente: emerge l’idea che uscire da questi teatri non può far altro che avvantaggiare la Russia e quindi tutta la strategia in Medioriente verrebbe ridisegnata.

Ma cosa ci guadagna Trump dal ‘tradire’ i curdi e dal mettere due suoi alleati regionali (turchi e curdi) in così forte contrasto? Prima di tutto, con il ritiro degli uomini, la possibilità di mantenere una promessa della sua campagna elettorale?

Esattamente, sicuramente anche tutte queste ambiguità derivano dal fatto che Trump, alla fine, credo voglia portare a casa una mezza vittoria, intenda salvare la faccia visto che tra poco più di un anno ci sono le elezioni. 

Negli Stati Uniti, c’è stata una critica sia dai democratici che dai repubblicani alla decisione del Presidente sulla Siria. Questa potrebbe ritorcersi contro Trump, minando la sua posizione già indebolita anche nel partito repubblicano?

Credo che Trump abbia fatto quello che politicamente credeva fosse più razionale cioè procedere al ritiro, che è la sua strategia annunciata in campagna elettorale. Ma in questi anni ha sempre agito da ‘cane sciolto’: è immediato con le parole e, tra l’altro, oggi dice una cosa, domani ne dice un’altra. Anche con la Turchia negli scorsi giorni: prima ha minacciato di devastarla economicamente in caso di intervento, poi ha fatto ricadere la colpa su Obama per aver preferito allearsi con un attore non statuale, i curdi, invece che soccorrere uno storico alleato, Ankara.

Poi c’è la questione della NATO: Trump usa la Siria come strumento per riavvicinare l’alleato turco che, negli ultimi anni, pare ‘flirtare’, anche acquistando armamenti, con Mosca.  

Sì. Credo che in politica internazionale ci sia anche questo aspetto. E’ un gioco psicologico perché la Turchia, ormai da anni, è molto più autonoma: con una spinta dopo il 2011, ma lo era già nel 2002, e addirittura a partire dalla fine della Guerra Fredda. Con la caduta del Muro di Berlino, infatti, il sistema internazionale congelato dell’era bipolare si è allentato e le stesse alleanze internazionali e regionali sono diventate più liquide. Per questo, io preferisco parlare, in riferimento a quella tra Russia e Turchia, di intesa tattica sulla Siria. E di fronte a questo che noi percepiamo come un voltafaccia della Turchia, gli Stati Uniti agiscono cercando di mettere pressione su Erdoğan per attendere quali mosse farà. Dopodiché, la Turchia resta un alleato strategico della NATO e per questo, secondo me gli Stati Uniti ma anche la Russia, alla fine, anche con il tramite della Turchia, riusciranno a trovare il modo di stabilizzare la situazione: quindi, per il momento Ankara farà la sua avanzata con le truppe di terra con la copertura aerea, avanzando in profondità per parecchi chilometri e a quel punto si troverà la quadratura del cerchio che sicuramente coinvolgerà anche la Russia e la Siria. 

Secondo l’ex inviato speciale per la campagna contro l’ISIS, Brett McGurk, «Erdoğan avrebbe costretto Trump a scegliere tra la Turchia e l’Iran». C’è anche questo elemento? 

Sicuramente. Come sappiamo l’Iran ha ormai creato la mezzaluna sciita che da Teheran arriva fino quasi alle porte di Israele e quindi c’è di certo anche la necessità di contenere la minaccia iraniana. 

Trump, poche ore dopo aver dato un implicito via libera a Erdoğan, ha minacciato la Turchia anche di sanzioni economiche nel caso in cui l’operazione non rispettasse certe regole. C’è una linea rossa che Ankara non deve superare per evitare di incorrere in una ritorsione statunitense?

La linea rossa non è stata tracciata. C’è probabilmente un gruppo di membri del Congresso americano, sia repubblicani che democratici, che stanno spingendo affinché gli Stati Uniti adottino delle sanzioni nei confronti della Turchia. Credo che una linea rossa non ci sia o, meglio, che gli Stati Uniti confidino nel buon senso turco. Non credo affatto che la Turchia abbia intenzione di operare un massacro del popolo curdo o, addirittura, di perpetrare un genocidio. Purtroppo ci saranno diversi morti, ma ad un certo punto si fermeranno. In quel momento gli Stati Uniti e la Russia, forse più Mosca, interverranno per fare in modo di stabilizzare la situazione e trovare un compromesso tra la Turchia e Assad.

In molti sostengono che anche la Russia abbia dato il suo via libera all’operazione di Ankara. Cosa ci guadagna Mosca da questa situazione e qual è il suo ruolo in questo momento?

La Russia è la grande potenza esterna che sta acquisendo sempre più potere in tutta la regione. Ha da guadagnarci quanto ad influenza politica su tutti gli attori: è ormai imprescindibile per chiunque che voglia avere a che fare con la Siria. La Turchia e la Russia non sono alleati strategici, ma sono rivali geopolitici, come lo erano prima del 2016. La stessa Turchia ha capito l’importanza del ruolo della Russia e che non si può prescindere da Mosca che non ha nessuna intenzione di mollare la propria presa sul regime di Assad perché da lì c’è tutto lo sbocco sul Mediterraneo, con quello che ne consegue anche dal punto di vista energetico: sia la Turchia che la Russia soffrono l’antagonismo che viene posto da parte dell’UE negli ultimi anni. Ciò ha portato questi due attori ormai da parecchio tempo a cooperare e la Russia ha avuto tutto il vantaggio di creare il progetto del Southstream, cioè far passare il gas in direzione dell’Europa dal attraverso il Mar Nero e la Turchia, bypassando la rotta ucraina. Ed è un modo per continuare ad esercitare influenza, sapendo che non solo la Turchia, ma anche altri Paesi dell’UE sono assetati di gas. Ecco perché la Turchia ha tutto l’interesse a non infastidire Putin visto che il 58% del gas e buona parte del petrolio che acquista proviene dalla Russia. Quindi da questa situazione la Russia ha solo da guadagnarci. 

Molti osservatori sostengono che, posto che occorre attendere di capire fin dove si spingerà l’operazione ‘Fonte di Pace’, la Russia, prima o poi, sarà costretta a prendere una posizione netta tra la Siria e la Turchia. Condivide oppure si può dire che eserciterà più che altro un ruolo di mediazione? 

Non è detto. Essendo l’attore più preponderante nella regione, eserciterà un ruolo di mediazione che, sebbene possa sembrare ambigua, è necessaria per una grande potenza che vuole assumere una posizione importante nella regione. Come fanno gli Stati Uniti che, per esempio, sono alleati della Turchia, ma anche di Israele, due Paesi che negli ultimi anni sono diventati acerrimi nemici. La Russia, probabilmente, farà la stessa cosa. 

L’Iran è destinato rimetterci solo in questa operazione? 

Si può osservare come il Ministro degli Esteri Zarif abbia subito condannato l’operazione: innanzitutto perché temono che con una guerra possa generarsi uno spillover. L’Iran, tra l’altro, ha tra i suoi principali nemici l’ISIS. 

I curdi dello YPG, vista l’incomparabilità con i mezzi a disposizione della Turchia, procederanno con la guerra asimmetrica? 

Esatto, la guerriglia è la principale arma di cui dispongono che verrà attuata grazie alla dotazione di mortai, cannoni o altre armi fornite dagli Stati Uniti o da altri. Fondamentalmente poi a livello tattico , l’ipotesi di ricorrere alla guerriglia è una delle ragioni che ha spinto la Turchia ad intervenire perché di fronte al ritiro americano, Ankara non poteva permettersi che questa safe zone non venisse costituita perché le scorribande a cui avrebbero presumibilmente assistito da qui in poi i turchi erano per loro intollerabili. 

A chi fa gioco la creazione di questa ‘zona cuscinetto’. Solo ad Erdoğan o anche ad altri attori?

Direi che anche ad Assad potrebbe essere utile questa zona cuscinetto. Secondo me il regime siriano, che nel frattempo ha riconquistato parte del territorio perduto ad ovest, una volta che ci si siederà al tavolo con la Russia, potrà pensare di ‘rosicchiare’ un po’ di territorio facente parte di questa zona cuscinetto. C’è poi lo scenario in cui i curdi potrebbero chiedere l’appoggio ad Assad, e questi, a maggior ragione, in cambio potrebbe volere che gli venga garantita una parte di territorio. 

Si parla di un grande progetto immobiliare che dovrebbe sorgere nella zona cuscinetto per ospitare i rifugiati. Ma chi dovrebbe pagarlo?

Probabilmente ci sarà la gara fra molti attori già influenti nell’area, la Russia, l’Iran, la Cina o la stessa Turchia. Quando Erdoğan minaccia di mandare in Europa i rifugiati, bisognerebbe capire quali sarebbero le tempistiche e in che modo. E poi non sono tutti curdi, ma la maggior parte sarebbero arabi. 

Anche perché non è detto che lo facciano volontariamente. Ma qualora venissero trasferiti, è possibile che si creino delle tensioni etniche?

Le tensioni etniche ci sono nel momento in cui ci sono degli ‘imprenditori politici’ che le sfruttano. Quando ci sono dei partiti o delle organizzazioni sul territorio che si propongono di rappresentare una religione o una nazione, a quel punto c’è la seria possibilità che queste tensioni si creino, soprattutto in una situazione in cui promiscuamente si trovino delle etnie diverse. E poi ci potrebbero essere motivazioni legate ai grandi numeri o al mancato accesso all’acqua o al cibo, cosa che è accaduta, in alcuni frangenti, a Istanbul dove ci sono cinquecentomila rifugiati. 

L’ONU parla già di 70-100.000 sfollati in Siria. La Turchia risponde parlando di «accusa fabbricata» e negando l’intenzione di modificare la struttura demografica dell’area in cui sta operando. Cosa si può dire a riguardo?

Il rischio di creare degli sfollati è una possibilità concreta. Dopodiché, le cifre possono anche essere amplificate, ma il pericolo di una tragedia umanitaria rimane. Programmi di modifica della struttura demografica non ci sono, almeno non ufficialmente, tuttavia se si spostano due milioni di persone cambia drasticamente la situazione, anche perché solo una parte di questi due milioni di siriani sono di etnia curda, si dice 300.000 individui pressappoco. 

La Siria rischia sempre di più di diventare, anche se in parte già lo è, un coacervo di sfere di influenza tra diversi attori?

Assolutamente sì e sarà un punto di cui dovrà farsi carico il nuovo regime, con l’aiuto delle potenze internazionali e delle potenze esterne, di scrivere una costituzione che rispetti di fatto tutti e che legittimi un qualche status di autonomia che già esiste nel Rojava. Di sicuro la Siria che c’era prima del 2011 non ci sarà più. 

Quale potrebbe essere la reazione di Bashar al Assad? Potrebbe cercare di sfruttare il momento per muoversi ad Est dell’Eufrate mentre le SDF sono impegnate?

Al momento, potrebbe anche decidere di rimanere a guardare la situazione. 

Il Vice Ministro degli Esteri siriano, Faysal Miqdad, ha definito il Presidente turco Erdoğan «un bugiardo» che «non ha il diritto di affermare che sta difendendo il popolo siriano o di puntare il dito contro altri per i crimini che lui stesso ha commesso contro i siriani». Potrebbe aumentare la tensione tra Damasco e Ankara? 

Molto dipenderà da quello che decideranno di fare i Curdi, se lo YPG deciderà di chiedere l’aiuto di Assad perché comunque, altrimenti, Damasco dovrebbe chiedere un lasciapassare alla Russia per mandare avanti l’esercito e l’aviazione. 

Sono lontani i tempi in cui Erdoğan auspicava la caduta di Assad. 

Certo e questo perché la Turchia ha a cuore che la sicurezza nazionale sia messa al riparo dal terrorismo islamico o curdo. Perciò, nel corso del tempo, Erdoğan si è reso conto della necessità di trovare un accordo con la Russia e di mantenere Assad al potere. In cambio, appunto, ha ricevuto l’assenso ad intervenire in Siria, come nell’operazione ‘Scudo dell’Eufrate’ avviata nell’agosto 2016. 

Le forze curde, quindi, potrebbero intraprendere dei colloqui con Assad?

E’ una cosa che si vocifera, ma non sono in grado di sbilanciarmi. Tra l’altro, i curdi hanno avuto buoni rapporti con la Russia quindi Mosca potrebbe fare sempre da tramite. 

Quale destino attende il Rojava? Qualcuno pensa possa sbriciolarsi? Cosa ne pensa?

Non credo. Qualcosina resterà in piedi: quando prima o poi tutto tornerà alla normalità, il Rojava una verrà riconosciuta come zona più o meno autonoma in uno Stato confederale siriano, un po’ come il governo del Kurdistan regionale in Iraq, anche se lì ha un’autonomia molto estesa. Tutto dipenderà dalle trattative. Nel Rojava, la minoranza curda continuerà ad esserci e si riorganizzerà politicamente nelle forme che verranno concordate. Ovviamente la Turchia si opporrà alla sopravvivenza delle milizie YPG: il PYD (Partito dell’Unione Democratica), potrà sopravvivere, ma dovrà essere smilitarizzato perché Ankara non potrà accettare che ai suoi confini ci sia ancora una milizia in grado di condurre una guerriglia e cooperare col PKK. Il PYD rimarrà e in qualche modo sopravvivrà a questa invasione militare: bisognerà capire se entrerà a far parte della vita politica siriana o se rimarrà un partito regionalista all’interno del Rojava. 

I curdi dello YPG parlano di «pugnalata alle spalle» da parte degli Stati Uniti. Era proprio necessaria, anche sminuendo il loro ruolo, questa ennesima giravolta nei confronti di quei curdi che per anni ha combattuto in prima fila l’ISIS?

Credo che questo faccia parte della politica ambigua degli Stati Uniti di Trump. Lo stesso Trump o un eventuale suo successore potrebbero comunque riportare le cose come erano prima e cioè come un’intesa tattica. Tuttavia, una situazione vissuta come un tradimento, difficilmente verrà dimenticata dai curdi. 

Forse gli stessi curdi hanno l’ennesima riprova che occorre guardarsi bene da alleati che poi si rivelano opportunisti. 

Assolutamente sì: da questo punto di vista, è difficile che i curdi potranno contare su qualcun altro. Anche con la Russia potrebbero trovare un alleato provvisorio. Dovranno contare molto su se stessi. 

Dovendo rivedere le proprie alleanze, dove guarderanno i curdi?

Dovranno, appunto, trattare con Assad e con la Russia. L’Iran, al momento, credo sia l’attore più difficile da interpretare in questo momento perché anche Teheran ha sempre avuto problemi con un movimento separatista curdo entro i propri confini nazionali. Ritengo più plausibile un’intesa con la Russia vista tutta l’influenza che Mosca ha in Siria.

Se i curdi sono il primo alleato tradito dagli Stati Uniti nella regione, chi può essere il secondo?

Già la Turchia credo si senta tradita sia dagli Stati uniti che dall’UE ed ecco perché reagisce così anche a livello verbale. 

E Israele può stare sereno? 

Non credo che l’alleanza con gli USA sia in dubbio, ma anzi la vedo l’unica cosa stabile in un Medioriente sempre più liquido. 

L’Arabia Saudita?

Al momento resteranno alleati, ma per il futuro bisognerà vedere. Anche l’Iran era alleato degli USA prima della Rivoluzione del 1979, oggi sono il loro principale nemico nella regione.

Vede possibile un ruolo di Trump quale mediatore tra Turchia e curdi?

Vedo più plausibile un ruolo da parte di Putin. 

Per quanto riguarda il cosiddetto Esercito siriano libero (Esl), alleato della Turchia, quest’operazione è un’opportunità, come sostengono i suoi portavoce?

Potrebbe essere effettivamente un’opportunità anche perché il popolo curdo, in senso monolitico, non esiste: solo una parte viene rappresentata dal PYD e dalle milizie YPG. Magari si doterà di una struttura politica o magari già ci sono in embrione che tenterà di accaparrare i consensi di tutti quei curdi che non si riconoscono nel PYD o nello YPG. 

Nell’ambito del processo di transizione politica in corso in Siria, Assad, a fronte di questa operazione, tende a vedere rafforzata la sua posizione?

Sì. Penso che comunque bisognerà aspettare che la situazione sia pacificata e che i combattenti jihadisti siano fuori gioco. 

A proposito di jihadisti, con la fuga dei curdi, c’è effettivamente la possibilità che l’ISIS possa rialzare la testa? 

Certo, ovviamente quando si crea un vuoto di potere o un’alterazione dello status quo, questo può essere colmato da una forza che trova in questa situazione una nuova linfa. 

Nonostante, dunque, le rassicurazioni di Erdogan e le affermazioni di Trump che ha affermato la sconfitta definitiva dello Stato Islamico, è possibile che possano essere messi in discussione i risultati di cinque anni di guerra?

Non credo. La guerra, se è servita, ha smantellato la struttura statuale dello Stato Islamico che si estendeva per diverse centinaia di chilometri tra Iraq e Siria. Tutte le battaglie sono servite a liberare le varie roccaforti jihadiste. E’ difficile mandare al macero i frutti di questi cinque anni, ma è possibile che i jihadisti approfitteranno per riorganizzarsi e magari, compiere nuovi attentati terroristici anche sul suolo turco. 

E’ un po’ un paradosso: Erdoğan, come molti sostengono, ha prima fatto passare i jihadisti con l’obiettivo di far cadere Assad e ora quei combattenti potrebbero tornare attivi, potendo colpire anche l’Europa? 

C’è anche questa possibilità, ma non credo che questo pericolo sia mai venuto meno in Europa. 

Erdogan minaccia l’Europa di aprire le porte e mandare tutti i 3,6 milioni di rifugiati che ospita sul suo territorio. Cosa ci dicono questi toni usati dal Presidente turco?

Secondo me bisogna distinguere il livello retorico di un leader politico e quello dell’azione politica reale. Non credo sia possibile che Erdoğan apra le frontiere e ci mandi indietro 3,6 milioni di profughi. E’ un modo per minacciare l’UE, manifestando un senso di inquietudine che serpeggia in Turchia. Esiste anche un motivo di carattere interno: il Presidente turco sta perdendo consensi negli ultimi tempi, il suo partito si è sfilacciato, diversi esponenti influenti sono usciti dalla sua formazione politica, annunciando la creazione di nuove forze che probabilmente entreranno in competizione con l’AKP. Questo crea dei problemi di consenso, che non sono immediati visto che il prossimo appuntamento elettorale è nel 2023, ma che comunque ci sono. 

E poi c’è la difficile situazione finanziaria turca con la necessità di far vedere alla Nazione che l’assistenza dei profughi sta per finire e le risorse verranno presto rimesse sul rilancio dell’economia.

Certamente. Da questo punto di vista, la situazione economica turca non è florida perché la disoccupazione è a doppia cifra, l’inflazione cresce e le famiglie perdono il loro potere d’acquisto. Tra l’altro l’ipotesi delle sanzioni da parte dell’UE è sul tavolo e la retorica nazionalista di Erdoğan ha l’obiettivo di cementare il consenso, anche attorno a questa operazione militare. 

Secondo Lei, ha fatto bene il Ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, a convocare l’ambasciatore di Ankara a Roma? 

Credo sia una questione di rito: da Ministro degli Esteri di un Paese che, insieme all’UE, condanna l’operazione, convoca l’ambasciatore per ribadire ufficialmente la posizione di condanna.

Alla mossa di Erdogan è possibile, come ha auspicato il Premier italiano Giuseppe Conte, che l’UE risponda con una sola voce, resistendo a quelli che il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha ribadito essere inaccettabili ricatti che fanno dei «rifugiati delle armi»?

Questo è quello che tutti sperano, ma non solo riguardo all’operazione di Erdoğan. Si spera, ma la vedo difficile: o abbiamo dei politici illuminati che decidono di superare le divisioni nazionali per contare di più su tutti i teatri geopolitici oppure la situazione rimarrà così divisa. Ci potrebbe essere l’iniziativa di un Paese come la Germania. Purtroppo, è un discorso più generale che riguarda le divisioni interne all’UE.

Divisioni che Trump sa sfruttare di più. 

Anzi, l’unico motivo di unione potrebbe essere proprio quello di stabilire delle sanzioni. 

La Svezia chiederà l’introduzione di un embargo Ue alla vendita di armi alla Turchia nella riunione dei ministri degli esteri europei di lunedì, ha spiegato la ministra degli esteri Ann Linde dopo un’audizione di fronte alla Commissione affari europei del Parlamento che ha sostenuto all’unanimità la sua proposta. L’Olanda pare avere annunciato lo stop all’export di armi verso Ankara. La proposta svedese potrebbe essere uno strumento efficace? 

E’una minaccia che potrebbe non essere molto credibile. 

Ritiene a rischio l’accordo sui migranti tra UE e Turchia?

No, non credo. Ma ci vorranno politici illuminati e responsabili che la riprendano in mano con fermezza, costringendo Erdoğan a trattare anche su altri dossier come quello della restrizione dei diritti umani in Turchia.

Oggi il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, si è recato ad Ankara, esprimendo alla Turchia la «grave preoccupazione sul rischio di destabilizzazione della regione» e sollecitando un’azione «con moderazione». Parole che l’ex Premier italiano, Massimo D’Alema, ha definito «imbarazzanti». Lei cosa ne pensa?

Non mi sembrano parole imbarazzanti. Mi sembra una posizione di mediazione del Segretario di un’Alleanza che richiama un alleato a non eccedere violando le norme del diritto internazionale, facendo diventare ‘Fonte di Pace’ un’operazione di conquista. 

Il Ministro degli Esteri turco ha affermato di aspettarsi dalla Turchia una solidarietà «netta e concreta». In cosa potrebbe consistere?

Forse l’invocazione dell’articolo 5, come qualche analista sospettato ultimamente ha sottolineato. Non è un caso che Stoltenberg inviti alla moderazione perché è un articolo che si può invocare se ce ne sono le premesse dal punto di vista giuridico. Magari la Turchia vuole creare l’occasione propizia. Certo è una china scivolosa, poiché ufficialmente vengono percepiti come gli ‘invasori’. Erdoğan ha capito che la Turchia è un partner geopoliticamente indispensabile. Sfrutta la posizione geografica del suo paese e la stessa liquidità della politica internazionale per vedere fin dove riesce a spingere la competizione fra Russia e Stati Uniti, sulla quale sta giocando molto, come illustra la questione dell’acquisto del sistema di difesa missilistico S-400. Ma queste continue provocazioni rappresentano comunque un gioco molto pericoloso. 

Il Pentagono ha rilasciato un comunicato in cui ha ribadito le conseguenze in cui può incorrere la Turchia. Il fatto che alcuni alleati NATO, dall’Italia alla Francia, si siano lamentati dell’operazione non rischia di minare in una certa misura la coesione politica dell’Alleanza? 

Penso che gli alleati europei della NATO facciano ognuno il proprio gioco e i propri interessi. Dopodiché, dal punto di vista della NATO, Stoltenberg ha ribadito una cosa ovvia e cioè che si faccia tutti parte di un’Alleanza per la quale, nonostante il sostegno alla Turchia, la minaccia principale è Daesh che potrebbe riorganizzarsi per compiere altri attentati. 

Sempre l’ex Premier italiano Massimo D’Alema ha dichiarato che «in Siria è in gioco l’autorevolezza delle grandi democrazie e del mondo occidentale. E purtroppo non si può contare sugli americani che sono nelle mani di una leadership il cui grado di credibilità è vicino allo zero». Inoltre, ha aggiunto, «quello che Erdogan vuole cancellare è ciò che di più simile ai nostri valori in quella parte di mondo». E’ d’accordo? 

Sì sono d’accordo perché quando Erdoğan si è candidato nel 2002 aveva dichiarato di aderire ai valori della democrazia occidentale e che l’AKP rientrasse nella categoria dei partiti democratico-conservatori. Erdoğan è un personaggio scaltro, che ha fatto per diversi anni il sindaco di Istanbul, e che conosce molto bene l’identità conservatrice e molto nazionalista del popolo turco. Questo ha portato a far emergere l’aspetto islamico nell’AKP con alcuni provvedimenti simbolici che il Presidente ha adottato nell’ambito dei costumi sociali. Ma il vero pericolo non è che la Turchia, ammesso e non concesso che sia mai stata una democrazia consolidata, subisca la reislamizzzazione delle sue strutture politiche, bensì sperimenti un’involuzione democratica. Con Erdoğan al potere la Turchia non sta diventando una teocrazia, ma sempre più un ‘autoritarismo di tipo competitivo’. Ma il rischio è sempre vedere le cose solo come ‘bianche’ o solo come ‘nere, ridurre tutto ad una dicotomia fra ‘bene’ e ‘male’, fra ‘occidente laico e progredito’ e ‘islam retrogrado’. Una visione orientalista alla base di prospettive assai popolari negli anni Novanta e che ha determinato gran parte dei disastri in Medio Oriente dopo gli attentati dell’11 settembre.

Cosa aspettarsi dal vertice della Lega araba che si riunisce tra poche ore?

Certamente ci sarà una presa di posizione da parte dell’Arabia Saudita che ha condannato l’operazione e che ci tiene a rilanciare la propria immagine, magari un po’ sbiadita negli ultimi tempi nel mondo musulmano. Un’ Arabia Saudita che ha ben poco da insegnare alla Turchia visto quello che sta combinando in Yemen.

E’ pronto Erdoğan a subire anche le sanzioni? In altre parole, il ‘gioco vale la candela’?

Credo che Erdoğan punterà a provocare gli alleati come ha fatto negli ultimi anni, muovendosi a 360 gradi. E’ un po’ l’upgrade della ‘dottrina Davutoglu’ che propugnava una politica estera multidimensionale per la Turchia, in grado di muoversi, appunto, a 360 gradi, negli scenari geopolitici più diversi del futuro. Una dottrina che rilanciava l’idea di una Turchia benevola, ma che è fallita tra il 2010, con il caso ‘Mavi Marmara’, e il 2011, con le ‘rivolte arabe’. Un’immagine che, però, Erdogan riprende, ma a suo modo, approfittando di alleanze non nitide in Medioriente per fare i propri interessi e trovare in ogni situazione che si crea, come questa in Siria, convergenze con i Paesi che sono pronti a sposare gli interessi turchi.

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