domenica, Novembre 17

Siria: la guerra è finita? Dopo la caduta di Daesh, molte ombre si stagliano sul futuro della Siria

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Mentre Daesh sembra essere stato definitivamente sconfitto ed aver perso tutti i suoi territori in Siria ed Iraq, la situazione a Damasco sembra tutt’altro che pacificata. Gli scontri tra il Governo di Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia, e le forze dell’opposizione sono all’ordine del giorno e nel quartiere di Ghouta, un sobborgo i Damasco in mano a forze opposte al regime, l’assedio dei lealisti sta provocando una grave crisi umanitaria.

Il Paese, a questo punto, dovrebbe tentare di avviarsi verso una normalizzazione che lo possa traghettare ad una nuova fase; purtroppo, gli interessi dei grandi attori internazionali nell’area sono tutt’altro che compatibili tra loro: da una parte ci sono gli Stati Uniti, dall’altra la strana coalizione formata da Russia, Turchia ed Iran che, al proprio interno, vede comunque delle posizioni alquanto differenti.

Il prossimo incontro diplomatico dovrebbe svolgersi a Vienna, anziché a Ginevra, tra il 24 ed il 26 o tra il 26 e il 27 gennaio. L’incontro, promosso dalle Nazioni Unite, si propone come alternativa all’incontro di Soči (29-30 gennaio), patrocinato da Mosca con il sostegno di Ankara e Teheran: secondo i rappresentanti delle opposizioni siriane, però, l’asse tra Russia, Turchia ed Iran è troppo sbilanciato in favore di Assad. Per questo, è molto probabile che le opposizioni siriane boicotteranno l’incontro di Sochi, privandolo di valore politico. In ogni caso, prima di prendere una decisione definitiva a riguardo, i rappresentanti delle opposizioni hanno deciso di aspettare l’esito dell’incontro a porte chiuse tra i rappresentanti di Russia, Turchia ed Iran, che si terrà il prossimo 19 gennaio: una volta chiarita l’impostazione della conferenza di pace, le opposizioni decideranno se partecipare o meno. Resta comunque ferma la posizione secondo cui una soluzione reale del conflitto non possa che passare dall’intervento dell’ONU. Al contrario, il regime di Assad, fino ad ora, ha rifiutato anche solo di incontrare i rappresentanti delle opposizioni nelle sedi diplomatiche.

L’opposizione siriana, in ogni caso, è tutt’altro che unita. Uno dei suoi principali gruppi, la Coalizione Nazionale Siriana (CNS), nonostante si opponga al Governo di Assad, è politicamente legata alla Turchia; il fatto ha due conseguenze principali: in primo luogo, la CNS non è contraria alla conferenza di Soči, tra i cui fautori c’è il Governo di Ankara; in secondo luogo, la vicinanza alla Turchia pone in CNS in contrasto con i gruppi armati curdi attivi nel nord-est del Paese. Negli ultimi giorni, infatti, i rappresentanti della CNS si sono espressi contro la proposta USA di instaurare una forza congiunta arabo-curda che gestisca i territori sottratti al califfato: il fatto che parte del territorio liberato dai miliziani venga amministrato dai curdi dell’Unione Democratica Curda (PYD) è considerato inaccettabile dalla CNS; non è un caso che Ankara consideri i curdi terroristi e stia ammassando truppe sul confine siriano proprio per eliminare quella che loro considerano una grave minaccia.

Secondo fonti curde, le forze turche avrebbero già intrapreso alcune azioni contro obbiettivi del PYD nella zona di Afrin; di conseguenza, i curdi richiedono l’intervento ONU nella zona al fine di evitare un nuovo riaccendersi del conflitto. Per ora le notizie degli attacchi vengono smentite da Ankara.

Un aspetto inquietante, che getta un’ombra minacciosa sulle prospettive di pace per il Paese, è dato dalla posizione del Governo di Assad nei confronti dell’alleato russo.

I russi hanno da subito difeso Assad indicandolo come l’unico attore in grado di impedire il caos e la conseguenza ascesa di gruppi terroristici. In quest’ottica, Mosca non ha risparmiato a Damasco aiuti sia militari, risultati fondamentali nella sconfitta del califfato, che politici, difendendo a spada tratta il Presidente siriano nelle sedi diplomatiche internazionali. Superata la fase della minaccia islamista, però, l’interesse della Federazione Russa è che ci si avvii ad una normalizzazione che, grazie al capitale politico accumulato durante gli anni della lotta a Daesh, possa permettere al Cremlino di giocare un ruolo chiave nell’area.

Negli ultimi tempi, però, l’atteggiamento di Assad sembra andare in una direzione differente da quella auspicata da Mosca. Il rifiuto di dialogare con la gran parte dei gruppi di opposizione allontana naturalmente le prospettive di pace. Inoltre, sembra che a Damasco si sia trovato un modo per sfruttare le aree demilitarizzate, promosse dai colloqui di Astana, per concentrare le proprie truppe (non molto numerose, a dire il vero) su singole sacche di resistenza ed annientarle una ad una: si tratta di una strategia che prevederebbe tempi lunghi, oltre che un grande tributo di sangue, ma che garantirebbe ad Assad un potere privo di opposizione significativa.

A questo punto, i russi potrebbero decidere di abbandonare l’antico alleato, se non fosse che, da un punto di vista diplomatico e politico, hanno investito molto sulla sua difesa. Sembrerebbe, dunque, che il Governo di Damasco, convinto che Mosca si sia spinta troppo in là per poter cambiare posizione ed abbandonalo, stia mettendo in atto una propria strategia che non tenga più in conto i desideri del potente alleato.

Tra la nuova strategia di Assad, che si muove in maniera indipendente da Mosca e sembra voler annientare ogni forma di opposizione ora che la situazione è a lui favorevole, l’atteggiamento aggressivo della Turchia, che nella regione di Idlib minaccia di riaccendere un conflitto appena sopito per eliminare i suoi nemici curdi, e la possibile delegittimazione della prossima conferenza di Sochi, che potrebbe vedere l’assenza quasi totale delle opposizioni, il futuro della Siria sembra tutt’altro che roseo, la guerra tutt’altro che finita, le ombre tutt’altro che dissipate.

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