giovedì, Dicembre 12

Siria: inizia la corsa alla ricostruzione Iran e Russia raccolgono i frutti, gli USA scettici: "Assad non è affidabile"

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«Missione compiuta», questo il risultato dei combattimenti di Hezbollah contro le milizie dello Stato Islamico, cessati per alcuni giorni per permettere il riscatto dei prigionieri di guerra nella parte meridionale della Siria. Teatro complesso, che coinvolge Libano, Iran e Israele, ma che – anche grazie alle ‘de-escalation zones’ finalmente, e dopo anni di proposte, accordate tra Russia e Stati Uniti – sembra finalmente tornare alla pace. Fa eco agli sciti l’esercito libanese: il Colonnello Fadi Abou Eid ha affermato, trionfante, che «inizialmente, le truppe dello Stato Islamico sono state circondate. Nei due giorni scorsi li abbiamo distrutti, uccidendo 70 degli 80 soldati».

I soldati sciti libanesi aiutano dunque il Regime di Bashar al Assad a compiere un ulteriore ed ennesimo passo verso la pacificazione totale dello sventurato Paese, che ha ormai iniziato a essere meta dei rifugiati ‘di ritorno’: sfollati scappati e accolti a milioni nei Paesi vicini e che finalmente vedono che è tempo di tornare in patria.

Insomma, il clima, in Siria, è quello di un imminente ritorno alla normalità. Gli anni dello spettro del Califfato – per mesi vero e proprio Stato nello Stato -, dei sanguinosi bombardamenti su Aleppo, della lotta contro i separatisti curdi sembrano volgere al termine.

E’ naturale, dunque, pensare al futuro che attende il Paese, e che passa, per forza di cose, per la pianificazione di una mole colossale di lavori di ricostruzione della Nazione. Per la verità, il tema era già sul tavolo del Governo siriano da prima dell’estate, e gli alleati più lungimiranti della Siria erano da tempo pronti a ‘raccogliere’ il frutto del loro aiuto ad Assad.

Ora, però, il Governo fa sul serio e si dichiare finalmante pronto all’apertura agli investitori internazionali. Ha pochi giorni fa, il diciassette agosto, aperto, dopo 5 anni di assenza per ‘cause di forza maggiore’, a Damasco la ‘Damascus International Exhibition’, una fiera che ha due funzioni: la prima è quella di segnalare al mondo la vittoria finale di Assad (l’evento è stato riaperto, stando alle fonti ufficiali, «grazie al ritorno della calma e della stabilità nella maggior parte delle regioni»). la seconda è quella di aprire “agli affari” la Siria, ansiosa – e affamata – di investimenti stranieri: «vogliamo che questa fiera segnali l’inizio della ricostruzione», ha affermato Fares al-Kartally, il Direttore Generale.

Alla fiera ‘alcuni paesi sono più uguali degli altri’, per parafrasare Orwell. Posto d’onore all’evento – una tradizione nazionale dal 1954, e la fiera più longeva del mondo arabo –, naturalmente, va agli alleati del Regime: l’Iran è la nazione più presente alla fiera (quaranta aziende), e anche quella che con più impegno ha finanziariamente sostenuto Assad durante questi anni di guerra civile.

Solida anche la posizione del fondamentale alleato russo. Da tempo Mosca è tra gli attori più ‘ingombranti’ nello scenario siriano. Il numero di truppe del Cremlino è in costante aumento, e persino ora i russi inviano forze di polizia militare per mantenere al sicuro le aree recentemente liberate. Mosca ha inoltre patrocinato la ricostruzione di alcune moschee (il governo ceceno si sta impegnando a finanziare la restaurazione della Grande Moschea degli Omayyadi ad Alepppo) distrutte dal conflitto, e alcuni documenti mostrano contatti vantaggiosi con cui aziende del Cremlino si sono assicurate l’amicizia del Governo siriano in attesa del periodo post-bellico, stando a un’analisi di Neil Hauer. Già nel novembre 2016 Walid Muallem – ministro degli esteri di Damasco – assicurava ai russi «una ferma priorità nella ricostruzione della Siria». Si parlava di contratti per 850 milioni di euro.

E gli Stati Uniti? «Non guardate agli Stati Uniti se parlate di una ricostruzione nel lungo termine», ha dichiarato Brett McGurk, Inviato Presidenziale della Coalizione Internazionale anti-ISIS. L’America, nonostante alcune posizioni concilianti prese da Donald Trump prima dell’incidente di Shayrat, non digerisce la presenza di Assad al vertice del Regime siriano.

Gli Stati Uniti, stando alla posizione di McGurk, non vedono Assad come un partner affidabile, e auspicano elezioni – controllate da una commissione internazionale – e una nuova Costituzione per la Siria, prima di esporsi per dare il loro contributo a una ricostruzione del Paese: «la comunità internazionale non aiuterà la Siria finche non ci saranno delle autorità credibili». Stesso atteggiamento quello tenuto dalle maggiori ONG umanitarie internazionali come Oxfam e Save the Children.

Scettico anche Steven Heydemann, per il think tank americano ‘Brookings’. In un’analisi pubblicata sul portale, Heydemann sottolinea come gli aiuti, se non vincolati al “rispetto dei diritti umani” verrebbero semplicemente utilizzati da Assad per rinforzare la sua posizione ricompensando alleati – interni e internazionali – che sono rimasti al suo fianco lungo la guerra. Posizione, per altro, già più che solida, stando alle parole dello stesso Presidente siriano: «la Siria ha perso la sua migliore gioventù, le sue infrastrutture […] ma ha ottenuto una società più sana e omogenea», ha affermato Assad.

Insomma, finanziamenti, prestiti e aiuti post-bellici potrebbero rappresentare la proverbiale ciliegina sulla torta per il Governo siriano, che gli Stati Uniti non tollerano. L’analisi di ‘Brookings’ stila delle linee guida alle quali dovrebbero conformarsi gli aiuti degli Stati Uniti e dei membri della Coalizione.

Regola numero uno è quella di ‘bypassare Assad’, ed evitare, in sostanza, che il Governo abbia la possibilità di indirizzare capitali e fondi in modo strategico sulla base di considerazioni di puramente politiche e clientelari: «Ogni dollaro per la ricostruzione che toccherà il regime di Assad è vulnerabile alla corruzione, sosterrà i mali del regime, ne potenzierà la legittimità e contribuirà all’oscura visione di una ‘Siria più omogenea’». Puntare dunque a obiettivi e attori locali, per un approccio ‘bottom-up’ che «rifletterà i bisogni locali». Gli aiuti devono essere, nonostante le esigenze certamente pressanti, “slow and small”: fondi di grossa scala sono più vulnerabili al pericolo della corruzione e dell’inefficienza e anche il rischio di ‘inondare’ di finanziamenti comunità che faticherebbero a utilizzarli e ‘assorbirli’ è reale, e va ben ponderato.

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