lunedì, Maggio 20

Siria, incontro trilaterale ad Ankara: ecco cosa è successo Le tre Potenze impegnate in Siria, si sono incontrate ad Ankara. Per capire di cosa si è discusso, e i passi futuri, abbiamo intervistato Valeria Giannotta, professoressa di relazioni internazionali residente ad Ankara.

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La situazione in Siria continua a rimanere critica. I setti anni di guerra civile sono costati la vita a mezzo milione di persone, provocando una crisi di milioni di rifugiati in fuga verso l’Europa. Inoltre, il rompicapo politico siriano continua a rimanere senza soluzione. Il regime di Bashar al – Assad ha riconquistato significative parti di territori dai ribelli, e sembra sempre più vicino a riprendersi anche la Ghouta dell’ Est, area alla periferia di Damasco, sottoposta da diversi mesi ad un’incessante campagna di bombardamenti che da febbraio ha provocato un’ulteriore catastrofe umanitaria.

Nonostante gli attori locali coinvolti siano molti, saranno Russia, Turchia ed Iran ad interrogarsi sul futuro della Siria e, con molta probabilità a deciderne il futuro. Giovedì 4 Aprile, nella Capitale turca, i tre Presidenti delle maggiori forze in campo sul territorio siriano, si sono confrontati sui prossimi passi da compiere in Siria. Un incontro che ha messo di fronte tre agende all’apparenza differenti. Da una parte i sostenitori di Bashar al – Assad: Russia ed Iran. Mosca, fino ad ora, appare essere uno dei vincitori di questa guerra. Infatti, senza l’aiuto di Putin, il regime alawite sarebbe già collassato. L’Iran, da parte sua, grazie ad un significativo dispiegamento di forze proxy in territorio siriano, ed alla notevole esperienze in guerre asimmetriche, è riuscito a mantenere al Assad al potere, assicurando il preservamento dello status-quo siriano, ed un rafforzamento della sua presenza nel Paese. Dall’altra parte la Turchia, la cui posizione sul futuro della Siria è andata notevolmente oscillando nei sette anni di guerra. Ferma sostenitrice dei ribelli, e di una dipartita di Assad, Erdogan, negli ultimi mesi, si è dimostrato più incline ad una soluzione diversa, che potesse accontentare anche Russia ed Iran.

Le recenti operazioni nel nord della Siria, ad Afrin, hanno infatti ulteriormente cambiato lo scenario bellico siriano, portando alla formazione di nuovo scacchiere politico. Lo scorso Gennaio Ankara ha lanciato l’operazione Ramoscello d’Ulivo per liberare il Nord-ovest della Siria dalla presenza del YPG, Yekîneyên Parastina Gel, ala armata del partito curdo del PYD, Partiya Yekîtiya Demokrat‎, considerato un gruppo terrorista dalla Turchia. Anche se inizialmente riluttante la Russia ha appoggiato le operazioni di Ankara, seguita a ruota anche dall’Iran. La carta curda continua ad essere uno strumento volatile, messo sul tavolo a seconda delle necessità sul campo. In tal senso, data la priorità della Turchia nella lotta al YPG, la Russia potrebbe chiedere ad Erdogan di convincere i ribelli a deporre le armi, in cambio di un supporto di Mosca alla lotta contro il YPG, a cui Putin ha già dato il benestare.  

Un incontro che potrebbe dunque avere significative conseguenze per il futuro della Siria. A poche ore dalla dalla sua chiusura abbiamo intervistato Valeria Giannotta, ricercatrice e professoressa di Relazioni İnternazionali presso la Türk Hava Kurumu Üniversitesi di Ankara, esperta di politica estera turca e di Medio Oriente.

Quali sono stati i maggiori punti di divergenza e convergenza tra Iran, Russia e Turchia?

Sicuramente uno dei maggiori punti di scontro tra i tre Attori è stata la questione relativa all’assistenza umanitaria nella Ghouta orientale, più volte bloccata dalla Russia. La Turchia da parte sua ha proposto di allestire ospedali da campo al confine e di organizzare assistenza medica. Tanti, rimangono tuttavia i punti di accordo tra le tre Potenze. Putin ha riconosciuto lo sforzo della Turchia sui rifugiati, definendo la Turchia un caso straordinario, dovendo agire come primo punto di accoglienza per un così alto numero di persone. Un altro punto fondamentale è stato quello della preservazione dell’integrità territoriale della Siria, oltre al fatto di dover trovare dei corridori umanitari che permettano di assistere la popolazione locale. C’è inoltre da dire che Erdogan ha ribadito l’impegno della Turchia sui rifugiati, esponendo i numeri dello sforzo turco: 3 milioni e 500 mila rifugiati si trovano in Turchia, e 470.000 sono ora tornati in Siria. Un numero che dovrebbe aumentare nel momento in cui Ankara continuasse a mantenere sotto controllo la zona di Afrin. Dall’altra parte, la questione dei rifugiati ha portato Erdogan ad enfatizzare le promesse non ancora mantenute dell’Europa riguardo ai fondi mancanti per il supporto ai rifugiati. La lotta al terrorismo è stato un altro dei punti in comune, sono stati tutti concordi nel riconoscere che ci sono delle minacce dirette in Siria; Erdogan ha poi ribadito che non è possibile stabilire quando il terrorismo verrà debellato, e che lotteranno sia internamente che esternamente per eliminarlo, facendo quindi intendere che andranno avanti nella campagna in Siria.

Donald Trump ha annunciato il ritiro statunitense dalla Siria, ma alcune agenzie di Stampa hanno riportato che gli Stati Uniti stiano portando avanti la costruzione di basi a Manbij. Come vede la Turchia questa mossa?

Manbij diventerà la cartina tornasole, e da parte sua, dal punto di vista politico, la Turchia non può far altro che avanzare. Ankara potrebbe scontrarsi con gli Stati Uniti, ma c’è anche l’incognita della Francia. C’è da sottolineare che le truppe francesi stanno entrando in gioco a Manbij. Proprio in questi giorni una delegazione turca si trova a Parigi per discutere con Macron della situazione, anche a seguito del fatto che Macron, oltre ad essersi offerto come mediatore tra le milizie curde e quelle turche, reazione che non è piaciuta ad Erdogan, ha anche invitato a Parigi il co-fondatore del PKK, Salih Muslum. Una mossa certo indigesta alla Turchia che considera tutto ciò che è collegato al PKK o al PYG come organizzazione terroristica. Dalle parole del Presidente turco si evince che finché la minaccia terroristica non sarà debellata Ankara andrà avanti, non curante di quali attori si troverà davanti.

La presenza dell’Iran in Siria sta modificando la demografia del Paese, soprattutto attorno all’area di Damasco, e dei santuari sciiti. Qual è la posizione della Turchia a riguardo?

Innanzitutto va detto che la guerra dell’Iran, è una guerra di procura, attraverso il sostegno a determinati gruppi, ed è quindi una guerra di influenza. Iran e Turchia sono i due grandi leader in un Medio Oriente settario e frantumato in questo momento. Si siedono allo stesso tavolo per questione di convenienza, visto che la Turchia sta stringendo i rapporti con la russia ed è la russia che supporta l’ira, Teheran non può rimanere fuori dai giochi, un approccio ostile non sarebbe conveniente. Sicuramente, in un futuro prossimo esiste la grande incognita della sfera di influenza, una situazione che può essere riscontrata anche in Iraq. La Turchia, nel momento in cui dovrà continuare nell’ operazione verso Sinjar, a protezione anche dei turkmeni, bisognerà capire come questa azione verrà percepita da Tehran.

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