mercoledì, Febbraio 20

Siria, ieri, oggi e… domani? Il sesto passo della guerra in Siria, la contro-insurrezione

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Non si può raccontare una storia iniziando da metà libro o dalla fine. Eppure succede spesso quando si legge di Siria.  Ma è impossibile capire  gli eventi senza aver seguito una narrazione continua e il suo svilupparsi e trasformarsi nel tempo. Se annotiamo solo gli episodi che si succedono rapidi come la sequenza di spot pubblicitari al cinema: perdite e riconquiste di territorio da parte del regime o dagli oppositori armati, dichiarazioni degli attori esterni (i Paesi che sostengono uno schieramento o l’altro), formazione di nuove fazioni, abbiamo per forza un quadro confuso. Quando parliamo di  “crisi siriana” dobbiamo per forza ricordare le sue cinque fasi e quindi: le Proteste Pacifiche, la Lotta armata, l’ Internazionalizzazione della crisi, la Guerra civile, una quinta fase che potremmo definire di Trasformazione, caratterizzata dall’apertura, nell’autunno 2013, di un terzo fronte interno.

Le milizie infatti si sono frazionate in combattimenti fra brigate dell’Esercito Siriano Libero (ESL) e formazioni jihadiste. Queste ultime combattono anche contri  i miliziani curdi. Ora la Siria è entrata in una sesta fase, che potremmo definire di  Contro-insurrezione.  Anche se le formazioni jihadiste ( jihadismo, in senso contemporaneo,  può essere definito come estremismo islamico armato e in Siria, dobbiamo aggiungere, di matrice sunnita) continuano a combattere  le brigate dell’ESL per il controllo del territorio, con il fine della formazione  di uno stato islamico,  una parte dei civili siriani infatti sta reagendo perché non vengano dimenticati gli ideali delle rivolte. Questi civili (cristiani e musulmani) temono e sono vittime dei gruppi estremisti e cercano di opporsi alla violenza di milizie crudeli quanto il regime. C’è quindi una doppia “rivoluzione”.  Una contro il regime e una contro gli jihadisti  che – anche se combattono contro Bashar –  non combattono certo per ideali di libertà e dignità.

Senza dubbio questo è una schema semplificato perché, sul terreno,  il gioco delle forze è fluido, instabile. Ma almeno evita semplificazioni  più pericolose come, per esempio, quelle che dimenticano la prima fase delle rivolte non armate,  represse con violenza dal regime, o quelle che fanno partire  il conflitto dalla guerra civile o dall’arrivo dei gruppi jihadisti  (il cui afflusso massiccio dall’estero è da registrarsi dal 2012 e non dall’inizio delle rivolte nel 2011).

Intanto  la Siria è colpita da una delle crisi umanitarie più gravi al mondo: 140.000 vittime  e più di 7 milioni di profughi, tra sfollati interni  e  rifugiati all’estero. Un milione di questi,  in Libano,  secondo  gli ultimi dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Il numero  corrisponde  a un quarto della popolazione libanese residente nel Paese. Profughi siriani si trovano anche in Turchia, Iraq, Giordania;  in molte località siriane,  si registra una preoccupante emergenza legata alla mancanza di medicinali e di cibo.

La guerra siriana ha già contagiato il Libano e la Turchia. Il Libano è colpito dal punto di vista della sicurezza. Le milizie del partito sciita di Hezbollah combattono al fianco dell’esercito regolare siriano contro i ribelli sunniti.  E questo fatto crea destabilizzazione e problemi di sicurezza con attentati, scontri (soprattutto al nord del paese, a Tripoli,  e nella zona sud di Beirut)  fra sunniti e sciiti libanesi. Mentre sono continui gli incidenti alla frontiera turca. La tensione nei rapporti tra Damasco e Ankara, ha subito un’accelerazione con il recente abbattimento –  da parte della difesa antiaerea turca –  di un jet siriano nel nord della provincia di Latakia, con conseguente scambio di accuse fra i due Paesi.

Da metà marzo,  il regime di Bashar al-Assad ha  registrato alcune vittorie sul terreno, riconquistando  Yabroud,  un centro vicino alla frontiera con il Libano, e altri villaggi prima sotto il controllo dei ribelli. Ma la zona nord del Paese è invece controllata in parte dall’ESL, in parte dall’Isis (formazione jihadista legata ad al Qaida) e altri gruppi jihadisti,  in parte dai miliziani curdi. Nessuno vuole posare le armi. Tutti pensano di vincere, e per il momento non vi è uno schieramento che stia prendendo il sopravvento sull’altro in maniera netta. Dall’inizio delle rivolte,  l’esercito (nonostante le defezioni) è comunque rimasto  di base fedele a Bashar al- Assad. E questo fa la differenza. Anche per questo, Bashar al Assad è ancora al potere.

Il fallimento di Ginevra 2 ( l’incontro si è svolto in due sessioni, la prima fra il 22 e il 31 gennaio 2014, a Montreux , la seconda tra il 10 e il 15 febbraio a Ginevra, e la nuova crisi internazionale ( legata alla Crimea e all’ Ucraina)  che ha allontanato di nuovo la  Russia e Stati Uniti, dimostrano che non è possibile risolvere il dramma siriano attraverso  una soluzione politica.

Siria, domani. La diplomazia non è riuscita neppure ad  ottenere una tregua significativa. O la possibilità di far arrivare gli aiuti umanitari in vaste aree del Paese. L’ipotesi più plausibile per ora rimane quindi il perdurare, per un lungo tempo, di una guerra ogni giorno più crudele.

 

 

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