lunedì, Novembre 11

Siria: cosa vuole Trump? L’annuncio dell’amministrazione statunitense di volere procedere al ritiro ‘rapido’ e ‘completo’ le proprie truppe

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L’annuncio dell’amministrazione statunitense di volere procedere al ritirorapido’ e ‘completo le proprie truppe schierate in Siria ha colto di sorpresa osservatori e addetti ai lavori. La presenza militare USA nel tormentato Paese mediorientale è, oggi, di circa 2.000 uomini, formalmente impegnati in attività addestrative a favore delle forze locali nel contrasto del c.d. ‘Stato Islamico’ (IS). Proprio la sconfitta di IS è la ragione addotta dalla Casa Bianca per giustificare una decisione che CNN ha definito ‘bizzarra’. In effetti, dal momento della sua massima espansione, nel 2014, IS ha perso circa il 95% del territorio rivendicato (99% secondo il Pentagono), ripiegando gradatamente verso le aree al confine fra Siria e Iraq da cui aveva preso originariamente le mosse. Tuttavia, nonostante la caduta – simbolicamente importante – di Raqqa nell’ottobre 2017 e le sconfitte militari subite nella prima metà del 2018, proprio nella seconda parte dell’anno è stata rilevata una generale ripresa delle sue capacità operative. La consistenza delle milizie è ancora stimata nell’ordine di qualche migliaio di uomini e proprio la perdita del precedente ‘ancoraggio territoriale’ ha permesso loro di tornare a operare con tattiche di guerriglia sostenibili per tempi sostanzialmente infiniti.

Non stupisce, quindi, che sia fra gli osservatori, sia nel mondo politico, negli Stati Uniti e fuori, la mossa di Trump sia stata, nel complesso, poco apprezzata. Il Senatore Marco Rubio, da sempre critico verso la politica estera trumpiana, ha parlato di ‘grave errore dalle vaste implicazioni’ non solo nella lotta a IS, mentre il Sottosegretario alla Difesa britannico, Tobias Ellwood, si è detto in ‘profondo disaccordo’ con la decisione della Casa Bianca. Nei giorni scorsi, lo stesso inviato presidenziale per colazione globale contro IS, Brett McGurk, in un’intervista a margine del Doha Forum, aveva messo in luce i rischi di un disimpegno prematuro della comunità internazionale dalla Siria. Secondo fonti ONU, la forza attuale di IS ammonterebbe a circa 20/30.000 uomini, la maggior parte proprio in Siria e Iraq, cui sommerebbero, nella stessa regione, altri 10.000 uomini circa affiliati alle varie sigle della galassia qaedista. Sempre secondo le Nazioni Unite, IS sarebbe inoltre riuscito con successo a trasformare la propria struttura da quella di un proto-Stato agganciato in modo abbastanza solido alla dimensione territoriale, in un ‘network sotterraneo globale, con un nucleo indebolito ma pur sempre presente’ in Iraq e Siria e con affiliati regionali in Medio Oriente, Africa e Asia.

Non sono, però, solo le conseguenze nel campo della lotta al terrorismo a preoccupare. Il ritiro delle forze USA della Siria lascia mano libera a quelli che, nella regione, sono i grandi competitor di Washington, cioè Russia e Iran. La presenza militare in Siria – iniziata con i raid aerei del 2014, poi estesa con il dispiegamento delle forze di terra – assicurava, infatti, agli Stati Uniti una voce in capitolo nella definizione dei futuri assetti dei Paese, voce che l’ultima iniziativa della Casa Bianca rischia di indebolire in modo significativo. Il disimpegno di Washington rischia, inoltre, di influire sui delicati equilibri esistenti fra la Turchia e le forze curde, che hanno sinora sostenuto una parte importante nella lotta contro IS. Ankara, in particolare, ha sempre guardato con timore al consolidarsi del ruolo curdo in Siria; timore rafforzato della costituzione, nel 2014, di quella che oggi è la c.d. ‘Federazione democratica della Siria del Nord’ (‘Rojava’). La Turchia – che è attivamente impegnata a mantenere il Rojava ai margini della scena politica internazionale – ha imposto alla regione un rigido embargo economico e ha ventilato ripetutamente la possibilità di un intervento militare su larga scala, che anche la presenza degli Stati Uniti sul terreno ha contributo sinora a scoraggiare.

Anche se, secondo il Pentagono, i piani per il ritiro delle forze statunitensi sarebbero già stati elaborati, il rischio è, quindi, che la decisione del Presidente finisca per ritorcersi contro di lui. All’interno dell’amministrazione, essa si scontra con la posizione di figure importanti, come il Segretario di Stato, Mike Pompeo, e il Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton. All’estero, rischia di essere causa di frizioni con Israele, che nella presenza delle truppe in Siria vede una garanzia dell’impegno anti-iraniano di Washington. Dentro il Partito repubblicano, infine, non solo gli anti-trumpiani come Marco Rubio, ma anche congressmen in genere non ostili alla Casa Bianca come il Senatore Lindsey Graham hanno espresso il loro fastidio per una presa di posizione giudicata ‘troppo obamiana’. E’ vero che il ritiro delle truppe non significa la fine della presenza statunitense in Medio Oriente e che Washington – com’è stato rilevato – ha altri modi per esprimere la sua influenza nella regione. Tuttavia, una volta di più, la ricerca da parte del Presidente di un consenso immediato sembra mettere in dubbio le basi stesse della politica USA e sperperare un patrimonio di credibilità che ha sempre costituito uno dei grandi punti di forza di Washington sulla scena internazionale.

In questa prospettiva, anche le dimissioni del Segretario alla Difesa, James Mattis, assumono nuovo valore. Considerato vicino al mainstrem repubblicano, Mattis è stato spesso indicato, dopo l’arrivo di Pompeo e Bolton nel team presidenziale, come una delle poche figure ‘mature’ dell’entourage di Trump. La decisione sulla Siria (e il possibile ritiro di un significativo contingente dell’Afghanistan) ha messo, tuttavia, a nudo le differenze che esistono fra la sua visione del mondo e quella del Presidente. Per Mattis, promuovere il ruolo internazionale degli USA significa anzitutto mantenere una solida leadership, senza disdegnare l’uso della forza militare a sostegno dell’azione diplomatica. Per, Trump si tratta invece di perseguire una politica ‘delle mani libere’ che permetta di massimizzare i guadagni immediati. Quello che si sta consumando sulla presenza delle truppe in Siria ha, quindi, tutti i tratti dello scontro fra ortodossie confliggenti. Che piaccia o no, l’azione di Donald Trump mira ormai apertamente a rimodellare il ruolo e l’immagine degli Stati Uniti, inserendosi cosi, in modo forse inconsapevole, nelle orme di Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama. In fondo, l’unilateralismo del Presidente non è molto diverso dal ‘multilateralismo à la carte di Clinton, dell’‘unipolarismo’ di Bush o dalla politica dell’‘imperial understretching’ di Obama.

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