mercoledì, Settembre 30

Siria, conferenza a ostacoli

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Inizio accidentato per la Conferenza di pace di Ginevra 2, con la delegazione ufficiale siriana, rimasta bloccata per ore su un Topolev allo scalo di Atene, prima di volare in Svizzera.
Stando a fonti siriane, le autorità greche si sarebbero rifiutate di fornire il carburante necessario, concesso infine «solo in via eccezionale» per non incorrere in costose sanzioni internazionali.
Sui negoziati, pesa l’assenza dell’Iran, ammesso all’ultima ora dall’Onu e presto repentinamente escluso, pena il fortfait dell’opposizione siriana. «Ritirare l’invito a Teheran è stato uno sbaglio, ma non una catastrofe» ha tamponato il Ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, organizzatore con gli Usa della Conferenza in Svizzera, il 22 gennaio a Montreux e il 24 gennaio a Ginevra, dopo il veto di Washington alla Repubblica islamica.
Per il Cremlino, «Teheran poteva avere un ruolo nella risoluzione della crisi siriana». Da parte sua, il Governo iraniano ha definito irricevibili le condizioni americane. «Gli Stati Uniti hanno dimostrato invece un’irrazionale insistenza, noi invece non ne avevamo poste», ha commentato sui giornali il vice Ministro Amir Abdollahian. «Senza di noi le possibilità di una vera soluzione in Siria non sono poi così grandi», ha aggiunto un altro vice Ministro degli Esteri, Abbas Araghcì, alla tv di Stato, all’indomani del balletto di sì e no, «eravamo pronti a giocare il nostro ruolo, ma non accettiamo condizioni preventive con una soluzione e parametri definiti. Aspetteremo di vedere come si possa giungere unilateralmente a un accordo».
Ancora più netto il Ministro degli Esteri, Capo negoziatore per il nucleare ed ex Ambasciatore dell’Iran all’Onu, Mohammed Javad Zarif: Palazzo di Vetro si è rimangiato l’invito a Teheran alla Conferenza sulla Siria perché «sotto pressione».

Formalmente, attraverso i suoi portavoce il Ministero degli Esteri iraniano ha espresso l’augurio di una «ricomposizione pacifica della crisi, da risolvere politicamente e a livello nazionale. Una soluzione è realizzabile», se la «Conferenza di Ginevra 2 agirà sulla base del realismo e dei fatti, il terreno può essere un passo in questa direzione».
Ma il veto brucia e c’è amarezza per un’occasione sprecata. «L’Iran non si è impegnato sulle conclusioni di Ginevra 1. La sua auto-esclusione, benché temporanea, non fa ben sperare», ha dichiarato da Roma la titolare della Farnesina Emma Bonino.
Nulla toglie, comunque, che la delegazione del Presidente iraniano, l’iperattivo Hassan Rohani, a Davos in Svizzera per il World Economic Forum (dal 22 al 25 gennaio 2013), tenga, off the record, colloqui informali sulla Siria.
Come ha ribadito il russo Lavrov, l’escalation del terrorismo di al Qaeda in Siria è il «problema più importante da affrontare a Ginevra 2». Per l’Italia, la priorità è anche, innanzitutto, «ottenere una qualche tregua, per avviare tutte le operazioni umanitarie necessarie verso situazioni veramente drammatiche in diversi campi profughi», ha dichiarato Bonino.
Me terrorismo ed emergenza rifugiati, per il Ministro degli Esteri italiano, sono due emergenze collegate: «In milioni di rifugiati, tra donne e bambini trovano facile nascondiglio tutta una serie di altri signori. L’Italia è un Paese di transito e dove vanno a finire le cellule dormienti è una questione europea».

Intanto, il 22 gennaio partirà dagli Usa la nave Cape Ray che destinataria le armi chimiche siriane, dirette verso Gioia Tauro.
L’attracco dell’imbarcazione nel porto calabrese è atteso tra 10 giorni. I cargo danese e norvegese al largo di Latakia stanno invece ancora attendendo che il carico di agenti chimici raggiunga il molo siriano. «Non abbiamo certezza sulla data. Comunque, la nave con i container di armi chimiche non arriverà a Gioia Tauro prima di febbraio», ha comunicato il Presidente della Calabria Giuseppe Scopelliti.
Alla vigilia dei negoziati siriani, il clima in Medio Oriente è incandescente. Nel vicino Libano, un’altra forte esplosione è stata avvertita nella periferia di Beirut, roccaforte del movimento sciita filo-iraniano Hezbollah, in Siria, in campo al fianco dell’esercito di Bashar al Assad.
È il quinto attentato contro il Partito di Dio, dall’agosto scorso, il secondo nell’arco di un mese nella stessa strada. Il bilancio provvisorio del palazzo andato in fiamme è di almeno quattro morti e 27 feriti, l’attacco è stato rivendicato da Jabhat an Nusra, un gruppo qaedista operativo in Siria.
In Iraq, dove i jihadisti piantano bandiere penetrando in Siria, 26 condannati per terrorismo sono stati mandati a morte. Nella provincia occidentale di Al Anbar, intanto, prosegue l’offensiva dei miliziani qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), sunniti, contro le forze governative del Primo ministro sciita Nuri al Maliki.
Anziché stemperare le tensioni, Israele getta benzina sul fuoco, approvando, come anticipato, un piano per «la costruzione di 381 nuovi alloggi per coloni» vicino Gerusalemme est, nel villaggio di Givat Zeev, in Cisgiordania.
In Palestina, i servizi di sicurezza di Hamas, la fazione islamica al potere a Gaza, hanno dispiegato centinaia di uomini lungo il confine, nel tentativo di prevenire l’escalation delle ostilità verso lo Stato ebraico, con il quale vige il cessate il fuoco.

L’allarme terrorismo minaccia anche la Libia del post Gheddafi, retta da un governo ormai ostaggio delle brigate armate.
Dopo il rapimento dei due operai italiani, Francesco Scalise e Luciano Gallo, nella notte tra domenica e lunedì il cimitero italiano di Tripoli è stato assaltato, si sospettata da parte di nostalgici del regime: alcune tombe sono state danneggiate e una guardia uccisa.
Per il Ministro Bonino, la situazione in Libia è «sempre più compromessa». Governo e autorità sono «ormai senza il controllo del territorio». E il problema della sicurezza è, come per la Siria, centrale per l’Europa: «Milioni di persone trovano nella Libia un’autostrada senza controllo».
Il 21 gennaio, contestando il dossier sicurezza, gli islamici del Partito libico per la giustizia e la costruzione hanno annunciato il ritiro dei loro Ministri dal Governo del premier ad interim Ali Zeidan, sequestrato nell’ottobre scorso da milizie, in un tentativo di colpo di Stato.
Nell’Africa centrale, l’Unicef conta ormai in oltre mezzo milione gli sfollati del Sud Sudan: 494.000 sono ancora nel Paese, 86 mila sono fuggiti all’estero, a causa della guerra tra il Presidente e vice Presidente sudsudanesi.

In Thailandia, Stato di emergenza in vista del voto anticipato del 2 febbraio, a Bangkok e nella periferia della capitale per due mesi, per fermare le manifestazioni anti-governative in corso dall’autunno. Non si registrano tuttavia feriti.
Ma anche l’Europa ha grosse sacche d’instabilità. Sono sempre più pesanti gli scontri, riesplosi nel week end, in Ucraina tra manifestanti europeisti e le forze dell’ordine del Governo filo-russo. Secondo il Ministero dell’Interno, i poliziotti feriti sarebbero 120, 80 quelli ricoverati in ospedale.
A Kiev, i sostenitori del leader dell’opposizione, il pugile Vitali Klitschko, hanno innalzato barricate in centro e 31 di loro, in abiti scuri e mazze da estremisti di destra, sono stati arrestati. 35 i reporter feriti dall’inizio delle contestazioni.
Per i manifestanti antigovernitivi, si tratterebbe di infiltrati, provocatori pagati dal Presidente Viktor Ianukovich, per causare danni e screditare l’opposizione. Nonostante gli appelli di Stati Uniti e Unione europea (Ue) il Governo ucraino ha fatto scattare le leggi anti-dimostrazioni, con pene durissime per i manifestanti anche pacifici. «Il sostegno di Bruxelles all’opposizione è vergognoso. La situazione in Ucraina rischia di andare fuori controllo», ha ammonito il Cremlino. Ma non è previsto lo stato d’emergenza.

 

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