sabato, Agosto 8

Siria, Assad: «Raid aerei inutili»

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«I siriani non accetteranno mai che il Paese diventi una marionetta dell’Occidente. Questo è uno degli obiettivi principali della Siria». A dichiararlo è il presidente siriano Bashar al-Assad durante un’intervista a ‘Paris Match’ in uscita domani, e di cui l’agenzia ufficiale Sana pubblica alcune anticipazioni. Nel corso dell’intervista, Assad ha sottolineato come al momento la sua priorità sia salvare il Paese e ha assicurato che «restare presidente non è mai stato un mio obiettivo prima, durante o dopo la crisi”. “Un capitano – ha dichiarato – non pensa a vivere o morire, ma a salvare la nave perché se la nave affonda tutti moriranno».

Nella sua lunga intervista al settimanale francese Assad ha poi puntato il dito ai raid della coalizione internazionale a guida Usa contro lo Stato Islamico, «I raid della coalizione internazionale iniziati lo scorso settembre non stanno producendo risultati tangibili e sono insufficienti per contrastare la minaccia jihadista. Noi che stiamo conducendo la battaglia via terra contro l’IS non abbiamo percepito alcun cambiamento sul terreno”. Il rais siriano ha poi affermato che «non è possibile mettere fine al terrorismo con i raid aerei. Sono essenziali le truppe di terra che conoscono il territorio e possono reagire», specificando come la coalizione abbia fino ad ora negato un coordinamento con l’esercito siriano nella lotta contro i jihadisti«è per questo che non ci sono stati risultati tangibili dei due mesi di raid condotti dalla coalizione. Non è vero che i raid sono utili».

Tuttavia, non sono dello stesso parere i protagonisti della campagna anti-Is, che affermano come l’offensiva internazionale abbia ormai fermato l’avanzata dei combattenti di Baghdadi in Siria ed Iraq. Questo è quanto rivendicano in un comunicato i Ministri degli Esteri della sessantina di Paesi, compresa l’Italia, che fanno parte della coalizione internazionale e che si sono riuniti oggi a Bruxelles. I partecipanti – si legge nella nota- hanno comunque affermato che, perché abbia successo, «la campagna contro lo Stato Islamico richiederà tempo e una risposta sostenuta, unita e coordinata».

Rovente anche il fronte libico, con i Ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito, il Segretario di Stato americano, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e il Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Politici, che oggi si sono incontrati a Bruxelles per valutare la sempre più traballante situazione politica nel Paese nordafricano. Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, alla fine del Summit, ha espresso soddisfazione per la condivisione di responsabilità sulla situazione in Libia: «la strada resta difficile, ma siamo molto soddisfatti dai passi in avanti per la condivisione delle responsabilità nel teatro di crisi più delicato per il nostro interesse nazionale». Il Ministro, ha poi sottolineato che il comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro «è anche un avvertimento, per cui chi boicotterà il processo di dialogo andrebbe incontro a una reazione molto forte da parte dei nostri Paesi».

Summit a parte, sul terreno la situazione è tuttavia sempre più difficile e frammentata. A far da sfondo alle battaglie tra le milizie, ci sono poi gli inquietanti retroscena. Secondo un documento riservato pubblicato ieri dal quotidiano arabo in lingua inglese Asharq al-Awsat, varie personalità politiche e commerciali provenienti dalla Libia avrebbero tenuto nei giorni scorsi colloqui segreti al Cairo, per discutere su come isolare le milizie radicali che controllano oggi gran parte del paese nordafricano. Gli incontri sarebbero stati organizzati da islamisti moderati e sostenitori dell’ex regime di Muammar Gheddafi che, secondo il documento, sarebbero accusati dai Fratelli Musulmani di usare i ribelli «per favorire i propri interessi». Secondo la fonte citata, i colloqui sarebbero stati incentrati nella ricerca di soluzioni per neutralizzare la sigla militare Alba islamica, una serie di milizie affiliate alla Fratellanza Musulmana, nonchè il gruppo affiliato ad al-Qeda noto come Ansar Al- Shari’a. Il report sottolinea anche come vi sia una mancanza di consenso sul futuro ruolo dell’ex-generale Khalifa Belqasim Haftar, e sulla sua operazione anti-islamista, soprannominata “al-Karama”.

Intanto, in Israele, si prospettano quattro mesi al vetriolo, con la data per le elezioni anticipate che è stata fissata per il 17 marzo 2015, e con i deputati che oggi hanno deciso unanimemente per lo scioglimento della Knesset, il Parlamento israeliano. La convocazione di elezioni anticipate era stata proposta nella giornata di ieri dal premier Benjamin Netanyahu per via delle divergenze all’interno della coalizione di maggioranza. L’attuale governo era entrato in carica all’inizio del 2013 e fin da subito è stato spaccato da divisioni sulle principali questioni che il Paese si trova ad affrontare. A scatenare l’odierna crisi, l’opposizione del Ministro della giustizia Tzipi Livni e quello delle Finanze Yair Lapid alla controversa legge che intende dichiarare Israele “Stato ebraico”, definita dai due ministri centristi come un tentativo di Netayahu di ingraziarsi le formazioni ultra-ortodosse.

«Nella attuale situazione, con l’attuale governo, è impossibile guidare il Paese» ha detto ieri il premier israeliano annunciando nel corso di una conferenza stampa la propria decisione, e di fatto silurando i due ministri, entrambi leader di due formazioni di centro che compongono la ormai ex coalizione di governo. In particolare, Netayahu ha motivato la sua decisione affermando di non poter «tollerare un’opposizione proveniente dall’interno dell’esecutivo» e accusando i due ministri di avere provato a «compiere un golpe».

Alta la tensione in Yemen. Un gruppo legato ad al-Qeda ha rivendicato l’attentato compiuto stamani nella capitale Sanaa, contro la residenza dell’ambasciatore iraniano e nel quale ci sarebbero delle vittime. La rivendicazione, la cui autenticità non può essere ancora verificata, è apparsa sull’account Twitter del gruppo Ansar al-Sharia presente con numerose cellule all’interno del territorio yemenita. Nelle due righe della nota si afferma che un miliziano ha «parcheggiato una auto imbottita di esplosivo vicino alla residenza dell’ambasciatore iraniano e l’ha fatta saltare». L’esplosione, secondo l’AGI, è stata così potente che ha divelto la facciata della residenza e causato danni importanti agli edifici circostanti, rompendo i vetri delle case in un raggio di un chilometro.

L’attentato è avvenuto nel quartiere di al Hada, a sud di Sanaa, dove si trovano la maggior parte delle ambasciate e delle residenze dei diplomatici. In particolare, l’attentato è avvenuto vicino l’ambasciata francese e il quartier generale dei servizi segreti yemeniti. Nella zona, subito dopo l’attentato, oltre alle forze di sicurezza governative, sono arrivati anche miliziani del gruppo sciita Huthi, vicini all’Iran, che hanno aiutato a ripulire la zona dalle macerie e hanno organizzato la vigilanza. Si tratta del secondo attacco contro l’Iran quest’anno in Yemen; il 18 gennaio, il responsabile finanziario della legazione, Ali Ashgar Asadi, fu ucciso da uomini armati mentre lasciava la sua residenza. Un altro diplomatico iraniano, Ahmad Nour-Nikbakht, rapito a luglio nella capitale, è ancora in mano ai suoi rapitori che sarebbero, secondo fonti tribali, uomini di al-Qaeda.

Nel frattempo, negli Stati Uniti, secondo il ‘Wall Street Journal’, sono centinaia le “morti da polizia” avvenute negli ultimi anni e che sono rimaste “invisibili” nelle statistiche ufficiali. E’ quanto denuncia oggi il giornale statunitense che, sulla scia delle polemiche e le proteste provocate dalla decisione del Grand jury di non incriminare il poliziotto responsabile della morte di Mike Brown, ha analizzato i dati relativi agli anni 2007-2012 di 105 dei maggiori dipartimenti di polizia del paese, trovando oltre 550 casi di uccisioni commesse dalla polizia che invece non sono mai apparse nelle statistiche ufficiali. «Il risultato è che è quasi impossibile determinare quante persone vengono uccise dalla polizia ogni anno in America» conclude l’inchiesta pubblicata dal giornale americano, ricordando come la richiesta di una maggiore trasparenza pubblica su questo fronte sia sempre maggiore da quando, dopo l’uccisione del 18enne afroamericano disarmato, si è riaperto in modo drammatico il dibattito sulla brutalità della polizia, di cui sono principalmente vittime sospetti appartenenti alle minoranze.

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