giovedì, Ottobre 1

Siria: Assad non si ferma e l’Onu sta a guardare “L’umanità ha fallito di nuovo, siamo stati abbandonati”. Ci raccontano Nasser e Monther due attivisti Siriani residenti in Turchia, sopravvissuti all’assedio di Aleppo

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Bashar al – Assad è pronto a riprendersi la Siria e per farlo ha deciso di colpire uno degli ultimi enclave sotto il controllo dei ribelli. Il 18 Febbraio le forze del regime hanno iniziato un’intensa campagna di bombardamenti aerei nella Ghuta Orientale, che secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani avrebbe già fatto più 500 morti e migliaia di feriti. L’operazione, secondo ‘Al – Jazeera’, è la più violenta dei sette anni di guerra in Siria. L’intensità degli attacchi aerei ha portato ad una catastrofe umanitaria senza precedenti: 400.000 persone sono intrappolate senza acqua, cibo né medicinali.

Di fronte al dramma di centinaia di bambini morti sotto le macerie dei raid aerei, la comunità internazionale rimane impassibile, incapace di agire per fermare quello che Mounir Mustafa, direttore degli Elmetti Bianchi, ha definito in un’intervista al The Guardian’, «Il Giorno del Giudizio». D’altronde la complessità del mosaico siriano rimane indecifrabile, il mantra della rivoluzione contro Assad non è mai stato credibile: troppi gli attori esterni coinvolti, troppe le guerre di procura che in Siria hanno trovato un terreno fertile. La Russia continua a fare della Siria la sua rampa di lancio per riguadagnare prestigio sullo scacchiere della politica internazionale, facendo valere il suo potere di veto nelle risoluzioni contro Assad. Iran e Turchia, invece, anch’esse spinte da interessi nazionali, hanno fatto del conflitto siriano il teatro di aspirazioni regionali. Da una parte Teheran che vuole consolidare l’Asse della Resistenza e la sua presenza in Medio Oriente, in un continuum che va da Baghdad a Beirut. Dall’altra Ankara che con le operazioni ad Afrin, nel nord della Siria, mira non solo a chiudere la partita con ilYPG, Yekîneyên Parastina Gel, l’ala armata del PYD, Partiya Yekîtiya Demokrat, partito siriano curdo collegato al PKK,Partîya Karkerén Kurdîstan, ma a guadagnare diritto di parola sul futuro della Siria, forte dei 3 milioni di rifugiati siriani accolti sul suolo turco.

E proprio di fronte ai giochi di potere di potenze regionali e non, l’Onu continua a rimanere una forza inefficace. Il 24 febbraio, dopo svariati tentativi ostacolati dalla Russia, il Consiglio di Sicurezza ha finalmente raggiunto un accordo su un cessate il fuoco di 30 giorni, da implementare il prima possibile. Ma la decisione dal Palazzo di Vetro sembra non aver avuto alcun effetto nella Ghuta dell’Est, dove Assad, proprio poche ore dopo la votazione, si stava preparando ad un’invasione via terra. Già, le truppe di Assad si starebbero ammassando ai confini della città per prepararsi ad un’incursione. Gli aiuti umanitari auspicati dalla risoluzione dell’Onu sembrano ancora lontani dal poter raggiungere la zona assediata, dove migliaia di persone continuano a soffrire per la mancanza di beni di prima necessità, senza contare l’inadeguatezza degli ospedali, ormai ridotti ad un cumulo di macerie, nel trattare i molti feriti gravi.

Tuttavia, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza non prevede il cessate il fuoco contro i gruppi terroristici. «Le operazioni militari contro l’ISIS, Al-Qaeda e Al-Nusra», si legge nel comunicato diffuso dall’Onu, «non verranno interrotte». Una clausola che certo crea confusione e accentua un pericolo già largamente diffuso: l’impossibilità di stabilire con chiarezza chi siano i gruppi terroristici, dando via libera ad azioni sconsiderate del regime alawita.

Infatti, sia Damasco che Teheran continuano a fare leva sulla presenza di gruppi jihadisti per avallare le loro posizioni militari. Il Generale Baqeri, capo dello staff delle forze armate Iraniane, avrebbe dichiarato che l’Iran si impegnerà a rispettare il voto dell’Onu, ma non per quelle zone di Damasco che sono sotto il controllo di terroristi, ha riportato Tasnim News Agency’, aggiungendo che le operazione continueranno in quelle aree. Anche la Turchia ha affermato che supporterà la risoluzione nella Ghuta, ma le sue operazioni in Afrin non si fermeranno. D’altronde la strumentalizzazione della lotta al terrorismo non è nuova in questa guerra. Già nel 2012, all’apparire sullo scenario siriano della minaccia dell’ISIS, l’Iran aveva giustificato il suo impegno vicino a Damasco proprio per combattere l’avanzata jihadista e il suo ipotizzabile effetto spillover in territorio iraniano. Anche Assad, così come la Russia, nella sua incessante campagna aerea nella Ghouta orientale afferma di star operando contro il fronte di Al – Nusra, presente nella zona, e contro le altre postazioni tenute da terroristi.

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