giovedì, Dicembre 12

Siria, armi chimiche da Pyongyang field_506ffb1d3dbe2

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Bashar al-Assad_Ri Su Yong

 

Ai primi di luglio si concludeva, tra mille polemiche, la fase iniziale delle operazioni di smaltimento delle armi chimiche dismesse dalla Siria, sotto la supervisione degli ispettori OPAC, con il trasbordo dell’intero arsenale (per un totale di circa 800 tonnellate) a bordo della nave statunitense Cape Ray presso il porto di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria.

Appena due settimane prima, il 18 giugno, il Presidente siriano Bashar al-Assad aveva incontrato a Damasco Ri Su Yong (alias Ri Chol), Ministro degli Esteri della Corea del Nord, insieme ad altri personaggi di rilievo come Jang Myong Ho, Ambasciatore nordcoreano in Siria, e Walid al-Moallem, Ministro degli Esteri siriano.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale siriana ‘SANA‘, l’incontro si sarebbe focalizzato prevalentemente «sui mezzi per aumentare la cooperazione permanente tra la Siria e la Corea del Nord in vari campi, in particolare quello relativo allo sviluppo economico e al processo di ricostruzione»; auspicandosi lo sviluppo delle relazioni bilaterali a tutti i livelli, senza tralasciare l’ambito della cultura, della scienza e della medicina.

Ma a far vibrare così intensamente la diplomazia tra Damasco e Pyongyang sono ben altri interessi. Interessi che sono emersi ‘tra le righe’ delle reciproche dichiarazioni  -in maniera nemmeno troppo implicita-  nel corso dell’incontro di giugno. Nel corso della visita, infatti, il Ministro Ri Su Yong ha avuto modo di incontrare anche Wael al-Halaqi, Primo Ministro siriano, il quale ha evidenziato come entrambi i Paesi siano stati in grado per decenni di resistere ai tentativi di ingerenza e destabilizzazione da parte «dell’imperialismo americano e del sionismo»; elogiando «la volontà di vivere e la fermezza dei popoli di entrambi i Paesi», insieme alla loro capacità di «raggiungere l’autosufficienza», termine tanto caro agli esponenti del regime di Pyongyang, che proprio sul concetto di ‘Juche’ (che rimanda al principio della ‘self-reliance’ nazionale) fonda le proprie basi ideologiche.

Il Ministro nordcoreano Ri Su Yong ha poi fatto la sua parte, accennando alle «grandi conquiste fatte dal popolo siriano nella sua guerra contro il terrorismo» e al successo delle elezioni presidenziali in Siria, con la massiccia partecipazione da parte della popolazione; tutto ciò «nonostante il tenace tentativo da parte di alcune forze straniere per ostacolarlo».

È un segnale forte quello che i Governi di Pyongyang e Damasco   -entrambi colpiti dalle misure sanzionatorie di Bruxelles- hanno voluto lanciare al blocco delle «forze straniere» e ai loro alleati. Il segnale è quello di un evidente rafforzamento dello storico sodalizio tra i due Paesi, ulteriormente intensificatosi in seguito allo scoppio della guerra civile in Siria; che fa riaccendere i timori su un possibile rinfocolarsi del traffico illegale di tecnologia e materiale bellico, convenzionale e non, comprese armi chimiche e biologiche.

Il sostegno alla causa del Governo di Assad non si limiterebbe, infatti, a un mero supporto morale: già un anno fa, nel settembre 2103, Kim Kwan-jin, Ministro della Difesa della Corea del Sud, aveva reso noti i propri sospetti riguardo ai legami tra la Corea del Nord e la Siria per quanto riguarda lo sviluppo di armi chimiche.

Le autorità di Seoul stimano che la Corea del Nord (uno dei cinque Paesi a non aver aderito alla Chemical Weapons Convention, insieme alla stessa Siria) detenga tra le 2.500 e le 5.000 tonnellate di armi chimiche, tra cui anche il micidiale gas sarin.

L’esistenza di questo traffico tra Pyongyang e Damasco troverebbe testimonianza in diversi episodi. Come, ad esempio, l’intercettazione di un cargo, lo scorso aprile 2013 presso lo stretto dei Dardanelli, contenente maschere antigas, armi e munizioni. Secondo il quotidiano giapponese ‘Sankei Shimbun’, il capitano della nave, che batteva bandiera libica, dopo essere stato intercettato dall’intelligence turca avrebbe ammesso di essere partito dalla Corea del Nord e di essere diretto in Siria. Episodio che richiama quello già avvenuto nel 2012, quando la Corea del Sud operò il sequestro di un carico contenente equipaggiamento antigas nel porto di Busan; mentre nel 2009 era stata la Grecia a bloccare un cargo di contenuto simile.

Nel 2007, alcuni scienziati nordcoreani sarebbero rimasti coinvolti nell’esplosione dell’impianto di al-Kibar, colpito da un attacco israeliano, un sito che avrebbe ospitato il reattore al plutonio costruito con il supporto logistico della Corea del Nord (notizia che sarebbe stata confermata in seguito dall’ex vice-ministro della Difesa iraniano Ali-Reza Asgari); mentre all’inizio del 2013, lo stesso Osservatorio siriano per i diritti umani aveva rilevato la presenza di ufficiali nordcoreani impegnati a offrire «supporto logistico» durante lo svolgimento delle operazioni militari ad Aleppo. Altri segnali inequivocabili dell’esistenza di una cooperazione effettiva   -seppure di natura non ufficiale- tra i due Paesi.

Accomunate da radici ideologiche molto simili (un socialismo di stampo nazionalista, dei Governi dispotici dal carattere ‘dinastico’ ed ereditario, il concetto di ‘sovranità nazionale’ e l’avversione nei confronti dell’ ‘imperialismo occidentale’, in particolare quello americano), la Repubblica Araba di Siria e la Repubblica Popolare Democratica di Corea, le cui prime relazioni risalgono alla seconda metà degli anni Sessanta, hanno una lunga storia in materia di cooperazione militare. Basti pensare al supporto che la Corea del Nord fornì al Governo siriano nella guerra del Golan del 1967 e nell’attacco a Israele durante la guerra dello Yom Kippur nel 1973. Tale cooperazione si rafforzò ulteriormente nel corso degli anni Ottanta e Novanta, con l’avvio del commercio di tecnologia missilistica (è in questo periodo che viene messa a punto la tecnologia balistica degli SCUD) e materiale nucleare nordcoreano, a cui si aggiunge quello di armi chimiche.

Ma il fattore politico e ideologico non basta naturalmente a giustificare l’interventismo nordcoreano nelle vicende dell’alleato siriano. Il commercio di materiale bellico (unito al know-how) della Corea del Nord è, infatti, vitale tanto per Damasco, quanto per la stessa Corea del Nord, gravata economicamente dalle sanzioni ONU. Considerando poi il forte interesse verso il mantenimento del regime di Assad da parte di un altro importante attore regionale, ovvero l’Iran (comune alleato e partner commerciale per entrambi i Paesi), risulta chiaro che la solidità dell’ ‘asse’ Siria-Corea del Nord rappresenta, per Pyongyang, un guadagno non solo dal punto di vista economico, ma anche nell’ottica del rafforzamento della rete di alleanze della Corea del Nord nell’area mediorientale.

 

 

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