giovedì, Dicembre 12

Siri? Suvvia, siamo seri! Per fortuna è tornata l’educazione civica Costituzione, istituzioni dello Stato e dell'Europa ritornano sui banchi di scuola, festeggiamo con quel che fu, in punta di diritto, il 25 aprile, che appunto alla Costituzione ci porta

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Giuseppe Conte ieri ha dimissionato Armando Siri, e i due dioscuri si prendono a maleparole. Caos, aria di crisi, crisi congelata, ecc… dicono i commentatori politici. Suvvia, siamo seri! Non voglio sprecare tempo a ripetere quanto ho già detto un mucchio di volte: Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono legati da un patto di ferro, anzi, di sangue; entrambi sanno benissimo che sono legati a filo doppio, l’uno esiste solo se c’è l’altro. Entrambi vogliono solo il potere e il resto non conta. Salvini sa bene che senza Di Maio non gli resta che Berlusconi e la Meloni e quindi …. Di Maio, a sua volta, sa benissimo che una volta caduto il Governo, a parte che perderebbe immediatamente la ridicola qualifica di ‘capo’ del non-partito, non avrebbe alcuna alleanza possibile se non con il PD (ammesso e non concesso che il PD esista, ma facciamo finta) col quale dovrebbe ‘allearsi’, ma con il cappello in mano.
La situazione è tragica, ma non è seria.
Però, sia chiaro, tutto ciò non lo pagano loro, ma lo paghiamo noi tutti, leghisti e stellini inclusi: paghiamo noi l’immobilismo e quant’altro. È la nostra casa comune, che quei due stanno distruggendo: perché il litigio tra loro è finto e strumentale, ma i danni sono reali e concreti.
La situazione non è seria, ma è tragica.

Così, vorrei festeggiare a modo mio il ritorno a scuola dell’educazione civica come materia obbligatoria, con l’approvazione da parte della Camera (si spera che nel passaggio al Senato non ci siano intoppi) della legge che istituisce l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole, un testo che raccomanda in particolare attenzione a Costituzione (e Dio solo sa quanto serve), istituzioni dello Stato e dell’Europa, Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, elementi fondamentali di diritto, ecc….
Festeggio facendo un passo indietro di alcuni giorni, al 25 aprile, con un ragionamento tra storia (materia che per quanto d’obbligo è decisamente poco conosciuta, specialmente tra i nostri politic(ant)i, e infatti il dioscuro barbuto in questo 25 aprile ne ha dato prova) e diritto.

Sono ben certo che se chiedessi ad un giovane, diciamo di 40 anni (!), che cosa è stata la seconda guerra mondiale e, figuriamoci, cosa sono stati la Resistenza e il 25 Aprile 1945 in Italia, riceverei in risposta sguardi preoccupati e interrogativi e magari anche infastiditi.
E non scherzo affatto.
Ho fatto il docente di diritto internazionale all’Università per una vita, e non una volta per sbaglio, ma di frequente ho dovuto constatare che gli studenti non erano arrivati alla seconda guerra mondiale! Questa è stata ed è la nostra scuola, va detto chiaramente -anche se è come parlare a dei sordi (posto che chi dovesse ascoltare sappia della seconda guerra mondiale o anche della prima!)-, perché purtroppo la nostra politica degli ultimi decenni non ha fatto nulla per la scuola e per l’Università, oltre a facilitare le cose a danno della cultura, ma moltiplicando la burocrazia, ridurre gli esami a farse, ridurre, specie nella scuola, i professori a operatori demotivati e spesso insultati da studenti e genitori degli studenti.

E dunque, non molti sanno che, dopo le vicende convulse seguite alla resa (pardon: armistizio) dell’Italia agli ‘Alleati’, l’Italia, di fatto, restò divisa in due parti di cui quella settentrionale resterà per ancora molto tempo sotto controllo dei tedeschi, non più alleati, ma occupanti, salvo, solo formalmente, ad essere alleati della Repubblica di Salò, dove continuò a ‘governare’ Benito Mussolini: quello che il diritto internazionale chiama un ‘governo fantoccio’. In quella parte di Italia, si sviluppò una delle poche cose di cui noi italiani possiamo e dovremmo vantarci ogni ora della nostra vita: la Resistenza popolare sia alla occupazione tedesca, che al residuo regime fascista.
Anche nel Meridione non mancò la ribellione, ma lì l’occupazione degli Alleati fu molto rapida e si poté instaurare un governo italiano provvisorio, per così dire, senza bisogno di ricorrere alle armi, o meglio, con un ricorso molto contenuto ad esse.
Nel Nord, invece, l’opposizione al fascismo e ai tedeschi fu molto più organica e strutturata, e specialmente assunse le forme di una guerra vera e propria, una guerra cosiddetta ‘partigiana’, oggi diremmo una ‘guerriglia’. Guerra fatta per lo più di attacchi di sorpresa, attentati, eccetera, considerati dai fascisti e dai tedeschi azioni penalmente perseguibili, con le note terribili conseguenze.
Ciò, in contravvenzione alle norme del diritto internazionale, che, in virtù del principio di autodeterminazione, considerano la ribellione ad un regime oppressivo e antidemocratico una legittima pretesa, per cui, in quel caso, l’uso della forza da parte delpopolo in lottaè lecito.

Proprio, se non esclusivamente ma certo principalmente, sulla base della esperienza della Resistenza italiana e del Maquisfrancese (molto meno strutturato della Resistenza italiana) l’articolo 3 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 («conflict not of an international character») prevede esplicitamente l’assimilazione alla guerra tradizionale di quella popolaredi resistenza’; norma, a sua volta precisata nell’art. 1.4 del Protocollo alla citata Convenzione del 1977 («armed conflicts which peoples are fighting against colonial domination and alien occupation and against racist regimes in the exercise of their right of self-determination»). Ciò per segnalare, non solo il fatto che in qualche modo noi italiani abbiamofatto scuola nel fare introdurre nel diritto internazionale l’idea che un popolo che lotta per l’autodeterminazione, lo fa del tutto legittimamente e il principio è stato poi usato moltissime volte, da Cuba al Vietnam, dall’Algeria alla Palestina, ecc. e specialmente fa parte di una Dichiarazione importantissima delle Nazioni Unite, ormai considerata una norma fondamentale, la Risoluzione 2625 del 1975-, ma che comunque quella svoltasi in Italia durante la seconda guerra mondiale è stata, a tutti gli effetti, una vera e propria guerra, con la conseguenza per la quale le esecuzioni dei partigiani (per non parlare delle rappresaglie contro la popolazione civile) furono atti illeciti, insomma, assassinii, non atti di ‘giustizia’.

Illeciti, ripeto, perché quella partigiana fu una vera e propria guerra, regolata dal dritto internazionale di guerra, che considera i membri delle forze armate, ‘regolari’ o non e perfino in divisa o non, avversarie dei ‘combattenti’, e ne regola il comportamento reciproco con particolare riferimento alla qualifica del combattente nemico catturato come ‘prigioniero di guerra’, non suscettibile, appunto, di condanne ma solo di restrizione della libertà fin tanto che dura la guerra.

Mi ha sempre sorpreso lo stupore e anche le critiche a quegli storici che, vedi ad esempio Claudio Pavone, qualificano la ‘guerra partigiana’ per quello che è: una guerra civile, tra persone della medesima cittadinanza nell’ambito del medesimo Stato. Che poi, alcuni di quei combattenti (non tutti) siano incriminabili per ‘crimini di guerra’ (ad esempio il generale Kappler e tanti altri) o per crimini contro l’umanità (vedi Kesselring, ad esempio, per avere condotto in Italia la persecuzione degli ebrei oltre a quella dei partigiani), non elimina il dato di fatto per il quale quella fu una guerra, sottoposta alle regole comuni del diritto internazionale di guerra. E fu, per usare una espressione un po’ retorica forse, ma perfettamente corrispondente alla realtà, una ‘guerra di popolo’, condotta da molte migliaia dipartigianiin armi, e da molte altre migliaia di italiani che li proteggevano, li sfamavano, li rifornivano di armi, fornivano informazioni sugli spostamenti delle truppe tedesche e italiane-fasciste e, infine, spesso ne pagavano le conseguenze attraverso le rappresaglie.

Il 25 Aprile 1945, il Comando generale delle forze partigiane (esisteva cioè un comando unico di tutte le forze armate partigiane!) dichiarò l’insurrezione generale in Italia, dato che ormai la guerra volgeva al termine e tedeschi e fascisti erano in rotta, e in pochi giorni i partigiani assunsero il potere in Italia del Nord, mentre il Governo da Salerno si era spostato di nuovo a Roma (liberata dai tedeschi il 5 Giugno 1944, ad Agosto del 1944) e poteva governare sull’intera Italia.
Le forze partigiane, in particolare, rappresentano un fenomeno molto importante perché sono il simbolo della unità nazionale, in quanto composte da tutte le forze politiche contrarie al fascismo, che, pur tra profonde divisioni ideologiche, riuscirono a trovare la necessaria coesione.

Sulla base della unità nazionale così raggiunta -la festività fu instaurata il 22.4.1946- si definirono i principi fondamentali di quella che sarà, pochi anni dopo (nel 1948, per la precisione fu votata il 22.12.1947 e pubblicata il 27.12) la nostra nuova Costituzione, che scaturisce proprio dalla lotta del popolo italiano contro il fascismo. Per questo motivo, sia il Presidente della Repubblica, che i Ministri eccetera giurano fedeltà alla Costituzione, cioè ai principi scaturiti dalla rivolta popolare vittoriosa contro il fascismo il 25 Aprile 1945, e dalla istituzione della Repubblica.

Va senza dire, e senza polemiche inutili, che un Ministro della Repubblica, che ha giurato sulla Costituzione, commette un atto molto grave contro la Costituzione stessa se rifiuta di partecipare alla cerimonia che ricorda quella data e quegli avvenimenti.
La cosa in sé sarebbe solo irrilevante e volgare se non contenesse, implicita ma dichiarata da molti, la volontà di non riconoscere quella data come l’atto fondante del nostro attuale Stato, fondato sulla Costituzione, interamente nuova rispetto alla precedente, improntata ai valori della lotta contro il fascismo. Non voglio dire che si tratti di ‘tradimento’, ma certo di una affermazione del tutto eversiva e volgare verso chi per quelle idee, e le conseguenti regole, ha combattuto.
Ciò non toglie che sia perfettamente legittimo -benché irrispettoso verso i tanti morti per la realizzazione della Repubblica italiana se fatto in dispregio di quella data simbolica- ritenere che quella data non corrisponda alla vera fondazione dello Stato italiano, o quel che si vuole ed operare perché le cose (non la storia!) vengano cambiate anche da chi da quella vittoria e da quella Costituzione ricava la possibilità di affermare liberamente le proprie idee, purché, però, ciò venga fatto nel rispetto delle attuali regole, che, fin tanto che sono tali, sono le regole della Repubblica italiana.
Poi ciascuno è titolare della propria rozzezza e della propria ignoranza, e ne risponde a se stesso.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.