venerdì, Agosto 7

Singapore e l’acqua, il petrolio del Terzo Millennio La città asiatica non ha fonti idriche. Così, oltre a importare acqua, ha imparato a riciclarla e a desalinizzare quella del mare

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Come rifornire d’acqua il secondo Paese più densamente popolato del mondo,  con una popolazione di 5 milioni e mezzo di abitanti, privo di falde acquifere naturali, di grandi fiumi e laghi? Singapore, ex colonia britannica, è situata sulla punta meridionale della penisola malese, nelle immediate vicinanze dell’equatore. La città-Stato, moderna e tecnologica, è una delle dieci città più ‘green’ del mondo, con un importante ruolo nel commercio internazionale e nella finanza. L’acqua, però, è sempre stata una sfida per questa città.

Nel 1961 Singapore firmò il primo contratto con la Malesia per garantirsi l’importazione di acqua fino al 2011. L’anno seguente, nel 1962, fu stipulato un secondo trattato che scadrà nel 2061, dopodiché l’accordo non sarà più rinnovato. Ma Singapore, già da tempo, punta a fare sempre più da sé.

Il suo modello è basato sue tre componenti: raccolta della pioggia, desalinizzazione dell’acqua marina e riciclo delle acque reflue. Un quinto dell’acqua arriva dal cielo, il piano è di arrivare a impiegare due terzi della superficie di Singapore per la raccolta d’acqua. L’acqua desalinizzata, invece, contribuisce per un decimo del totale, ma crescerà fino al 30 per cento nel 2060.

E infine parliamo del recupero dell’acqua finita nello scarico della doccia, del gabinetto o finita del lavandino. Essa viene sottoposta a un elaborato processo di depurazione, in cui vengono eliminati tutti i batteri, filtrando l’acqua più volte, attraverso un processo chiamato ‘osmosi inversa’. Poi, l’acqua viene esposta ad alte intensità di raggi ultravioletti e perossido di idrogeno (acqua ossigenata). In seguito, vi si aggiungono dei minerali, prima di scaricarla nel terreno o in laghi sia artificiali che naturali. Alcuni mesi dopo l’acqua torna nelle case. Questo processo di riciclo viene chiamato ‘toilets to tap’, ossia ‘dal WC al rubinetto’. Quest’acqua depurata viene chiamata NEWater.

Oggi a Singapore è in costruzione un altro impianto di desalinizzazione, il Marina East Desalination Plant, che non solo renderà l’acqua del mare potabile, ma sarà un vero e proprio parco verde. «Questo progetto, realizzato dalla Keppel Infrastructure, adotterà una soluzione ‘dual-mode’, tratterà cioè sia le acque provenienti dal mare che dalla Marine Reservoir, una riserva della Marine Bay nell’area centrale di Singapore. L’impianto sarà costruito su tre ettari di terreno, con 20 mila metri quadrati di parco» come sostiene il desalination.bizSecondo le previsioni della Keppel, la struttura dovrebbe essere pienamente funzionante nel 2020, con una capacità produttiva di 100 milioni di litri di acqua potabile al giorno.

Lidietta Giorno, direttore dell’Istituto per la tecnologia delle membrane (ITM)  ci conferma che Singapore come altri Paesi, quali Israele, Australia, Arabia Saudita, sono avanzati nell’applicazione di queste tecnologie per produrre acqua. «Noi dell’istituto abbiamo le competenze ma, purtroppo, in Italia non si investe molto in questo settore. Quindi pur avendo le conoscenze non possiamo applicarle».

«In passato la dissalazione dell’acqua veniva fatta tramite distillazione, quindi portare ad alta temperatura l’acqua e farla evaporare e poi distillarla, sostanzialmente. Siccome questo processo dal punto di vista energetico è troppo dispendioso, se lo sono potuti permettere solamente i Paesi con tanto petrolio. Da 15 anni circa anche i Paesi che sono ricchi di fonti energetiche tradizionali hanno sviluppato tecnologie avanzate. Oggi il business è costituito, principalmente, dagli impianti a membrana ad osmosi inversa. Ad esempio Israele, che ha avuto prima di altri il problema dell’acqua, ha delle tecnologie avanzatissime e ha, peraltro, il più grande impianto al mondo di desalinizzazione».

Ma quindi le idee sviluppate da Singapore, potrebbero essere una soluzione concreta al problema dell’acqua potabile? Ed essere esportabili? «Sì, già lo sono. Israele, ad esempio, produce il 20% dell’acqua potabile del Paese con questa tecnologia. Anche l’Italia potrebbe applicarle ma mancano gli investimenti. Attualmente, come ricerca, siamo già oltre l’implementazione dell’osmosi inversa. Oggi, non è più un problema dissalare e produrre acqua potabile, chiaramente è necessaria energia perché non è a costo zero. Però è molto meno impegnativo dal punto di vista energetico rispetto ad altre tecnologie alternative».

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