venerdì, Maggio 24

Sindone: prima del medioevo non esisteva

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Secondo la tradizione, la Sindone di Torino avrebbe contenuto il corpo di Gesù di Nazaret nel suo sepolcro a Gerusalemme. Questa tradizione -che è ritenuta credibile da parte di un buon numero di cristiani, non soltanto cattolici ma anche appartenenti ad altre confessioni- ha reso la Sindone una delle più famose reliquie al mondo, unica immagine del corpo di Cristo martoriato e, secondo alcuni, prova soprannaturale della sua risurrezione dai morti. Per questo la Sindone, nelle rare occasioni in cui viene esposta al pubblico per periodi limitati, attira una gran quantità di pellegrini: nell’ultima ostensione del 2010, che è durata 44 giorni, sono giunti a Torino oltre due milioni e mezzo di visitatori.

Nonostante gli sforzi, per la Sindone di Torino, non sono mai state trovate testimonianze o documenti più antichi della disputa fra i canonici di Lirey e il vescovo di Troyes degli anni 1389-1390 -di cui parleremo più avanti. La cosa non dovrebbe sturpire, dato che prima del medioevo la Sindone non esisteva.

Coloro che credono all’autenticità della Sindone di Torino applicano ad essa, innanzitutto, quei passi dei Vangeli che descrivono i teli con i quali il cadavere di Gesù fu avvolto nel sepolcro. Tuttavia i Vangeli stessi non sono molto chiari nella descrizione della forma e del numero di questi teli, e le informazioni che essi riferiscono sono difficilmente conciliabili. Gli evangelisti Matteo, Marco e Luca parlano di stoffa di lino o cotone -chiamata in greco ‘sindón’- senza però dire se il corpo di Gesù era avvolto in uno solo o in più pezzi di quella stoffa, e senza spiegare con quale taglio la tela era confezionata. Il Vangelo di Giovanni invece parla di una molteplicità di teli, cioè di ‘lini’ al plurale (in greco ‘othónia’), ai quali aggiunge un sudario, cioè un panno che si metteva sulla faccia del defunto. La descrizione, seppur scarna, non si adatta bene a quello che vediamo dalla Sindone di Torino, che è una unica pezza lunga e stretta di stoffa la quale sarebbe stata distesa accuratamente sopra e sotto il corpo di Gesù, tenuta quasi in piano, quando invece, secondo i Vangeli, il corpo era ‘avvolto’, ‘avviluppato’ e addirittura ‘legato’. I Vangeli, inoltre, non fanno alcuna menzione di un lenzuolo sul quale sarebbe rimasta impressa un’immagine.

Dicevamo, dunque, dei dati storici.

Per alcuni secoli non si hanno notizie della conservazione di questi teli funerari di Gesù in qualche luogo; solo a partire dalla seconda metà del VI secolo, epoca in cui le ‘scoperte’ e i trasferimenti delle reliquie raggiungono uno dei loro momenti di maggior fortuna, incominciano a comparire, e poi a moltiplicarsi, i riferimenti a questo genere di reliquie, che sarebbero state custodite inizialmente in Terra Santa e successivamente traslate in altre città dell’Occidente e dell’Oriente (Aquisgrana, Cahors, Cadouin, Carcassonne, Costantinopoli, Roma, e fino addirittura in Armenia).

Per molti secoli reliquie simili vennero venerate contemporaneamente in città distinte, ciascuna delle quali pretendeva di possedere quella autentica. Non si parla mai, però, di un lungo telo recante l’immagine di Cristo, perché tutte queste reliquie erano senza immagine e non avevano nulla a che vedere con quella attualmente conservata a Torino. L’unico accenno a qualcosa che potrebbe assomigliare alla Sindone di Torino ci è stato tramandato all’interno di una Cronaca del crociato piccardo Robert de Clari, il quale descrive lo svolgimento di una specie di ostensione di una sindone nella città di Costantinopoli poco prima della quarta crociata del 1204: ma la sua testimonianza è assai dubbia e si presta a interpretazioni contrastanti.

La prima inconfutabile attestazione dell’esistenza di una sindone in forma di lungo telo con un’immagine del corpo di Cristo è contenuta all’interno di una serie di documenti degli anni 1389-1390. In queste carte si parla di una sindone che, da poco più di trent’anni, era in possesso della collegiata di Lirey, una chiesa che era stata costruita ed arricchita di beni per volontà del cavaliere Geoffroy de Charny nell’anno 1353.

Noi sappiamo con ragionevole certezza che la Sindone di Lirey e la Sindone di Chambéry-Torino sono il medesimo oggetto: possiamo, dunque, affermare che l’esistenza della nostra reliquia è documentata a partire dal 1355 circa.

Di essa esistono anche due testimonianze iconografiche: un medaglione-ricordo di pellegrinaggio e una matrice di fusione per un medaglione dello stesso tipo, databili grosso modo alla seconda metà del XIV secolo, i quali raffigurano un’ostensione della Sindone nella chiesa di Lirey. Sui medaglioni si vede chiaramente la figura del Cristo che si staglia sullo sfondo della stoffa.

Questi documenti scritti degli anni 1389-1390 ci raccontano che quando a metà del Trecento vennero effettuate le prime ostensioni della Sindone a Lirey, sorse un contrasto tra i canonici di quella chiesa e il loro vescovo, Henry de Poitiers.

I canonici, infatti, la esponevano alla venerazione del popolo come un’autentica reliquia, mentre il vescovo la riteneva essere un falso, un oggetto recentemente fabbricato e senza alcun rapporto con i veri lini sepolcrali di Gesù. Dunque Henry vietò le ostensioni e per un trentennio la Sindone fu tenuta nascosta.

Nel 1389, quando Henry de Poitiers era morto e il nuovo vescovo era diventato Pierre d’Arcis, il figlio di Geoffroy de Charny e i canonici decisero di riprendere le ostensioni. Ne nacque una disputa che fu portata davanti al re e al Parlamento di Parigi; da essi Pierre d’Arcis ottenne un decreto di confisca della reliquia, che però non poté essere eseguito perché i canonici si rifiutarono di consegnare la chiave della stanza in cui essa era custodita, frapponendo il loro appello al papa. A questo punto il vescovo scrisse al papa un lungo documento riassumendo, secondo il suo punto di vista, tutto quanto era accaduto fino a quel momento: egli ricordava che le ostensioni erano già state vietate dal suo predecessore in passato perché, come lui, anche Henry de Poitiers era convinto che la Sindone non fosse autentica, ma piuttosto una falsa reliquia procurata dal decano dei canonici «con inganno e iniquità» e per «avarizia e di cupidigia, non a fine di devozione ma di lucro». La Sindone è soltanto «una stoffa raffigurata con artifizio, su cui in modo abile è stata raffigurata l’immagine duplice di un uomo, cioè sia dalla parte anteriore sia da quella posteriore, asserendo falsamente e fingendo che quello sia proprio il sudario nel quale il Salvatore nostro Gesù Cristo era stato avvolto nel sepolcro». Il vescovo, dunque, chiese al papa di accogliere la sua istanza e far cessare subito le ostensioni.

Clemente VII, all’epoca papa di Avignone, produsse diversi documenti sulla Sindone, basandosi soprattutto sulle informazioni che gli vennero inviate da altri e nell’urgenza di risolvere un conflitto. Nel suo provvedimento più significativo (una bolla del 1390) egli scelse una via di compromesso autorizzando le ostensioni della Sindone a Lirey ma soltanto a queste precise condizioni, che è bene citare alla lettera: «Il Decano, il capitolo e gli altri ecclesiastici che esporranno questa figura o rappresentazione e saranno presenti all’ostensione, non compiano nessuno dei riti solenni che si è soliti compiere nelle ostensioni delle reliquie; e non si accendano affatto torce, fiaccole o candele per la solennità né si adoperi in quel luogo qualunque luminaria. Esponendo poi quella figura, quando si sarà radunata una maggior folla di popolo, almeno ogni volta che si faccia un sermone, predichi pubblicamente al popolo e dica con voce alta e intelligibile, cessando ogni frode, che la suddetta figura o rappresentazione essi la espongono non come il vero sudario del Signore nostro Gesù Cristo, ma come una figura o rappresentazione del detto sudario che si dice essere stato del Signore nostro Gesù Cristo».

L’intervento di Clemente VII ebbe l’effetto di accontentare in parte entrambi, da un lato autorizzando le ostensioni, ma dall’altro ordinando ai canonici di non insistere pubblicamente sull’autenticità del lenzuolo. Per certi versi, e con le dovute differenze, è quello che avviene ancora oggi.

Dopo questi scontri, la Sindone rimase per un certo periodo in possesso dei canonici di Lirey. Nel 1418 fu data temporaneamente in custodia assieme ad altre reliquie a Marguerite de Charny, nipote di Geoffroy, perché fosse preservata da possibili razzie di guerra. Nonostante le promesse, però, dopo qualche anno ella non volle più restituire la Sindone ai canonici ai quali spettava; essi, allora, la trascinarono in tribunale e ottennero a più riprese che fosse condannata. Lei, intanto, girava da una città all’altra compiendo ostensioni che le procuravano un discreto guadagno grazie alla raccolta delle offerte dei fedeli.

Raggiunta dall’ennesima condanna e scomunicata solennemente per le sue inadempienze, Marguerite decise di liberarsi della Sindone in cambio di un adeguato compenso. Si recò dunque a Ginevra, dove in quel momento risiedeva il duca Ludovico di Savoia, e nel 1453 gli vendette la Sindone. A quel punto i canonici non riuscirono più a recuperare la loro reliquia, ormai nelle mani di una persona troppo potente per sottostare alla legge, né ottennero i risarcimenti promessi da Marguerite o da Ludovico stesso.

Da quel momento la Sindone divenne una reliquianobile’, segno di legittimazione del potere dei suoi proprietari, destinata a diventare il loro ‘palladio’ -cioè la reliquia che assicurava il presidio, la difesa e la garanzia di salvezza della dinastia savoiarda. Tutto questo processo fu accompagnato da un lento accrescersi della devozione nei confronti della Sindone, favorita anche dal suo successivo trasferimento nella cappella ducale del castello di Chambéry (1502) e dalla concessione di un culto liturgico pubblico da parte di papa Giulio II (1506).

Nel 1578, in seguito al trasferimento della capitale da Chambéry a Torino, e cogliendo l’occasione di un pellegrinaggio di Carlo Borromeo arcivescovo di Milano, la Sindone venne definitivamente trasferita nella sua attuale sede, in Piemonte.

Nel frattempo da parte degli storici di corte di casa Savoia fu messo in atto un processo di censura della storia precedente della Sindone (le vicende di Lirey, il conflitto con il vescovo, la bolla di Clemente VII, l’acquisto illegale da parte di Marguerite) e fu creata una storia alternativa e reticente, purificata di tutti quegli elementi disdicevoli per una reliquia di casa reale.

Ancor prima del risultato della radiodatazione del 1988, che ha fornito un risultato medievale, molti storici ed esegeti avevano evidenziato come più di mille anni di silenzio rendano del tutto improbabile, se non impossibile, credere che la Sindone fosse stata custodita fin dall’era apostolica e conservata intatta lungo i secoli.

Coloro che sono, invece, convinti che il telo sia davvero antico, pensano che esso abbia dovuto necessariamente lasciare qualche traccia di sé nella storia. Si sforzano, dunque, di riempire il vuoto documentario con varie congetture non supportate da documentazione storica.

Circa le strade percorse dalla Sindone, allora, ognuno ha esercitato la propria immaginazione: dopo la risurrezione di Gesù essa poteva essere finita nelle mani di Nicodemo e Gamaliele, o forse di Malco servo del sommo sacerdote Caifa, o della Madonna, oppure essere portata nel cenacolo dove apparve il Cristo risorto, o a Pella nella Decapoli, o a Beirut in Libano, o a Qumran presso gli Esseni oppure a Edessa. Poi a Costantinopoli, quindi in Grecia, a Venezia o a Parigi, infine a Lirey.

Sarebbe impossibile seguire tutte le ipotesi escogitate negli ultimi cinque secoli, in assenza di qualunque prova, perché sono moltissime e si escludono a vicenda: ci limitiano a ricordarne tre, quelle più diffuse in questi ultimi anni.

 

 

Il Mandylion di Edessa

Un sistema molto sfruttato in passato per attribuire una storia antica a una reliquia che ne è sprovvista è quello di prendere le ipotetiche vicende attribuite a una reliquia diversa e applicarle a quella, oppure sostenere che due reliquie sono in realtà la stessa cosa.

Esistono alcuni racconti antichi che riguardano immagini acheropite, cioè ‘non fatte da mano d’uomo’, stoffe su cui si sarebbe impressa per miracolo l’immagine di Cristo. Una di esse è la Veronica, un’altra è il cosiddetto Mandylion, cioè ‘fazzoletto’ o ‘asciugamano’ di Edessa. La leggenda su questo fazzoletto muove i suoi primi passi nel V secolo come appendice di un’altra leggenda apocrifa e priva di verosimiglianza storica, già nota nel secolo precedente, che narrava di una corrispondenza epistolare intercorsa fra Gesù e il re di Edessa Abgar V. Nello scritto conosciuto come ‘Dottrina di Addai’ si racconta che re Abgar aveva mandato a Gesù un suo messaggero, il quale non soltanto gli consegnò una lettera, ma ne dipinse anche un ritratto. Verso la metà del VI secolo la leggenda fu ulteriormente modificata e al posto del dipinto a colori si cominciò a parlare di un’immagine miracolosa: vedendo l’incapacità del messaggero nel dipingere il ritratto, Gesù si sarebbe lavato il volto e l’avrebbe deterso con un asciugamano; e sulla stoffa si sarebbe impressa per prodigio l’immagine del suo viso.

Di questo fazzoletto/asciugamano esistevano esemplari diversi e concorrenziali: a metà del X secolo ne erano attestati tre soltanto in Edessa. Una di queste tre copie fu ceduta nel 944 all’imperatore bizantino Romano Lecapeno. Sopravvissuta al sacco di Costantinopoli del 1204, fu venduta nel 1247 a Luigi IX re di Francia; lì il Mandylion rimase fino alla fine del XVIII secolo, quando scomparve, vittima della furia distruttiva rivoluzionaria.

È chiaro che non c’è alcun rapporto fra la Sindone e il Mandylion: la Sindone è un lino sepolcrale lungo quasi quattro metri e mezzo e largo più di un metro e dieci; reca la doppia immagine monocromatica, frontale e posteriore, dell’intero corpo di un cadavere insanguinato; i suoi occhi sono chiusi, e porta i segni di molte ferite; a partire dalla metà del XIV secolo è attestata a Lirey, poi a Chambéry, infine a Torino. La reliquia di Edessa, invece, è un piccolo panno di stoffa, della grandezza di un asciugamano; su di esso è raffigurata la fisionomia del solo volto di Gesù, forse a colori; Gesù è vivo, i suoi occhi sono aperti, il suo viso non mostra alcuna ferita; di essa esistevano più rappresentazioni, ma quella ritenuta più “autentica” rimase a Costantinopoli dal 944 al 1247, quindi a Parigi fino alla fine del Settecento.

Su questo erano tutti d’accordo fino a che un sindonologo negli anni ’70 del secolo scorso, Ian Wilson, immaginò che la Sindone e il Mandylion siano la stessa cosa: un telo ripiegato, fissato a una tavola di legno e nascosto all’interno di un reliquiario d’oro, di modo che chiunque potesse illudersi di avere di fronte un piccolo telo con l’immagine del solo volto di Gesù, ignaro del fatto che, nascosta tra le pieghe, si celasse l’intera immagine di un cadavere.

Da allora molti studiosi si sono impegnati nella ricerca di rappresentazioni artistiche e di testi antichi che potessero in qualche modo corroborare l’identificazione fra i due oggetti. Tutte le fonti che parlano o raffigurano il Mandylion escludono qualsiasi relazione con il telo sepolcrale di Gesù; ma attraverso il filtro di una spiegazione preordinata e scartando ogni evidenza contraria, è stato edificato un castello di presunte prove a favore.

È stata sviluppata una teoria secondo la quale il Mandylion sarebbe la Sindone, che qualcuno avrebbe volontariamente nascosto, piegandola, in modo da non far conoscere a nessuno la sua vera natura (e perché?); questo Mandylion avrebbe ingannato per secoli i suoi fedeli, perché nessuno sarebbe stato in grado di riconoscerlo per quel che era; tutti avrebbero confuso, per quasi un millennio, un’immagine di un defunto insanguinato con quella di un vivente.

Eppure allo stesso tempo i sindonologi ritengono che molti fossero a conoscenza della reale identità del Mandylion, non potendo o non volendo, però, renderla pubblica, ma lasciandone tracce quasi invisibili che soltanto a partire dal 1978 Wilson crede di aver riconosciuto. Questa compresenza di conoscenza e ignoranza, di evidenza e segretezza, è in sé contraddittoria, ma permette ai suoi sostenitori di applicare in ogni occasione l’opzione che più si confà al momento. Il tutto è fondato, poi, sulla presunzione di credibilità di una serie di leggende inverosimili e cangianti che pretendono di risalire addirittura all’epoca di Cristo.

 

 

I Templari

Chi ha portato la Sindone in Francia? Nessuno, si potrebbe anche rispondere, perché non ci sono motivi per escludere che essa sia stata fabbricata proprio lì. Ma per chi crede alla sua autenticità, invece, essa deve necessariamente provenire da altrove. Un’altra soluzione escogitata da Ian Wilson chiama in causa i Templari.

Il legame tangibile fra i Templari e Geoffroy de Charny viene creato sulla base della somiglianza con il nome dell’ultimo Precettore di Normandia che venne bruciato sul rogo assieme al Gran Maestro Jacques de Molay, il quale si chiamava Geoffroy de Charnay (o Charney). Se ne è dedotto, senza prova, che dovesse appartenere alla stessa famiglia di Geoffroy de Charny. Ma la Sindone, anche questa volta, nei documenti non è mai nominata. Come già per il Mandylion, la soluzione adottata è quella di congetturare che di essa non parlava mai nessuno perché veniva tenuta nascosta ed era mostrata molto raramente.

È noto che l’Ordine del Tempio fu oggetto di una campagna di discredito da parte di Filippo il Bello re di Francia. Filippo istituì ai loro danni un processo inquisitorio fondato su una lunga serie di accuse infamanti: eresia, sodomia, idolatria, blasfemia e adorazione di un idolo. Di questo presunto idolo, diffuso in molte copie, alcuni Templari sotto interrogatorio hanno lasciato delle descrizioni molto confuse e contraddittorie: una testa di un uomo imbalsamata, una testa di legno, osso, argento od oro, un oggetto a due o tre facce, un dipinto su tavola, una testa barbata con o senza berretto, con o senza corna, un idoletto a figura umana intera con fattezze maschili o femminili. Gli storici già da tempo dubitano della credibilità di queste descrizioni, per lo più estorte ai Templari sotto tortura. Eppure Wilson non teme di recuperare questo materiale per applicarlo alla Sindone, identificando l’idolo (che talora le fonti chiamano Maometto o Bafometto) con la testa della Sindone ripiegata che i Templari avrebbero venerato.

La pista templare ha ovviamente eccitato la fantasia di molti, ma di ciò non esiste un serio supporto documentario. Anche recenti presunte scoperte di manoscritti templari che menzionano il famoso ‘idolo’ con la specificazione che si trattava di un’immagine di un uomo impressa su una stoffa, si sono rivelate poi inconsistenti, in quanto fondate su una erronea lettura dei testi.

 

 

La Sindone di Besançon

A Besançon fino alla rivoluzione francese esisteva una sindone lunga circa 2,50 (metà di quella di Torino) e con l’immagine della sola parte frontale del corpo di Cristo. Questa sindone non è medievale, ma fu fabbricata nel XVI secolo. La sua origine risale a una sacra rappresentazione che si celebrava la mattina di Pasqua, quando si metteva in scena la scoperta della tomba vuota di Gesù e della ‘sindone’ ritrovata nel sepolcro. Sappiamo che a Besançon il ruolo degli ‘attori’ era svolto da alcuni fanciulli, vestiti da angeli, e da tre canonici che impersonavano le tre Marie che andavano al sepolcro trovandolo vuoto.

A Besançon dopo l’anno 1500 la rappresentazione era caduta in disuso, ma nel 1523 si decise di rimetterla in scena in una chiesa diversa. C’era quindi bisogno di una stoffa nuova da usare come rappresentazione del sudario: se ne dipinse una, somigliante a quella di Torino che all’epoca era conservata a Chambéry. In poco tempo, però, questa stoffa dipinta di giallo divenne oggetto di pellegrinaggi, e fu trasformata in un drappo da esporre alla venerazione. Si cominciò allora a dire che era autentica.

La sindone di Besançon, però, esattamente come quella di Torino non aveva una storia, e occorreva inventarla. Da dove poteva venire quel sudario che non era stato mai menzionato nei più antichi documenti e nelle cronache della città e che nel 1523 era ancora considerato soltanto un accessorio scenico? Qualcuno prese a dire che era giunto nella città nel v secolo, all’epoca del vescovo Celidonio. Oppure che l’imperatrice Eudocia, moglie di Teodosio ii, l’aveva mandata al vescovo di Besançon. O ancora che un sacerdote aveva acquistato la sindone in Palestina durante una crociata.

Il maggior successo lo ottenne però una teoria attestata per la prima volta in uno scritto anonimo contenuto nel manoscritto 826 della Biblioteca Municipale di Besançon. Recentemente, dopo un lungo studio, ho potuto stabilire che lo scritto risale al 1714 ed è opera del gesuita di Besançon Pierre-Joseph Dunod. La sindone, secondo Dunod, gesuita già noto per certe sue stranezze, sarebbe stata sottratta all’imperatore di Costantinopoli durante la quarta crociata del 1204 per mano del cavaliere Othon de la Roche; questi l’avrebbe poi spedita in Francia a suo padre Pons, nel castello di famiglia a Ray-sur-Saône; Pons nel 1206 l’avrebbe infine donata al vescovo di Besançon, Amédée de Dramelay (fatto peraltro impossibile, perché Pons era morto nel 1203).

Questa teoria, completamente inventata, è basata su marchiane falsificazioni di documenti autentici che il gesuita manipola e stravolge. Nonostante questo, c’è ancora chi ricorre a questa leggenda inventata a Besançon per spiegare l’arrivo della sindone di Torino in Francia. Ma com’è possibile, visto che si tratta di due oggetti diversi? Anche questa volta, come nel caso del Mandylion, la soluzione è presto trovata: basta credere che la sindone di Besançon sia in realtà quella di Torino, rubata di nascosto in occasione di un incendio e sostituita fraudolentemente con una copia, quella poi andata distrutta nella rivoluzione francese. Una storia falsa, inventata nel 1714 per una sindone a Besançon che neppure esisteva prima del 1523, la si prende e la si ricicla in favore di quella di Lirey-Torino, che non c’entra nulla e che risale a due secoli prima.

 

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Bibliografia: Andrea Nicolotti, Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa, Torino, Einaudi, 2015, pp. 370; Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino. Metamorfosi di una leggenda, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2011, pp. 232 (edizione inglese migliorata: From the Mandylion of Edessa to the Shroud of Turin. The Metamorphosis and Manipulation of a Legend, Leiden, Brill, 2014, p. 213); I Templari e la Sindone. Storia di un falso, Roma, Salerno editrice, 2011, pp. 186; A. Monaci Castagno (a cura di), Sacre impronte e oggetti «non fatti da mano d’uomo» nelle religioni. Atti del Convegno Internazionale – Torino, 18-20 maggio 2010, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2011 (scaricabile gratuitamente dalla pagina www.csr.unito.it, alla sezione “pubblicazioni”); F. Pieri, La Sindone fra nuove e antiche leggende, in «Rivista di storia e letteratura religiosa» 48 (2012), pp. 167-178; L. Canetti, La fabbrica dei falsi ovvero la fantastoria templare della sindone di Torino, in «Giornale di storia» 6 (2011)

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