domenica, Giugno 7

Sindone: l’ingresso nella storia a Lirey Fu Geoffroy I a depositare, intorno alla metà del XIV secolo, nella chiesa di Lirey, la Sindone oggi conservata a Torino, ma come ci è arrivata? Un cammino a ritroso da Lirey fino a Edessa, per risalire al Mandylion

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È grazie a queste parole, contenute in una lettera inviata dall’antipapa Clemente VII a Geoffroy II de Charny, il 28 luglio 1389, che possiamo affermare che fu suo padre Geoffroy I, a depositare, intorno alla metà del XIV secolo, nella chiesa di Lirey, la Sindone oggi conservata a Torino.

Il collegamento tra questa famiglia e il Sacro Lenzuolo è ulteriormente confermato da un oggetto giunto sino a noi direttamente dalla Francia medievale. Si tratta di un medaglione di piombo trovato a Parigi, nella Senna, sul finire del 1855. Esso mostra, nella parte superiore, l’immagine frontale e dorsale della Sindone, disposte secondo la consueta norma ostensiva con la parte frontale a sinistra, e con il dettaglio della tipica tessitura a spina di pesce del Lino. Nella parte inferiore, è riprodotta una tomba sormontata da una croce e dagli arma Christi. A sinistra, il simbolo araldico della famiglia di Geoffroy de Charny; a destra, invece, è visibile lo stemma della famiglia de Vergy, quella della seconda moglie Jeanne. Questo medaglione è un oggetto ricordo dei pellegrinaggi alla Sindone già in voga nel XIV secolo. Qualche anno fa, è stato trovato, in un paese nei dintorni di Lirey, il probabile stampo per oggetti di questo tipo, con le medesime caratteristiche del precedente.

Da questo momento, non esistono lacune storiche riguardo alle vicende cui è andato incontro il Sacro Lino.

Purtroppo, non esiste una tradizione precisa del modo attraverso il quale Geoffroy de Charny è venuto in possesso di una reliquia di tale importanza, questo, secondo alcuni studiosi, rappresenta un punto debole che potrebbe far pensare a una mistificazione da parte di questa famiglia, che li costrinse ad un silenzio quanto mai scomodo. In realtà, le ricerche storiche hanno dimostrato l’integrità morale del de Charny e, conseguentemente, è più corretto pensare che la famiglia avesse dei motivi ragionevoli per ritenere opportuno non indicare la provenienza del Lenzuolo, probabilmente connessi alle norme stringenti della Chiesa riguardo alle reliquie ritrovate di recente, alla loro autenticità e diffusione. Questo riserbo è alla base di alcune ipotesi concernenti il cammino intrapreso per giungere in Europa.

Le ipotesi formulate in merito, seppur diverse tra loro, possono essere raggruppate in due distinti filoni: quelle che prevedono una acquisizione diretta della Sacra Sindone da parte di Geoffroy de Charny, in un periodo di poco precedente rispetto alla comparsa ufficiale; e quelle che prevedono una acquisizione attraverso la sua ascendenza familiare.

Nel primo caso, la Sindone sarebbe stata portata in Francia direttamente da Geoffroy in seguito alla sua partecipazione alla Crociata di Smirne (1346), pista, questa, subito abbandonata in seguito alla mancanza di riferimenti certi.
Ben più interesse hanno suscitato le ipotesi relative al secondo filone. Sul finire degli anni settanta, lo storico inglese
Ian Wilson, propone l’ipotesi di un passaggio della Sindone, nelle mani del de Charny, attraverso un cavaliere templare suo antenato. Con Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dell’Ordine, sale sul rogo anche Geoffroy de Charnay, Precettore di Normandia. Tra il signore di Lirey e quest’ultimo non esiste però una genealogia in comune, e la loro presunta parentela si basa unicamente sull’assonanza fonetica del loro cognome. La pista templare, seppur suggestiva, allo stato attuale risulta alquanto lacunosa. Appare difficile pensare che i membri dell’Ordine al momento del processo intentato nei loro confronti, non abbiano affermato di possedere la Sindone per cercare di sfuggire alle accuse di idolatria mosse nei loro confronti.

Negli ultimi trent’anni, una serie di ricerche hanno spostato l’attenzione in un’altra direzione, che prevede il passaggio della Sindone in Grecia all’inizio del XIII secolo. È giunta sino a noi, attraverso una trascrizione ottocentesca, la copia di una lettera inviata il primo agosto 1205 da parte di Teodoro Angelo Comneno, nipote del deposto imperatore bizantino, a papa Innocenzo III, per denunciare le ruberie di reliquie subite durante il saccheggio della città da parte dei crociati l’anno precedente. In particolare, tra gli oggetti depredati, si fa riferimento a: «il lenzuolo nel quale fu avvolto, dopo la morte e prima della Resurrezione, nostro Signore Gesù Cristo», che, stando alle parole dello scrivente, si trova ad Atene. Questa reliquia sarebbe stata vista anche da Nicola d’Otranto, abate di Casole, che accompagna proprio ad Atene, nell’estate del 1205, il legato pontificio Benedetto di Santa Susanna, per partecipare a un colloquio interreligioso.

Questi indizi, considerati nel loro complesso, offrono un quadro interessante visto che la città greca, in seguito alla suddivisione dell’Impero Bizantino, era diventata parte dei domini di Othon de La Roche, un Signore borgognone tra le figure di spicco dell’armata crociata.

Secondo questa linea di ricerca è possibile che la Sindone sia passata dalla Grecia dopo essere stata asportata a Costantinopoli, e che sia giunta in Francia all’inizio del XIII secolo grazie al Signore di Atene. Le vicende avvenute a Ray-sur-Saône, la sua città d’origine, insieme allo studio delle genealogie di famiglia, farebbero pensare ad un passaggio del Sacro Lino nelle mani di Jeanne de Vergy, discendente diretta alla quinta generazione di Othon de La Roche e, come abbiamo visto, seconda moglie di Geoffroy de Charny. Le sanzioni stabilite nel corso del Concilio Lateranense quarto (1215) in merito al traffico di reliquie rubate a Costantinopoli, possono giustificare la mancanza di documenti in questo periodo storico.

Come detto poc’anzi, prendendo come punto di partenza Lirey per provare a compiere un cammino a ritroso, la linea del tempo si ferma al 1203. Risale a quest’anno, infatti, una prima testimonianza che localizza a Costantinopoli una sindone la cui descrizione sembra poterla identificare con quella oggi conservata a Torino. Tra i cronisti che narrano gli eventi della IV crociata, vi è il cavaliere piccardo Robert de Clari. Egli nell’agosto del 1203, ha modo di visitare la città e così, nelle sue memorie, descrive i tesori di Costantinopoli. Oltre che per le ricchezze comunemente intese, Costantinopoli attrae la bramosia dei crociati anche per un altro tipo di tesori: le reliquie di Cristo e dei Santi della sua Chiesa. Nelle memorie di Robert de Clari troviamo il seguente interessante riferimento: «Tra le meraviglie che sono là, c’era un’altra chiesa chiamata Santa Maria delle Blacherne dove c’era la sindone in cui Nostro Signore era stato deposto e che ogni Venerdì Santo veniva alzata verticalmente affinché si potesse vedere bene la figura di Nostro Signore».

Stando alla narrazione del de Clari, dunque, a Costantinopoli è conservato un Lenzuolo utilizzato per l’avvolgimento del corpo di Gesù al momento della deposizione nel sepolcro, che viene esposto verticalmente al fine di mostrare il corpo del Salvatore. Il 12 aprile 1204 Costantinopoli è letteralmente saccheggiata e, insieme alla caccia alle ricchezze, scatta anche quella alle reliquie.

Cosa ne è della sindone delle Blacherne? La risposta, quanto mai oscura, arriva sempre dal de Clari: «Nessuno, né greco né latino, conosce cosa avvenne della sindone dopo il saccheggio della città». È importante evidenziare che se la Sindone si trova effettivamente a Costantinopoli nel 1204, non dovrebbero esserci dubbi nell’attribuire la sua scomparsa ai crociati.

Quella del de Clari non è l’unica testimonianza che indica la presenza a Costantinopoli dei panni sepolcrali di Gesù. Nel 1201 Nicholas Mesarites, custode delle reliquie conservate nella cappella di Santa Maria del Faro, difende i preziosi da un tentativo di furto. Il custode ricorda agli assalitori che in quel luogo sono custoditi diversi oggetti correlati alla vita del Salvatore; tra essi: «il Soudarion con i teli sepolcrali, testimoni della Risurrezione», i quali, stando alle parole del Mesarites: «sanno ancora del profumo, sfidano la corruzione, perché hanno avvolto l’ineffabile morto, nudo e imbalsamato dopo la Passione». Da questa testimonianza si può dedurre che nel menzionare il corpo nudo, il Mesarites si riferisca all’immagine dell’intero corpo sul telo.

Oltre a queste testimonianze, la conoscenza della Sindone sul finire del XII secolo, sarebbe riconducibile a quanto raffigurato in una miniatura del manoscritto Pray (1192-95), conservato a Budapest. Nella scena superiore è rappresentata l’unzione di Cristo: il corpo è nudo e le mani -dove non compaiono i pollici, proprio come sulla Sindone!- si incrociano a coprire il pube. Sulla fronte appare un segno che ricorda il rivolo di sangue a forma di ‘ε’ che si vede sul Lenzuolo torinese. Nella scena inferiore, invece, è descritto l’arrivo al sepolcro delle pie donne, alle quali l’angelo mostra il lenzuolo vuoto. La parte superiore del telo ha un disegno che mima la tipica struttura a spina di pesce del telo sindonico. Sia nella parte superiore sia in quella inferiore, si notano alcuni cerchietti disposti allo stesso modo di alcuni fori visibili sulla Sindone; pertanto, l’origine di questi segni sarebbe anteriore al XII secolo e testimonierebbe l’esistenza della Sindone già a quel tempo. In questo caso, appare innegabile che vi sia stato un oggetto che ha influenzato la raffigurazione della sepoltura di Gesù coincidente con la presenza della Sindone a Costantinopoli.

Nel corso del XII secolo la supposta presenza della Sindone a Costantinopoli, mostrata come descritto dal de Clari, ispira l’‘imago pietatis, dove il Cristo morto sporge verticalmente dal sepolcro fino alla vita, con le mani incrociate davanti. Solo l’osservazione diretta della Sindone può spiegare questa particolare raffigurazione: non sarebbe altrimenti comprensibile la presenza di un defunto in posizione eretta. Altra rappresentazione del Cristo, dipinto o ricamato, è quella che compare sugli epitaphioi, veli liturgici utilizzati il Venerdì Santo per ritrarre il lamento dei discepoli, della Vergine e delle pie donne. In queste riproduzioni si vede l’intero corpo di Gesù, rigido e spesso con le braccia incrociate, deposto su un lenzuolo.

Tra l’XI e il XII secolo, si segnalano altre testimonianze dirette che indicano la presenza dei panni sepolcrali di Gesù a Costantinopoli: nel 1080 Alessio I Comneno chiede aiuto ad Enrico IV imperatore ed a Roberto di Fiandra per difendere le reliquie raccolte a Costantinopoli, in particolare «le tele rinvenute nel sepolcro, dopo la Risurrezione»; nel 1147 Luigi VII di Francia venera una sindone a Costantinopoli; nel 1171 è Manuele I Comneno a mostrare ad Amalrico, re dei Latini di Gerusalemme, le reliquie della Passione, tra le quali vi è una sindone.

Sorge spontaneo chiedersi quale sia l’origine di questa sindone conservata a Costantinopoli. È di nuovo Ian Wilson a formulare una teoria che lega la sindone di Costantinopoli alla venerata Immagine di Edessa: il Santo Mandylion.

All’origine delle vicende del Mandylion vi è una leggenda: quella di una corrispondenza epistolare tra Gesù e Abgar V, re di Edessa. Quest’ultimo, malato, chiede l’intervento di Gesù per la guarigione (‘Historia Ecclesiastica’, 325). Questa versione subisce una serie di elaborazioni successive che la portano a descrivere l’esistenza di un ritratto di Gesù acheropita, cioè ‘non fatto da mano umana’ (dottrina di Addai, fine IV secolo o metà del VI).
La tradizione del ritratto eseguito da un pittore si evolve ulteriormente per divenire un panno (Atti di Taddeo, VI secolo) definito ‘rakos tetradiplon’, ripiegato cioè ‘quattro volte doppio’, con l’immagine di Gesù. Basandosi su queste fonti, Wilson afferma che il Mandylion non sarebbe altro che la Sindone ripiegata prima a metà e poi in quattro in modo da mostrare unicamente il Santo Volto.

I segni di queste possibili antiche piegature sono stati oggetto di studio da parte di John Jackson il quale, insieme al fotografo Vernon Miller, nel corso delle indagini scientifiche condotte nel 1978, ha compiuto alcune osservazioni e scattato fotografie della Sindone illuminata con luce radente. Jackson ha individuato almeno quattro segni di piegatura, a supporto dell’ipotesi secondo la quale il lenzuolo era un tempo conservato ripiegato in modo da formare otto strati.

Seppur questa teoria necessiti di ulteriori approfondimenti, quel che appare evidente è che che una particolare immagine di Cristo, proveniente da Gerusalemme, era presente ad Edessa già nei primi secoli dell’era cristiana, ma occorre attendere il VI secolo per il suo ritrovamento ‘ufficiale’.
A tal proposito esistono due differenti versioni: nel primo caso (Procopio di Cesarea), l’Immagine sarebbe stata riportata alla luce nel corso dei lavori di ricostruzione della città, necessari in seguito all’inondazione del fiume Daisan del 1525; nella versione alternativa, l’acheropita sarebbe stata rinvenuta nelle mura della città nel 544 durante l’assedio delle truppe persiane (Evagrio lo Scolastico, 594). A questa Immagine si attribuisce il potere di aver contribuito a respingere gli assalitori, permettendo, in questo modo, di proteggere la città.

In concomitanza con la riscoperta del Mandylion a Edessa si impone un nuovo modo di ritrarre il Cristo: il Pantocratore, che rimane inalterato fino ad oggi. Questo tipo di ritratto presenta una serie di caratteristiche in comune con il volto dell’Uomo della Sindone: lunghi capelli, bipartiti ai lati del volto; ciuffo di capelli corti sulla fronte; arcate sopracciliari pronunciate; occhi grandi e profondi; naso lungo e dritto, con un segno triangolare alla radice del naso; zigomi pronunciati e guance concave; bocca piccola, non nascosta dai baffi; zona senza barba situata sotto il labbro inferiore; la barba appare non troppo lunga e spesso bipartita. Questo rileva come la somiglianza tra il volto dell’Uomo della Sindone e tali rappresentazioni non può essere dovuta al caso, ma deve essere il risultato della dipendenza di un’immagine dall’altra e di tutte queste da una fonte comune (FOTO 10).

La presenza dell’acheropita a Edessa è documentata fino all’anno 944, quando l’esercito bizantino, guidato dal generale Giovanni Curcuas, cinge d’assedio il sultanato arabo di Edessa. Gli abitanti, pur determinati, non riescono a resistere all’impeto degli invasori e sono costretti a capitolare. Oltre alla perdita del controllo della città, gli edesseni devono cedere la più preziosa delle reliquie conservate in città: la misteriosa immaginenon fatta da mano umanadel volto di Gesù.
Questa è portata a Costantinopoli, dove fa il suo ingresso trionfale il 15 agosto dello stesso anno. Nella ‘Narratio de immagine Edessena’ (X secolo), l’imperatore Costantino VII Porfirogenito fornisce una descrizione dell’oggetto: «Quanto alla causa per cui, grazie ad una secrezione liquida senza materia colorante né arte pittorica, l’aspetto del viso si è formato sul tessuto di lino e in che modo ciò che è venuto da una materia così corruttibile, non abbia avuto nel tempo alcuna corruzione, e tutti gli altri argomenti che ama ricercare accuratamente colui che si applica alle realtà come fisico, bisogna lasciarli all’inaccessibile saggezza di Dio».

Un’altra testimonianza stimolante di quello che è realmente l’Immagine di Edessa è quella di Gregorio, Referendario della chiesa di Santa Sofia, che così ne descrive le caratteristiche: «Lo splendore – e ciascuno sia ispirato da questa narrazione – è stato impresso dalle sole gocce di sudore dell’agonia sgorgate dal volto che è origine di vita, stillate giù come gocce di sangue, come pure dal dito di Dio. Queste sono veramente le bellezze che hanno prodotto la colorazione dell’impronta di Cristo, la quale è stata ulteriormente abbellita dalle gocce di sangue sgorgate dal suo stesso fianco. Ambedue sono piene di insegnamenti: sangue ed acqua là, sudore ed immagine qui. Quale somiglianza dei fatti! Queste cose provengono dall’Uno e dal Medesimo». La descrizione del fianco trafitto, indica qualcosa di oggettivo, facilmente constatabile dai presenti. Sull’immagine edessena, quindi, non si vedeva solo il volto, ma anche il petto, almeno sino all’altezza del costato.

Come abbiamo visto, dopo l’arrivo a Costantinopoli, non si parla più del Mandylion; si inizia a menzionare il lenzuolo funebre di Cristo con l’immagine dell’intero corpo, cosa che suggerisce in via ipotetica l’identificazione dell’Immagine di Edessa con la Sindone.

Pertanto, non esiste un completo silenzio per quanto concerne le fonti storiche anteriori al XIV secolo, una serie di riferimenti incoraggiano a proseguire nelle ricerche e suggeriscono ulteriori opportuni approfondimenti. Il contributo della ricerca storica, rappresenta un prezioso apporto alle altre discipline -soprattutto quelle scientifiche- che studiano il Telo, e viceversa.
Ad esempio, il possibile passaggio della Sindone attraverso la Turchia (Edessa è l’attuale città turca di Urfa) troverebbe riscontri oggettivi nell’individuazione dei pollini presenti sul Lenzuolo, che avallerebbero una permanenza nella suddetta area geografica.
La ricerca storica rappresenta una sfida avvincente nel prosieguo degli studi sulla Sindone. Una sfida da condurre secondo quanto suggerito da Giovanni Paolo II nel corso della sua visita a Torino nel 1998: «La Sindone è provocazione all’intelligenza. Essa richiede innanzitutto l’impegno di ogni uomo, in particolare del ricercatore, per cogliere con umiltà il messaggio profondo inviato alla sua ragione ed alla sua vita. Il fascino misterioso esercitato dalla Sindone spinge a formulare domande sul rapporto tra il sacro Lino e la vicenda storica di Gesù. […]. La Chiesa esorta ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali non sono; li invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti».

[***Questo articolo è stato pubblicato il 06.03.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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