venerdì, Luglio 10

Sindone: l’immagine impossibile, secondo Enea Intervista a Paolo Di Lazzaro, responsabile del Laboratorio Eccimeri del Centro ENEA di Frascati: “Nessuno ad oggi può spiegare con certezza come si è formata l’immagine sulla Sindone. La Sindone è un oggetto ricco di indizi sfuggenti, ma nessuna prova definitiva”, per “un artigiano/artista medioevale o contemporaneo è impossibile realizzare una doppia impronta corporea avente le caratteristiche fisiche e chimiche dell’immagine sulla Sindone”

0

La Sindone di Torino è l’oggetto più indagato al mondo per una serie molto complessa di interrogativi, a partire dalla datazione, ma ‘la domanda delle domande’ è: come è stata generata l’immagine corporea sulla Sindone? Dagli inizi del XX secolo, quando la prima fotografia del telo realizzata da Secondo Pia, nel 1898, restituì una chiara immagine fissata sulla lastra in positivo, che significa che sulla tela vi è un’impronta in negativa, le indagini, in tutto il mondo, sul come si sia formata l’immagine sono state innumerevoli. Al negativo dell’impronta, si aggiunga la complessità microscopica della colorazione e all’identificazione degli essudati e del sangue di primate (umano) scoperte nel 1978 dagli scienziati del progetto STuRP (Shroud of Turin Research Project) e, indipendentemente, da studiosi italiani che hanno partecipato alle misure. Caratteristiche così particolari che rendono improbabile la realizzazione delle impronte sulla Sindone da parte di un artista, ma che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a risolvere nella soluzione dell’interrogativo sul come sia stata generata questa immagine.

Tra gli studi più recenti condotti, vi è quello realizzato dal Laboratorio Eccimeri del Centro ENEA di Frascati. “Il nostro Laboratorio ha provato un approccio nuovo”, dice Paolo Di Lazzaro, responsabile del Laboratorio ENEA di Frascati, “tentando di riprodurre una colorazione simil-sindonica su tessuti di lino tramite effetti fotochimici indotti da luce ultravioletta, che in linea di principio ha le caratteristiche adatte per ottenere almeno due delle caratteristiche dell’immagine sindonica, ovvero la bassa temperatura di formazione e la colorazione estremamente superficiale, limitata ad un sottile film sub micrometrico”.

Di Lazzaro, ci spieghi il lavoro che avete condotto sulla Sindone e i risultati fondamentali ai quali siete giunti?
A partire dal 2005 il Laboratorio Eccimeri del Centro ENEA di Frascati ha effettuato un elevato numero di irraggiamenti di luce laser ultravioletta su stoffe di lino tessute negli anni compresi tra il 1930 e il 1950 mai usate e mai lavate con detersivi, in modo da evitare la presenza di sostanze chimiche sbiancanti che possono alterare le proprietà ottiche del tessuto. Per irraggiamento si intende l’invio di impulsi laser sul tessuto, i quali modificano i legami chimici del tessuto stesso, che di conseguenza cambia le sue proprietà superficiali e il suo aspetto. Lo scopo principale degli irraggiamenti era di verificare se una intensa radiazione ultravioletta fosse in grado di creare una colorazione del lino con caratteristiche simili a quelle dell’immagine corporea visibile sulla Sindone di Torino. Dopo numerosi irraggiamenti e con molta difficoltà siamo riusciti a trovare la giusta combinazione di parametri laser (durata impulso, intensità, densità di energia e numero di colpi) che permette di ottenere una colorazione simil-sindonica. Abbiamo ottenuto una tonalità di colore, una superficialità di colorazione, un effetto di alternanza di fibre colorate e non colorate, la negatività dell’immagine che risultano simili a quelle misurate sulla Sindone di Torino dallo STuRP. In base alla nostra trentennale esperienza di irraggiamenti e interazione della luce con molti materiali, era la prima volta che abbiamo trovato un ambito di valori così critici per ottenere l’effetto voluto: durante gli irraggiamenti del tessuto è infatti sufficiente variare di pochi punti percentuali uno solo dei parametri laser sopra menzionati per non ottenere più nessuna colorazione del lino. Davvero sorprendente.

In aggiunta agli esperimenti di irraggiamento laser e colorazione di lini, più recentemente avete affrontato il problema delle diverse scritte e immagini invisibili che alcuni studiosi riescono ad evidenziare dopo una elaborazione digitale del contrasto e luminosità delle fotografie della Sindone.
Si. E i nostri risultati suggeriscono che in alcuni casi (le presunte scritte, il presunto volto sul retro) si tratta di effetti percettivi illusori probabilmente connessi ai fenomeni psicologici di Gestalt e pareidolia ben noti agli studiosi della percezione umana e delle illusioni ottiche. I nostri risultati sono stati presentati in dettaglio in diversi articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali di grande prestigio e impatto, e quindi sono a disposizione di tutti gli scienziati interessati a riprodurre i nostri risultati e magari ottenerne di migliori. Nel sito del nostro Laboratorio c’è la pagina web dove sono riportati tutti i risultati, lavori, pubblicazioni, interviste e filmati relativi agli studi sindonici svolti all’ENEA.

Ci può spiegare in termini molto semplici, per non addetti ai lavori, come si sarebbe formata l’immagine sulla Sindone secondo gli studi che voi avete fatto? Quali processi sarebbero stati necessari per formare tale immagine?
Come accennato in precedenza, nessuno ad oggi può spiegare con certezza come si è formata l’immagine sulla Sindone. Ci sono solo ipotesi, perché la Sindone è un oggetto ricco di indizi sfuggenti, ma nessuna prova definitiva. Per spiegare l’impatto dei nostri esperimenti sulle varie ipotesi della formazione dell’immagine, bisogna fare un passo indietro. Nel 1990, 12 anni dopo le misure STuRP, il Professor John Jackson, fisico e coordinatore/responsabile dello STuRP, dopo aver studiato e provato senza successo diverse tecniche per riprodurre in modo naturale una colorazione simile a quella sindonica, scrisse un articolo intitolato: ‘L’immagine sulla Sindone può essere dovuta ad un processo sconosciuto alla Scienza?’ In questo articolo, Jackson prendeva atto del fallimento di tutte le ipotesi ‘naturalistiche’ e anche di quelle ‘fraudolente’ (di un ipotetico falsario) sulla formazione dell’immagine sulla Sindone. Tuttavia, l’immagine è là, osservabile e misurabile, quindi in qualche modo deve essere stata prodotta. Secondo Jackson, se i fenomeni scientifici conosciuti non sono in grado di creare un’immagine simil-sindonica, allora bisogna cercare un fenomeno fisico ad hoc non ancora noto alla scienza. Nel suo articolo Jackson suggeriva la radiazione nel lontano ultravioletto come un metodo ‘fisico’ adatto ad ottenere una colorazione simil-sindonica. Il motivo ‘scientifico’ di questa proposta è che il tessuto della Sindone ha subito un processo di invecchiamento selettivo. Le fibre di lino, a causa di processi chimici che avvengono su tempi molto lunghi, subiscono una modifica a livello molecolare che le ingiallisce, così come avviene per la cellulosa della carta dei libri antichi. Nel caso della Sindone il processo di invecchiamento risulta più marcato per le fibre che costituiscono l’immagine, sicché esse risultano più gialle delle altre. Benché la causa di questa selezione sia sconosciuta, Jackson pensava che la radiazione nel lontano ultravioletto poteva riprodurne gli effetti, anche in relazione alla sfumatura dell’immagine.
Ovviamente, l’ipotesi della radiazione sposta l’attenzione su chi e come abbia prodotto la radiazione stessa, e Jackson afferma esplicitamente che si tratterebbe di un fenomeno unico, mai osservato sinora, e al di fuori delle nostre conoscenze. Questo articolo suscitò reazioni negative da parte di altri membri STuRP per diversi motivi, tra i quali l’apparente abdicazione della scienza di fronte ad una ‘immagine impossibile’ e le potenziali implicazioni religiose relative ad un ipotetico lampo di radiazione emesso dal corpo dell’uomo che era stato avvolto nella Sindone. In aggiunta, nel 1990 non erano disponibili sorgenti di luce intense nel lontano ultravioletto e quindi era difficile dimostrare se tale radiazione era in grado di generare una colorazione simil-sindonica. Anzi, alcuni esperimenti di irraggiamento di lini con laser nell’ultravioletto vicino avevano dato risultati negativi.
Negli anni 2000 il nostro Laboratorio aveva a disposizione le sorgenti laser che emettono impulsi di radiazione sia nell’ultravioletto vicino sia nel lontano ultravioletto, quindi abbiamo avuto l’occasione di verificare sperimentalmente se l’ipotesi di Jackson di 15 anni prima era percorribile, o se avevano ragione i suoi oppositori che non avevano ottenuto risultati di colorazione su tessuti di lino tramite radiazione. I nostri risultati dimostrano che è possibile ottenere una colorazione simil-sindonica tramite radiazione nel lontano ultravioletto, e quindi gli oppositori di Jackson avevano torto.
Bisogna precisare che i nostri sforzi si sono concentrati sulla comprensione dei complessi fenomeni fotochimici della cellulosa del lino dopo l’irraggiamento che consentono di ottenere la colorazione, e non abbiamo affrontato la tematica teologica e filosofica, che va ben oltre le nostre competenze scientifiche, di come sia stato possibile generare questi specifici impulsi di radiazione nel momento della formazione dell’immagine sindonica. Noi ci siamo occupati del problema fisico-chimico dell’interazione della radiazione con la cellulosa, in grado di creare la colorazione giallognola sul lino assai simile a quella presente sulla Sindone. Le implicazioni non scientifiche dei nostri risultati le lasciamo agli studiosi competenti in teologia, metafisica e filosofia.

Dal lavoro di ricerca che avete condotto, con i risultati che al momento possedete, vi sentite di escludere categoricamente che la Sindone sia un manufatto, dunque?
Lungi da noi pronunciare verdetti categorici o definitivi. Quando parla dei propri risultati, lo scienziato serio non usa mai la parola ‘categoricamente’ né usa sinonimi di ‘sicuro’ o ‘definitivo’. Tutti i risultati e le evidenze sperimentali vanno accettate ‘fino a prova contraria’. Nei secoli, la scienza è andata avanti mettendo in discussione i risultati acquisiti in precedenza, trovandone di nuovi che spesso completano, e in rari casi smentiscono, i risultati anteriori.
Di conseguenza, alla sua domanda rispondo che ad oggi ci sono molte evidenze sperimentali dello STuRP che suggeriscono come un artigiano/artista medioevale o contemporaneo non possa realizzare una doppia impronta corporea avente le caratteristiche fisiche e chimiche dell’immagine sulla Sindone di Torino, né produrre macchie di sangue ed essudati (questi ultimi invisibili ad occhio nudo) rispondenti ai dettagli anatomici umani come li conosciamo oggi e che erano sconosciuti nel medioevo.
Questo è stato confermato dai numerosi tentativi di illustri Colleghi che hanno tentato di riprodurre la complessità microscopica dell’immagine sindonica nei laboratori di chimica universitari, senza riuscirci. Infatti, è sufficiente un microscopio per accorgersi che la colorazione ottenuta in tutti i tentativi che hanno usato sostanze chimiche è molto diversa dalla colorazione dell’immagine sindonica. In questo ambito, i nostri risultati di colorazione ‘fotochimici’ tramite radiazione sono più simili alla colorazione sindonica rispetto alla colorazione ottenuta con metodi chimici usando acidi, pigmenti, polveri o paste. Tuttavia, anche i nostri tentativi non sono ancora riusciti ad ottenere il 100% delle caratteristiche microscopiche dell’immagine sindonica, che non a caso è stata definita ‘l’immagine impossibile’. Nessuno può prevedere quali risultati si otterranno domani, quindi al momento la fotografia della situazione è questa, ma potrebbe essere modificata da future evidenze sperimentali.

In che modo il lavoro dello STURP del ’78 è stato funzionale al lavoro che voi dell’ENEA avete condotto?
Il lavoro STuRP è stato fondamentale non solo per i nostri studi, ma per chiunque si avvicini alla Sindone con un approccio scientifico e investigativo. Nel 1978 c’è stata la prima e unica occasione in cui un gruppo di 31 scienziati e tecnici dello STuRP ha avuto libero accesso alla Sindone per 120 ore consecutive. Parafrasando il titolo di un libro di successo, furono ‘I 5 giorni che cambiarono la conoscenza della Sindone’. Allo scopo di raccogliere il maggior numero possibile di dati sperimentali, le analisi furono organizzate in turni per poter lavorare continuativamente sia il giorno sia la notte, con tecniche ottiche non invasive, ma gli scienziati STuRP poterono anche prelevare materiali dal tessuto (fibrille, fili, croste di sangue, polveri, pollini) e di conseguenza i dati sperimentali furono completi: si poterono effettuare analisi spettrografiche e analisi chimiche, macrofotografie e analisi del sangue, indagini microscopiche e analisi palinologiche. I risultati dei numerosi esperimenti e della elaborazione dei dati STuRP e dell’osservazione dei campioni prelevati sono stati pubblicati nella prima metà degli anni ’80 in circa 28 articoli su riviste scientifiche internazionali e atti di conferenze. Da allora, chiunque voglia tentare di riprodurre una colorazione o un’immagine simil-sindonica deve confrontare i propri risultati con la enorme mole di dati fisici, chimici, forensi e microscopici raccolti dallo STuRP.

Il vostro lavoro in qualche modo smentisce la datazione al radiocarbonio?
I risultati del nostro lavoro sono relativi al processo fotochimico di colorazione di tessuti di lino tramite luce ultravioletta, e quindi non hanno a che fare con la datazione dei tessuti. La datazione tramite C-14 della Sindone viene messa in dubbio in modo diretto dai calcoli statistici effettuati da diversi studiosi, e in modo indiretto da un insieme di risultati sulla reale possibilità che l’immagine sindonica sia stata realizzata nel medioevo. Ad esempio, i nostri risultati e quelli del Professor Luigi Garlaschelli che ha tentato inutilmente di riprodurre l’immagine sindonica tramite acidi e paste colorate, dimostrano che oggi, nei più moderni laboratori, non si riesce a creare una colorazione microscopicamente confrontabile con quella presente sulla Sindone. Se non ci riusciamo oggi, come può averla creata un artista medioevale? A partire dalle fotografie di Pia nel 1898 molti studiosi si sono cimentati nei tentativi di riproduzione dell’immagine sindonica, usando bassorilievi caldi, scariche elettriche, polvere di ferro, sudore e olii vari, luce solare, vapori di ammoniaca, pitture, gas di putrefazione da cadaveri. Tutti i risultati di colorazione ottenuti non sono comparabili con le caratteristiche misurate dallo STuRP. Insomma, se mi permette una battuta, direi che l’ipotetico falsario medioevale avrebbe avuto bisogno di un ‘miracolo’ per creare un’immagine con caratteristiche microscopiche così uniche.
Inoltre, ci sono diversi studi squisitamente statistici i quali gettano ombre sui calcoli che hanno portato ai risultati della datazione tramite C-14 della Sindone. Uno degli studiosi più attivi nella revisione critica dei risultati della datazione è stato Remi Van Haelst, di cui segnalo il suo ultimo articolo di rassegna presentato al convegno IWSAI 2010 Questo articolo dimostra in dettaglio la disomogeneità e la scarsa accuratezza di alcuni calcoli effettuati nel 1988 per ricavare l’età dei lembi di Sindone partendo dai risultati grezzi dell’analisi C-14.
Nello stesso convegno IWSAI, il 5 Maggio 2010, Marco Riani, Professore di statistica presso l’Università di Parma, presentò per la prima volta i risultati di un complesso calcolo statistico cosiddetto ‘robusto’ che analizzava i dati pubblicati sulla rivista ‘Nature’ dai tre Laboratori che hanno datato i quattro pezzi in cui è stato suddiviso il lembo della Sindone e calcola tutte le possibili combinazioni delle datazioni associate ai diversi pezzi di lino, ulteriormente divisi in pezzettini, ciascuno dei quali era stato datato. Riani presentò due risultanze dello studio statistico: la prima è l’esistenza di una variazione spaziale continua dell’età dei pezzetti di lino datati, ovvero l’età aumenta a mano a mano che ci si sposta da un pezzettino all’altro adiacente. Si tratta di un fatto anomalo, che suggerisce la presenza di una contaminazione che può aver falsato i risultati. La seconda risultanza, altrettanto interessante, è che l’analisi statistica robusta fornisce risultati coerenti solo distribuendo i dati su tre dei quattro pezzi ricevuti dai Laboratori per le misure. Questo significa che solo tre pezzi di lino furono datati nel 1988. Al termine della presentazione di Riani, rammento lo sconcerto degli astanti, perché fino a quel momento si dava per scontato che tutti i 4 pezzi fossero stati datati e l’articolo sulla datazione tramite C-14 pubblicato sulla rivista ‘Nature’ del 1989 non faceva cenno ad un pezzo non utilizzato per la misura. Ebbene, pochi mesi dopo, nel Dicembre 2010, il Professor Jull, responsabile del Laboratorio di Tucson in Arizona che aveva effettuato le misure C-14 sulla Sindone, forse proprio a causa dei risultati presentati ad IWSAI e successivamente pubblicati su una prestigiosa rivista scientifica, pubblicò un articolo in cui mostrava per la prima volta la foto di uno dei due pezzi della Sindone ricevuti dal suo Laboratorio 22 anni prima e mai usato. Questo fatto da solo dimostra più di mille parole la mancanza di trasparenza e la dubbia etica professionale dei Laboratori che hanno effettuato la datazione della Sindone.
A proposito di etica deontologica, la prima volta che lessi l’articolo di ‘Nature’ che descrive i risultati della datazione C-14 della Sindone, fui colpito da una delle frasi conclusive, laddove gli autori scrivono «These results therefore provide conclusive evidence that the linen on the Shroud of Turin is mediaeval» ovvero: «Questi risultati perciò forniscono la prova definitiva che il lino della Sindone di Torino è medioevale». Pensai: Ma che scienziati sono questi che considerano i propri risultati ‘definitivi’? Ci sarà da credergli? La scienza accoppiata all’arroganza non fornisce mai buoni risultati.
Viceversa, i calcoli di Riani sono un esempio di ‘scienza fatta seriamente’, quella che, partendo da alcuni numeri e dati grezzi, permette di rivelare un evento (la mancata datazione di un lembo di lino sindonico) tenuto segreto per 22 anni! Un trionfo della capacità rivelatrice della matematica, da portare ad esempio agli studenti di materie scientifiche.

Il fatto di non avere accesso alla Sindone quanto ha limitato la vostra attività?
L’impossibilità di accedere direttamente al telo sindonico non ha limitato la nostra attività scientifica. Per fortuna esiste un’ampia raccolta di dati delle dettagliate misure effettuate dal gruppo di Colleghi STuRP direttamente sulla Sindone, i cui risultati sono stati pubblicati su diverse riviste scientifiche e sono quindi a disposizione degli studiosi. Durante gli esperimenti, abbiamo confrontato i nostri risultati di colorazione con i dati STuRP per valutare di volta in volta se ci stavamo avvicinando alle caratteristiche della colorazione sindonica oppure no.
In ogni caso, come scienziati noi auspichiamo una nuova stagione di misure. Di fatto, la scienza e la tecnologia progrediscono continuamente, e oggi possediamo una strumentazione molto più precisa e sofisticata di quella utilizzata dai Colleghi STuRP nel 1978. Pertanto, sarebbe di grande interesse ripetere le misure non invasive sia per una precisa verifica dei dati STuRP, sia per ottenere nuove informazioni che aiutino a far luce su alcuni aspetti scientifici ancora poco chiari dell’immagine e delle macchie di vario tipo presenti sulla Sindone. In subordine, anche il semplice accesso alle immagini digitali ad elevata risoluzione effettuate pochi anni fa potrebbe fornire informazioni interessanti agli specialisti di analisi immagini, sicuramente utili per migliorare la conoscenza scientifica del telo sindonico.

Quali analisi oggi si potrebbero fare, con quali strumentazioni e conoscenze che nel ’78 non erano disponibili? Insomma: facciamo finta che lei debba scrivere una proposta-progetto di test da condurre sulla Sindone
Una proposta-progetto di test da condurre sulla Sindone non si può descrivere in poche righe, si tratterebbe di un documento voluminoso e ricco di dettagli tecnici che male si sposa con un’intervista rivolta al grande pubblico. Tuttavia, qualcosa posso accennare, perché proprio pochi mesi fa ho avuto il privilegio di coordinare un gruppo di ricercatori dell’ENEA del CNR e dell’Accademia delle Belle Arti di Roma durante le prime misure non a contatto e non invasive di una preziosa copia della Sindone di Torino, che si trova ad Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. Si tratta di una copia in scala 1:1 della Sindone, posta a contatto con la stessa nel 1653 in cui, insieme ad evidenti disegni e pitture che simulano macchie di sangue, rattoppi e contorni, la doppia figura umana non sembra realizzata tramite tecniche convenzionali di disegno o pittura. Le nostre analisi hanno permesso di identificare con un buon livello di accuratezza l’origine della doppia figura umana e delle varie macchie. Ebbene, avendo utilizzato alcune delle più avanzate tecnologie ottiche e spettroscopiche disponibili oggigiorno per l’analisi non invasiva di Beni Culturali, queste misure sulla sindone di Arquata possono fornire utili indicazioni riguardo la selezione della strumentazione più adatta alle analisi che si potrebbero fare sulla Sindone di Torino. I dettagli dei risultati ottenuti dalle nostre analisi sulla Sindone di Arquata sono stati pubblicati in un Rapporto consultabile.

Quali sarebbero i costi per un eventuale programma di ricerca?
In un qualsiasi Progetto di ricerca i costi si dividono in spese di personale (per i lavori di preparazione, misure ed elaborazione dati), poi il trasporto e l’utilizzo dell’attrezzatura, e l’acquisto di materiale di consumo. Ma se parliamo di misure sulla Sindone di Torino, la più preziosa reliquia della Cristianità e uno degli oggetti archeologici più misteriosi e studiati al mondo, allora non si tratta di ‘un qualsiasi progetto di ricerca’ e l’importanza dei risultati che si potrebbero ottenere con l’attuale tecnologia sarebbe senza prezzo. Il costo, mi creda, sarebbe l’ultimo dei problemi.

[***Questo articolo è stato pubblicato il 13.04.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore