venerdì, Giugno 5

Sindone: le ragioni del ‘si’ Quali sono le motivazioni per cui molti, nel dibattito sulla Sindone di Torino, si schierano in favore dell’autenticità del Telo? Una sintesi nelle parole di Giuseppe Baldacchini, Emanuela Marinelli, Domenico Repice,

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Quali sono le motivazioni per cui molti, nel dibattito sulla Sindone di Torino, si schierano in favore dell’autenticità del Telo? Molti sindonologi – non solo cattolici, ma anche ebrei, atei, agnostici e cristiani di differenti chiese – sono convinti dell’autenticità del Telo che la tradizione venera come lenzuolo funerario di Gesù.

Nel corso della realizzazione di questo speciale dedicato alla Sacra Sindone, in vista dell’ostensione di aprile, ci siamo confrontati, tra gli altri, con Giuseppe Baldacchini, fisico dell’ENEA di Frascati (Roma), Emanuela Marinelli, docente di Scienze Naturali, e Domenico Repice, teologo (che per il nostro Speciale hanno realizzato alcuni servizi che saranno pubblicati nelle prossime settimane). Abbiamo così estratto una sintesi delle ‘ragioni del sì’ all’autenticità della Sindone.

 

Il tessuto

La Sindone è un lino di colore giallino che misura cm 442 per cm 113 e porta impressa l’immagine frontale e dorsale di un uomo che è stato flagellato, coronato di spine, trafitto da una lancia al costato e morto in croce, proprio come descritta la Passione di Cristo nei Vangeli.

Da quando la Sindone è stata fotografata per la prima volta, nel 1898, molti scienziati hanno cominciato a interessarsi di questo particolare lenzuolo. Il negativo fotografico aveva rivelato il positivo dell’immagine umana impressa sulla stoffa e questo permise ai medici legali di condurre una sorta di autopsia virtuale.

Nel 1978 una cinquantina di scienziati e ricercatori di diverse Nazioni, prevalentemente statunitensi appartenenti allo STURP (Shroud of Turin Research Project), hanno condotto una investigazione scientifica multidisciplinare sulla reliquia, cosa che non era mai accaduta in passato. Essi fecero prelievi, misure e analisi sulla Sindone per 120 ore consecutive, e i risultati di tale ricerca fornirono ampie conferme dell’autenticità della Sindone e costituiscono ancora oggi una solida base scientifica.

I fili usati per realizzare la Sindone sono filati a mano: infatti presentano un diametro variabile. La torcitura dei fili è del tipo ‘Z’, in senso orario. I resti di tessuti funebri trovati nelle tombe in Israele sono per la maggior parte di lino, ma con torcitura ‘S’, in senso antiorario. Potrebbe, dunque, trattarsi di una costosa merce di importazione proveniente da manifatture dell’Egitto o della Siria. La tessitura è a ‘spina di pesce’ (3/1), che forma ‘strisce’ larghe circa 11 mm. È da notare che la lavorazione a ‘spina di pesce’ era già nota nell’area medio-orientale ai tempi di Gesù. Come tessuto, la Sindone può risalire benissimo al I secolo d. C., dato che in antiche tombe egizie (Beni Assan) si trovano raffigurati telai idonei a produrre tale tipo di stoffa. Nella necropoli di Antinoe (Alto Egitto, inizio II sec. d. C.) sono stati trovati tessuti analoghi a quello della Sindone. Anche le sue dimensioni non sono sorprendenti: nel 1993 sono stati trovati i resti di un grande telo funebre nella Grotta del Guerriero, 3 Km a nord-ovest di Gerico. Questo lenzuolo di lino, che risale al 4000 a.C., misura 7 metri per 2 metri.

Ai lati lunghi esterni della Sindone si trovano le cimose. Poiché sui lati corti del telo, invece, ci sono gli orli, il lenzuolo funebre deve essere stato tagliato da un rotolo di stoffa più lungo.

È documentata sia la presenza della struttura del tessuto spinato 3/1 attraverso il ritrovamento di tali tessuti a Krokodilô (Egitto, Mar Rosso) risalenti al periodo 100-120 d. C., sia la speciale tipologia della struttura della cimosa per il periodo intorno alla nascita di Cristo, nei ritrovamenti di tessuti a Masada, in Israele. La cucitura longitudinale, che unisce una striscia laterale al telo sindonico, non è usuale. Anche per questa particolare cucitura si trovano confronti con frammenti di tessuto dai citati ritrovamenti di Masada.

 

Le caratteristiche dell’immagine

L’immagine umana presente sulla Sindone è molto debole e possiede una bassa risoluzione spaziale. È una proiezione verticale del cadavere su un piano orizzontale: c’è una corrispondenza in verticale fra il corpo e i punti corrispondenti dell’immagine. Esiste una correlazione fra l’intensità della figura e la distanza tela-corpo, che permette l’elaborazione tridimensionale dell’immagine. L’immagine frontale produce un’impressionante figura in rilievo tridimensionale (3D), mentre l’immagine dorsale ne produce una in paragone abbastanza piatta. L’impronta umana è visibile a causa dell’ingiallimento delle singole fibrille superficiali, il cui numero per unità di area determina la maggiore o minore intensità della figura. La natura chimica dell’immagine è dovuta a degradazione per disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali senza sostanze di apporto.

Il telo ha avvolto un vero cadavere: le macchie di sangue sono dovute al contatto diretto con le ferite di un corpo umano. Sotto le macchie di sangue non esiste immagine del corpo: questa osservazione è molto importante perché ci dice che il fenomeno che ha impresso l’immagine sulla Sindone è avvenuto dopo che il sangue era stato deposto sul tessuto stesso e ne aveva attraversato lo spessore in grande quantità, un particolare molto interessante anche per chiarire la natura del fenomeno stesso.

Inoltre, dato che l’immagine è assolutamente invisibile nel retro della Sindone, non può trattarsi di pittura, perché il colore sarebbe, inevitabilmente, passato dall’altra parte. Gli esperimenti eseguiti sulla Sindone, osservazione visiva, foto, fluorescenza, spettrofotometria, raggi x a bassa energia, fluorescenza a raggi x, microscopia, hanno escluso che l’immagine sia stata realizzata con materiale estraneo spalmato sul tessuto.

L’immagine sindonica non può essere facilmente osservata dall’occhio umano a distanze minori di 1-2 metri. Quindi, questa limitazione pratica pone serie difficoltà a un eventuale artista che volesse dipingere una immagine simile a quella sindonica; in pratica, dovrebbe dipingere qualche cosa della quale non riesce ad osservare i contrasti.

Calore, luce e invecchiamento, ed anche bruciature controllate possono produrre immagini similari, ma tentativi in tal senso non hanno mai riprodotto immagini uguali a quelle della Sindone.

La colorazione giallognola delle immagini della Sindone, estremamente superficiale, risiede solamente nella parte superiore delle fibre dei fili della tessitura e addirittura penetra solo per 200 nanometri nelle fibrille. Questa osservazione sperimentale esclude la possibilità che la ossidazione e deidratazione delle fibre possa essere stata prodotta con metodi chimici, oppure riscaldando il tessuto, perché in questi casi la colorazione si sarebbe diffusa in profondità nella stoffa.

Nel corso degli ultimi decenni si sono tentate molte strade per spiegare come fosse stato possibile generare l’immagine sindonica con le caratteristiche che abbiamo già descritte e molte altre. In modo particolare, la superficialità dell’immagine e la sua assenza sotto le macchie di sangue hanno privilegiato l’ipotesi che una esplosione di luce potesse essere alla sua origine. Molte prove sperimentali sono state fatte a questo scopo con particelle elementari e vari tipi di sorgenti di luce, generalmente laser, ma solo ultimamente l’utilizzo di laser ad eccimeri potenti e con impulsi di breve durata hanno dato risultati interessanti.

Infatti, con laser ad eccimeri che emettono nell’ultravioletto si è ottenuta una colorazione giallo seppia e superficiale utilizzando parametri di irraggiamento compresi in un piccolo intervallo di valori. Inoltre è stata osservata una colorazione latente che appare dopo invecchiamento naturale o artificiale, a seguito di irraggiamento con laser subito sotto la soglia di colorazione e che quindi non aveva generato una immagine visibile. I risultati ottenuti sono compatibili con le immagini sindoniche e le loro caratteristiche.

 

L’indagine medico-legale

Il sangue è colato verso il basso lungo le braccia, il corpo e le gambe di un uomo appeso a una croce; si è coagulato sulla sua pelle ed è anche fuoruscito con le caratteristiche di sangue post-mortale dalla ferita del costato. Esso si è poi ridisciolto per fibrinolisi quando il cadavere è stato in contatto con il lenzuolo. Dal grado di ridiscioglimento dei coaguli è stato calcolato un tempo di contatto di 36-40 ore.

I capelli insanguinati sono rimasti attorno al volto, incorniciandolo. Alcuni scienziati hanno dimostrato che alcuni rivoli di sangue, presenti sulla fronte e sulle guance, apparentemente ora si trovano sui capelli: da ciò si deduce che quando si è formata l’immagine la parte superiore del lenzuolo si stava afflosciando verso il basso.

I risultati delle prime indagini, condotte per stabilire l’eventuale presenza di sostanza ematica sulla Sindone, furono resi noti nel 1976: l’esito era stato negativo sia per le prove generiche (attacco con solventi, reazione alla benzidina, indagini microspettroscopiche, esame in cromatografia), sia per le prove specifiche (riguardo alla specie umana), e sia per le prove gruppali (limitatamente al sistema AB0). Gli analisti però precisarono: «La risposta negativa delle indagini praticate non consente un giudizio assoluto di esclusione della natura ematica della sostanza in esame», sia per l’esiguità del materiale a disposizione, sia perché indagini di questo tipo su materiale antichissimo sono probative solo se risultano positive.

Nuovi studi, condotti successivamente con tecniche d’avanguardia all’inizio degli anni ’80, hanno finalmente portato a risultati estremamente significativi: due scienziati statunitensi, John H. Heller e Alan D. Adler, e uno italiano, Pierluigi Baima Bollone, direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Torino, giunsero, indipendentemente tra loro, a dimostrare la presenza di sangue sulla Sindone.

È interessante notare che le fibrille di alcune zone adiacenti alle macchie di sangue sono rivestite di una sostanza proteica giallo oro, che è risultata essere siero. Ciò è stato confermato anche dalle fotografie all’ultravioletto, che mostrano aloni di siero attorno alle tracce della flagellazione e ai margini dei coaguli di sangue. Le impronte sanguigne sono quindi dovute al contatto con sangue coagulato, nel quale si possono osservare le fasi di formazione del coagulo con la successiva formazione della crosta e dell’essudato sieroso. È dunque innegabile che un vero corpo umano è stato avvolto nel lenzuolo. Le fibre delle zone macchiate di sangue sono cementate insieme dal fluido viscoso che penetrò fino al lato opposto del tessuto.

Dopo l’identificazione generica, Baima Bollone giunse a dimostrare che si trattava di sangue umano appartenente al gruppo AB. Ulteriori ricerche sul sangue della Sindone hanno permesso a Baima Bollone di accertare la tipizzazione pure rispetto ad altri fattori, per i quali il sangue è risultato di gruppo MNS. Altre importanti scoperte rese note dal medico torinese riguardano le macchie ematiche dei piedi, in corrispondenza delle quali ha localizzato un globulo rosso e alcune cellule epidermiche umane.

Il sangue che si trova sulla Sindone si presenta di un colore rosso vivo, fatto apparentemente strano per un reperto così antico; ma la colorazione vivace, sottolinea Alan Adler, si spiega con la presenza di bilirubina in gran quantità e ciò suggerisce che la persona da cui proviene questo sangue era stata fortemente traumatizzata poco tempo prima della sepoltura. Baima Bollone ha puntualizzato che il colore rosso vivo deve però attribuirsi piuttosto alla presenza nel sangue di carbossiemoglobina.

Dallo studio della Sindone alcuni scienziati, fra i quali Gilbert Lavoie, deducono che fino a poco prima della morte fluiva sangue dalle ferite e che il corpo è stato avvolto nel lenzuolo non più tardi di due ore e mezzo dopo la morte.

Per avere un decalco del sangue sulla stoffa come quello osservato sulla Sindone, il corpo deve essere stato a contatto con il lenzuolo per circa 36 ore. In questo tempo un ruolo importante deve essere stato svolto dalla fibrinolisi, che provoca il ridiscioglimento dei coaguli. Resta inspiegabile come il contatto tra corpo e lenzuolo si sia interrotto senza alterare i decalchi che si erano formati.

Il breve tempo di permanenza del cadavere nel lenzuolo è testimoniato anche dall’assenza di segni di putrefazione. Vicino alle labbra mancano tracce di gas ammoniacali che sarebbero certamente presenti nel caso di inizio di putrefazione. Generalmente questa comincia circa 40 ore dopo la morte. Il processo di putrefazione viene accelerato quando ci si trova in presenza di grandi ferite e di focolai contusivi, come nel caso dell’Uomo della Sindone.

L’identificazione di sangue sulla Sindone fu contestata dal chimico americano Walter McCrone. Dall’esame degli stessi vetrini Heller e Adler hanno tratto conclusioni molto diverse. Essi usarono reagenti molto più specifici, come la fluoroscamina e il verde di bromocresolo. In base ai risultati di queste e altre complesse analisi, poterono affermare con certezza che le macchie rosse sono costituite da sangue intero coagulato, con attorno aloni di siero dovuti alla retrazione del coagulo. Ciò testimonia che il sangue si è coagulato sulla pelle di una persona ferita e successivamente ha macchiato la stoffa quando il corpo fu avvolto nel lenzuolo; impossibile ottenere macchie simili applicando sangue fresco con un pennello.

Con una specifica analisi, si è osservato che l’ossido di ferro, in quei pochi punti dove è presente per le cause suddette, è estremamente puro e non contiene tracce di manganese, cobalto, nichel e alluminio al di sopra dell’1%. Queste tracce sono invece presenti nei pigmenti di pittura minerali.

È stato trovato solo un cristallino di cinabro, che è da considerarsi un reperto accidentale. L’esame di tutta la Sindone con la fluorescenza ai raggi X non ha rilevato alcun pigmento di pittura, quindi nemmeno cinabro; questa sostanza non può essere responsabile della colorazione delle macchie rosse, peraltro certamente composte da sangue, semplicemente perché non è presente.

Bisogna considerare che molti artisti hanno copiato dal vero la Sindone, e quindi la presenza occasionale di pigmenti non è inaspettata; anche perché quasi sempre le copie venivano messe a contatto con l’originale per renderle più venerabili.

 

Il test del 14C

Il 21 aprile 1988 dalla Sindone fu prelevato un campione di tessuto per sottoporlo alla datazione con il metodo del radiocarbonio. In base a questa analisi, la Sindone risalirebbe al medioevo, a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390 d. C.

Numerose obiezioni sono state mosse da vari scienziati, che ritengono insoddisfacenti le modalità dell’operazione di prelievo e l’attendibilità del metodo per tessuti che hanno subito vicissitudini come quelle della Sindone.

Un successivo studio statistico ha mostrato che le misure eseguite dai tre laboratori hanno un trend temporale legato alla posizione spaziale dei campioni e che la struttura della Sindone è molto più complicata di quella dei tre campioni. L’errore statistico sulle misure al 14C è di circa 1000 anni invece dei 130 anni dei dati forniti dalla misura stessa.

Per verificare l’antichità di un tessuto esistono però anche altri metodi. Tre nuove analisi, condotte dall’Ingegner Giulio Fanti, datano la Sindone all’epoca di Cristo.

 

I pollini e altre microtracce

Negli anni ’70 il botanico Max Frei scoprì granuli di polline provenienti da piante desertiche che fioriscono in epoche diverse in Palestina; altri di piante della Turchia dell’Est; altri dei dintorni di Costantinopoli; altri ancora di specie esistenti in Francia e in Italia. Ciò confermò le verosimili tappe storiche della Sindone.

Le specie identificate da Frei sulla Sindone sono 58: di queste, 38 crescono a Gerusalemme ma non esistono in Europa e tra esse 17 sono tipiche e frequenti a Gerusalemme e dintorni. Ciò prova la provenienza palestinese di questo lenzuolo. È da sottolineare l’importanza della presenza sulla Sindone dello Zygophillum dumosum, che cresce solo da Gerusalemme verso sud in Israele, in una parte della Giordania e al Sinai. Le analisi di Frei sono state successivamente confermate da altri botanici. La palinologa Marzia Boi, analizzando la lista dei pollini trovati sulla Sindone da Frei e osservando le fotografie da lui pubblicate, ha notato la presenza delle piante più usate per realizzare costosi balsami, che venivano impiegati negli antichi riti funerari del Medio Oriente.

Baima Bollone ha identificato sulla Sindone alcune particelle di aloe e mirra, soprattutto nelle zone macchiate di sangue. Sono stati anche rinvenuti frammenti di terriccio in corrispondenza della punta del naso e del ginocchio sinistro. In altri campioni di materiale terroso, prelevati dalla Sindone in corrispondenza dei piedi, è stata individuata aragonite con impurezze di stronzio e ferro; campioni prelevati nelle grotte di Gerusalemme sono risultati essere molto simili, dato che contenevano anch’essi aragonite con stronzio e ferro.

 

Il percorso nei primi secoli

I Vangeli sinottici parlano di una Sindone, mentre Giovanni usa il termine ‘othonia’, teli, e menziona anche un sudario a parte. I teli giovannei, secondo il biblista Mons. Giuseppe Ghiberti, possono essere identificati con le due parti della Sindone, quella che aveva coperto il corpo e quella su cui il corpo era stato adagiato. La corretta traduzione, interpretazione ed esegesi dei testi biblici sottolinea come non sia incompatibile il testo dei Vangeli con quello che è possibile ‘leggere’ sulla Sindone.

L’immagine potrebbe essere rimasta latente ed essersi rivelata poi con il trascorrere del tempo. Inoltre è sempre utile sottolineare come essa debba trovarsi in particolari condizioni di illuminazione affinché essa possa essere visibile.

Non solo i Vangeli canonici, ma anche molti degli apocrifi parlano del corredo funerario di Gesù: una cosa particolare se pensiamo che quei testi, prima di essere delle biografie del Cristo, sono delle testimonianze orali messe per iscritto, riguardanti anzitutto la predicazione e le opere compiute dal Redentore. La ripetuta attestazione di una sindone e dei teli funerari della sepoltura è certamente particolare e conferma che il testo sacro non è semplicemente un testo spirituale alieno da alcuna affermazione di carattere storico.

Il problema dell’impurità per chi avesse toccato e conservato il telo di un morto è superato dal fatto evidente che con la risurrezione Gesù non era più un morto, bensì un vivente. Il fulcro della predicazione evangelica del cristianesimo nascente è infatti la risurrezione di Cristo dai morti, una risurrezione non di carattere spirituale, ma materiale e corporale.

La Sindone oggi conservata a Torino è ben diversa dalle altre reliquie che nel corso dei secoli sono state attribuite alla sepoltura di Gesù: infatti è l’unico lenzuolo che riporta l’impronta di un corpo non realizzata artificialmente ed è macchiata di vero sangue umano.

L’utilizzo del termine ‘Sindon’ o del termine ‘Mandylion’ possono riferirsi sia all’oggetto in quanto tale, ma anche alle loro riproduzioni. Fondamentale è comprendere l’utilizzo del termine ‘Prototipo’, del termine ‘Tipologia’, nella letteratura post-apostolica, in particolare patristica. Anche nell’esegesi biblica la nozione di tipologia è fondamentale, così come il binomio tipo\antitipo.

L’esistenza del prototipo Mandylion, che sarebbe stato alla base delle altre copie, ugualmente chiamate come il prototipo, è diffusamente attestata. Anche il Concilio di Nicea II nei suoi atti ne parla. Il Concilio, ultimo della Chiesa indivisa, si svolse nel 787 per contrastare la piaga iconoclastica.

Inoltre la parola Mandylion non si può tradurre con ‘piccolo asciugamano’, ma come affermano studiosi bizantinisti, il termine si riferisce a teli di diverse dimensioni, anche molto grandi, come un mantello.

Per i primi secoli, un notevole aiuto viene non solo dai documenti scritti, ma anche dallo studio della somiglianza tra il volto sindonico e la maggior parte delle raffigurazioni di Cristo conosciute nell’arte, sia orientale che occidentale. Tale somiglianza è evidente e non può essere attribuita a un puro caso; deve essere il risultato di una dipendenza, mediata o immediata, di un’immagine dall’altra e di tutte da una fonte comune, che verosimilmente doveva essere la Sindone.

 

La Sindone in Europa

I primi secoli della Sindone sono stati di occultamento, per il pericolo che la preziosa reliquia potesse essere distrutta durante le persecuzioni contro i cristiani o le lotte contro le immagini. Dopo l’occultamento come ‘Mandylion di Edessa’, c’è la notizia della sua esistenza a Costantinopoli nel 1204, quando la vede il crociato francese Robert de Clari durante il saccheggio della IV crociata. E’ molto probabile che in quell’occasione sia stata portata in Francia da un altro crociato, Othon de la Roche, un antenato di Jeanne de Vergy. Questa nobildonna era la moglie del primo possessore ufficiale della Sindone a Lirey (Francia), Geoffroy de Charny, a metà del XIV secolo.

All’epoca delle prime notizie dell’esistenza della Sindone a Lirey, sorsero alcune polemiche fra i possessori della Sindone, i nobili de Charny, e i vescovi di Troyes, nella cui diocesi si trovava Lirey. Un vescovo, Pierre d’Arcis, si appellò all’antipapa Clemente VII, affermando che anche il suo predecessore, Henri de Poitiers, riteneva la Sindone un semplice dipinto, non il vero lenzuolo funebre di Gesù.

Alla luce delle moderne analisi, soprattutto quelle condotte dagli scienziati dello STURP, che hanno escluso definitivamente l’origine pittorica dell’immagine sindonica, queste vecchie diatribe non hanno più alcun valore.

Nel 1453 la nobildonna Marguerite de Charny, discendente di Geoffroy de Charny, non avendo eredi la affidò al Duca Ludovico di Savoia e a sua moglie, Anna di Lusignano, che la conservarono a Chambéry. Nel 1578 la reliquia fu trasferita a Torino.

In conclusione, le ragioni riportate sopra e altre avvalorano l’autenticità della Sindone e l’ipotesi che l’immagine sia stata originata da una potente esplosione di energia, anche con emissione di luce; una soluzione del problema Sindone che apre scenari di estremo interesse per ulteriori studi.

 

[***Questo articolo è stato pubblicato il 09.02.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

 

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