venerdì, Giugno 5

Sindone: le ragioni del ‘no’ Ci sono elementi per credere che la Sindone di Torino sia medievale? È vero che è irriproducibile? Una sintesi delle ‘ragioni del no’ all’autenticità della Sindone, secondo Andrea Nicolotti, Antonio Lombatti, Luigi Garlaschelli,

0

Quali sono le motivazioni per cui molti, nel dibattito sulla Sindone di Torino, si schierano per la non autenticità del Telo?
Ci sono elementi per credere che la Sindone sia medievale? È vero che è irriproducibile?

Nel corso della realizzazione di questo Speciale dedicato alla Sacra Sindone, in vista dell’ostensione di aprile, abbiamo dialogato con molti studiosi del Telo, tra i così detti ‘non autenticisti’ ci siamo confrontati, tra gli altri, con gli storici Andrea Nicolotti, studioso di Storia del Cristianesimo e ricercatore presso l’Università di Torino, e Antonio Lombatti, dell’Università Popolare di Parma, e con il chimico Luigi Garlaschelli, docente di Chimica Organica all’Università di Pavia. Dalle conversazioni con Garlaschelli e Nicolotti (che per il nostro Speciale hanno realizzato alcuni servizi che saranno pubblicati nelle prossime settimane), abbiamo estratto una sintesi delle ‘ragioni del no’ all’autenticità della Sindone.

 

Archeologia e storia

I fili di lino della Sindone hanno una torcitura inversa rispetto a quella in uso in Israele all’epoca di Gesù; tale torcitura, invece, è la stessa che si usava in Europa nel medioevo. Quindi la Sindone non è un tessuto prodotto in Palestina all’epoca di Gesù.

Il lino è intessuto con la tecnica della saia da 3 lega 1, cioè ogni filo di ordito passa sopra di tre fili di trama e sotto il quarto, e così via, in modo alternato, così da formare un andamento diagonale. Questo andamento è speculare e dà origine a un effetto a ‘zig zag’ detto ‘a spina di pesce’. Non è noto nell’antichità, prima del medioevo, nessun tessuto di lino ampio e complesso come la Sindone che sia stato tessuto con questa tecnica, che con i telai a disposizione degli antichi sarebbe risultata di estrema complessità al punto di renderla quasi irrealizzabile. Nessunasindonee nessuna stoffa di lino antica paragonabile alla Sindone è fatta in questo modo. Gli esemplari più antichi finora ritrovati, che possono essere tecnicamente comparabili alla Sindone sono tutti posteriori al XIII secolo.

La Sindone di Torino è completamente diversa dai vari frammenti di autentiche sindoni palestinesi del I secolo note agli archeologi, rinvenute in tombe a Masada, ‘En Gedi, Gerico, Akeldama.

Sembra che le vere sindoni fossero avvolte attorno al cadavere e legate, e non poste sopra e sotto, ben distese e rigirate nel senso della lunghezza, come sembra il caso per quella di Torino. La Sindone non è nemmeno coerente con la descrizione evangelica, che parla di diversi lini e di un sudario posto sulla testa, più piccolo e distinto dalle altre stoffe. Inoltre i Vangeli non dicono che Gesù fu messo dentro un lenzuolo, ma che fu avvolto e legato nella stoffa, il che è incompatibile con quel che si vede nella Sindone di Torino, dove non ci sono segni di legature e avvolgimenti.

I Vangeli non citano nessuna impronta umana che sarebbe rimasta impressa nella stoffa sepolcrale di Gesù.

La Sindone di Torino non è affatto nota dal primo secolo, anzi, per diversi secoli nessuno mai disse che la stoffa sepolcrale di Gesù era stata salvata e conservata. È invece probabile che gli ebrei seguaci di Gesù non l’abbiano nemmeno toccata, in quanto per gli ebrei di allora come per quelli di oggi ciò che ha toccato un cadavere è impuro e trasmette impurità.

La Sindone di Torino non assomiglia a nessuna delle sindoni che, a partire dal sesto secolo d.C., cominciarono ad essere descritte dai vari pellegrini che visitavano i luoghi santi e conoscevano le varie reliquie, oggi riconosciute quasi tutte come false, che cominciarono a essere prodotte all’epoca.

È altamente improbabile che una reliquia autentica con un’immagine di Cristo come la Sindone non sia mai stata menzionata da nessuno fino al medioevo.

La Sindone di Torino non è per nulla una reliquia antica e unica, perché prima della sua comparsa vi erano altre ‘sindoni’ altrove e ben più note e venerate (Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Compiègne, Aquisgrana, Cadouin, Mainz, etc.), tutte ritenute autentiche fino in epoca moderna.

La Sindone di Torino comparve improvvisamente in Francia, a Lirey, in diocesi di Troyes, verso il 1355. Immediatamente Henri de Poitiers, il vescovo della locale diocesi di Troyes, si oppose all’ostensione che veniva fatta, ritenendola un evidente falso. Le ostensioni ripresero circa trent’anni dopo, e ancora il nuovo vescovo, Pierre d’Arcis, si oppose. Dopo un lungo braccio di ferro tra lui e il decano della chiesa ove avvenivano le ostensioni, nel 1389 il vescovo si appellò al Papa Clemente VII con un lungo memoriale, nel quale si racconta come il suo predecessore avesse addirittura trovato l’artista che l’aveva ‘astutamente dipinta’.

Il Papa permise le ostensioni soltanto a patto che si dicesse ogni volta che si trattava di una raffigurazione, e non del vero Sudario di Cristo.

All’epoca di questi scontri nessuno, né il Papa, né i vescovi, né i canonici di Lirey né i proprietari della Sindone mai affermarono che essa era autentica, anzi, tutti la chiamavano ‘figura’ o ‘rappresentazione’ della vera sindone di Gesù.

La fortuna della Sindone iniziò soltanto quando essa fu illegalmente venduta al duca di Savoia da una donna che per la sua azione morì scomunicata. A motivo della potenza della famiglia ducale, lentamente furono dimenticate e occultate le poco nobili origini e le polemiche iniziali, mediante un’opera di falsificazione della storia della Sindone che perdurò fino all’inizio del XX secolo.

Una volta nelle loro mani i Savoia ne promossero sempre più il culto, come reliquia di famiglia reale, fino ad ottenere l’avallo dichiarato di alcuni papi, a partire da Giulio II.

Tra le mille reliquie medievali (spine della corona, legno e chiodi della croce, sandali e tunica di Gesù, frammenti del suo cordone ombelicale, del suo prepuzio, dei suoi capelli e altro), le sindoni certo non mancavano. Generalmente erano teli bianchi, visto che i Vangeli non citano alcuna impronta su di essi. Ma esistevano anche dei piccoli asciugamani detti ‘Veroniche’ o ‘Mandili’, su cui, secondo varie leggende, Gesù avrebbe lasciato impresso il suo volto da vivo. È forse dall’unione dei due concetti di impronta miracolosa e di sudario, specie dalla Veronica, che nacque l’idea di una sindone recante l’impronta dell’intero corpo.

 

L’immagine e le ferite

Considerando l’immagine della Sindone si nota la totale mancanza delle deformazioni geometriche che sarebbero da attendersi da un’impronta lasciata -con qualunque mezzo- da un corpo umano coperto da un telo.
Diversi ricercatori hanno provato a coprire un volontario di pittura colorata, e appoggiargli sopra un lenzuolo. Ovviamente il risultato è un’immagine orrendamente deformata, e senza i mezzi toni e le sfumature della vera Sindone, ma piuttosto con un ‘effetto timbro’. L’immagine della Sindone, che sembra così perfetta, è quindi assolutamente non realistica: troppo bella per essere vera.

Abusato e inconsistente è il riferimento alla presunta specialenegativitàdell’immagine sindonica, ‘scoperta’ nel 1898 quando la Sindone è stata fotografata per la prima volta. La discussione su questo punto coincide anche con la nascita della sindonologia. In effetti la sagoma del corpo presenta un’inversione dei chiaroscuri rispetto alla realtà; le parti del corpo più in rilievo, quelle che dovrebbero essere più esposte alla luce (come ad esempio il naso), sulla stoffa sono più scure, mentre quelle meno in rilievo e quindi più distanti dalla stoffa e meno illuminate dalla luce (come le orbite degli occhi) sono meno scure. Ciò non ha nulla di strano né significa che l’artefice fosse così abile da conoscesse l’effetto dei moderni negativi fotografici, come spesso si afferma: è semplicemente il normale risultato di un decalco, proprio ciò che un artefice avrebbe voluto realizzare per dare l’impressione di un contatto fra un tessuto e un corpo capace di lasciare un’immagine (perché insanguinato, ad esempio).

Molti sindonologi ‘autenticisti’ (i termini sono diventati nei fatti quasi un sinonimo) furono e sono medici legali. A loro dire, la precisione anatomo-patologica delle ferite e delle lesioni riportate sulla Sindone sono completamente realistiche e compatibili solo con un vero cadavere. In realtà ogni indagine di natura medica su una figura impressa e in assenza del vero cadavere è estremamente speculativa e si basa su assunti indimostrabili. È evidente, comunque, che non sono affatto verosimili le graziose colature di sangue sopra i capelli (che semmai dovrebbero essersene impiastricciati e intrisi), né l’esistenza di un’impronta dei capelli stessi, che in una persona distesa cadrebbero all’indietro senza lasciare traccia sul lato frontale. È stato anche verificato sperimentalmente che la direzione di vere colature di sangue sugli avambracci, sui dorsi delle mani e sul costato seguono andamenti del tutto diversi da quelli raffigurati sul Sacro Telo.

Ma sono le analisi di laboratorio quelle di cui ormai si discute più spesso; per esempio circa la presenza o meno di sangue. Ovviamente, su una sindone falsa si potrebbero trovare sangue, coloranti, o entrambi; ma una sindone vera -anche se fosse stata ritoccata con colori- deve necessariamente possedere tracce di sangue. Una prima commissione di indagine istituita dal cardinale Michele Pellegrino nel 1969-1973 diede, però, risultati deludenti. Il laboratorio di analisi forensi del Professor Giorgio Frache di Modena (test chimici, cromatografici e immunologici) ebbe solo risultati negativi. Esami microscopici condotti da Guido Filogamo e Alberto Zina non mostrarono tracce di globuli rossi o altri corpuscoli tipici del sangue. Si videro, invece, granuli di una materia colorante sulla cui natura non ci si pronunciò.

Si deve anche notare che ilsanguesulla Sindone è ancora molto rosso, mentre è ben noto che normalmente la degradazione dell’emoglobina lo rende scurissimo in breve tempo.

Nel 1978 l’allora arcivescovo di Torino cardinale Anastasio Ballestrero (coadiuvato dal professor Luigi Gonella del Politecnico di Torino in qualità di consulente scientifico) permise 120 ore di analisi a un gruppo auto-offertosi di scienziati americani, lo STURP (Shroud of Turin Research Project), che la sottopose a una serie di test chimici, fisici e spettroscopici sui quali ancora oggi si discute.

In contrasto con i risultati precedenti, i chimici dello STURP John Heller e Alan David Adler dissero di avere accertato la presenza di sangue perché ne avevano ottenuto le reazioni tipiche. Nel 1980, invece, il notissimo microscopista americano Walter McCrone sulle fibre che lo STURP gli aveva passato non trovò sangue, ma tracce di ocra rossa, cinabro (pigmento rosso molto usato nel medioevo) e di alizarina (pigmento vegetale rosso-rosa). McCrone riportò, inoltre, la presenza di un legante per le particelle di pigmento che vide, che potrebbe essere collagene (gelatina) o bianco d’uovo. In pratica si tratterebbe di colori a tempera.
Le caratteristiche intrinseche dell’immagine, accertate dagli scienziati dello STURP, sono molto interessanti. L’immagine è superficiale (non passa dall’altra parte del telo) e non è prodotta da pigmenti o coloranti   -a differenza delle macchie di sangue, che intridono tutto lo spessore della tela con una sostanza che incolla le fibre, e in cui sono visibili particelle rosse. L’immagine è dovuta ad un ingiallimento delle fibre di cellulosa, in pratica a una degradazione dovuta a disidratazione e ossidazione. Le analisi dello STURP indicarono che l’immagine del corpo ha proprietà molto simili a quelle delle bruciature, ancora ben visibili, che la Sindone subì nell’incendio nel 1532. Sia l’ipotesi di una leggera bruciatura (o strinatura) che quella di un attacco chimico furono ritenute verosimili, benché lo STURP non sia riuscito a spiegare la genesi di un’immagine con queste caratteristiche, che inducono molti a escludere l’opera di un artista.

I sindonologi insistono nel dire che un’immagine con queste caratteristiche non può essere realizzata con mezzi alla portata di un artefice medievale. Essi pertanto concentrano tutti i loro sforzi a trovare meccanismi soprannaturali che ne spieghino la genesi. L’assunto però non è condivisibile. Sono state avanzate varie ipotesi su come la Sindone è stata fabbricata (ad esempio usando la chimica o il calore) che certamente sarebbero più facilmente riscontrabili sull’originale, se l’accesso non fosse impedito dai suoi proprietari.

 

La radiodatazione

Lo STURP, fra gli altri, raccomandò la radiodatazione della reliquia col metodo del Carbonio 14 per dirimere la questione dell’autenticità. Solo dieci anni più tardi, nel 1988, il cardinale Ballestrero e Gonella, sotto la sorveglianza della Pontificia Accademia delle Scienze, scelsero i tre laboratori con maggior esperienza in questa tecnica a livello mondiale: Tucson, Oxford e Zurigo. Coordinatore fu il professor Michael Tite del British Museum, considerata un’istituzione prestigiosa al di sopra delle parti. Furono prelevati piccoli campioni da un angolo del telo, e i risultati complessivi, resi pubblici il 13 ottobre 1988, circoscrissero l’età del telo al periodo compreso fra il 1260 e il 1390.

Ciò significa che la radiodatazione ha confermato in pieno i dati storici (la Sindone compare d’improvviso nel medioevo, non prima) e tecnologici (il tipo di tessuto non è attestato prima del medioevo).

Il cardinale Ballestrero dimostrò di accettare e adeguarsi onestamente ai risultati del test: «Penso non sia il caso di mettere in dubbio i risultati. E nemmeno è il caso di rivedere le bucce agli scienziati se il loro responso non quadra con le ragioni del cuore».
Chi non si rassegnò al responso di scienziati indipendenti furono i fautori ad oltranza dell’autenticità, che imbastirono varie linee di obiezioni. Alcune deliranti (congiura dei laboratori con complicità di Ballestrero), altre risibili (prelevati frammenti di un rammendo -ovviamente mai visto da nessuno dei vari esperti tessili che esaminarono la Sindone filo per filo- anziché della Sindone). L’ipotesi più spesso ripetuta è che il prelievo fosse inquinato da sporcizia costituita di carbonio più ‘moderno’ che avrebbe ringiovanito il telo, ma questo è un argomento che non convince nessuno di quelli che si occupano di radiodatazioni.

Nel 1993 un chimico russo divenuto subito famoso, Dimitri Kouznetsov, affermò che durante l’incendio subìto dalla Sindone a Chambéry nel 1532 della anidride carbonica dell’aria si sarebbe fissata alla cellulosa del lino, apportando carbonio ‘recente’. Un’attenta lettura del lavori di Kouznetsov mostrò, però, errori e forzature. Tentativi di riprodurre scientificamente i suoi esperimenti fallirono un dopo l’altro. Ma solo dopo attente indagini si scoprì che si trattava di un vero e proprio ciarlatano, che aveva inventato anche nomi di collaboratori, riviste, musei e laboratori.

Va notato che nessuno dei tre laboratori di radiodatazione ha mai confermato le obiezioni dei sindonologi. Va anche sottolineato che la radiodatazione è un collaudatissimo strumento di datazione archeologica, la quale ogni volta che è stata applicata a una presunta reliquia di Gesù ha fornito una datazione medievale (Sudario di Oviedo, titolo della croce, sindone di Carcassonne, tunica di Argenteuil, etc.) sempre rifiutata dai sostenitori delle suddette reliquie.

Altre affermazioni ‘meravigliose’ degli ‘autenticisti’ -funghi cresciuti sulla stoffa, tracce di monetine romane dell’epoca di Pilato, scritte in varie lingue [in]visibili sul telo, pollini medio-orientali antichi, miniature anteriori al XIV secolo raffiguranti la Sindone- sono, analogamente, assai poco verosimili.

[***Questo articolo è stato pubblicato il 09.02.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore