domenica, Giugno 7

Sindone: la reliquia ‘nobile’ dei Savoia Il passaggio della Sindone dalla famiglia de Charny ai Savoia che ne fanno immagine della Famiglia e del potere reale

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Uno svariato numero di leggende sono nate pur di dissimulare il passaggio di proprietà. Non è bello dire che duchi e conti praticano simonia. Di fatto la Sindone è nelle mani dei duchi di Savoia e certamente non è stato un gentile omaggio di Margherita de Charny, che fino a poco prima aveva sfidato anche la scomunica pur di non restituirla alla Collegiata.

Secondo la leggenda il passaggio di proprietà tra Margherita de Charny e il duca Ludovico di Savoia sarebbe avvenuto a Chambéry, dove Margherita era arrivata accolta tra grandi fasti dal duca e da sua moglie Anna di Cipro, assai invidiosa di Margherita per la Sindone, e da dove Margherita, dopo aver subito un tentativo di furto della Sindone da parte di due ladri ai quali restarono le mani appiccicate al Telo, se ne voleva velocemente andare, se non che il mulo che trasporta la cassetta della Sindone s’impunta e non riesce attraversare le porte della città, un segno, per i duchi di Savoia, che la Sindone deve restare in città e passare nelle loro mani. Naturalmente niente di più falso, né di tanto ingenuamente bigotto.

I Savoia comprano la Sindone, e a caro prezzo. Il passaggio di proprietà avviene a Ginevra, nel 1453. Della compravendita resta un documento, dove non viene esplicitamente citata la Sindone ma si sente scorrere tra le righe il baratto: la Sindone contro l’infeudamento a Margherita della città e del Maniero di Mirabel -due anni dopo Mirabel sarà sostituita da Flumet. Se corse anche denaro contante non si saprà mai.

La Sindone è una realtà terrena nel senso più pieno e totale del termine”, ci spiegava don Giuseppe Ghiberti, già docente di esegesi e filologia neotestamentaria, e già assistente del Custode Pontificio della Sacra Sindone. “La storia cammina scandita dai potenti del tempo, coloro cioè che usando la potenza economica e a volte la violenza, fisica ma anche quella fatta di più ‘banali’ sopraffazioni, sono emersi dal livello di vita della gente comune. Come realtà terrena la Sindone si è dovuta piegare a questo condizionamento. Gesù non si era forse piegato a questa stessa grettezza?!”. E da Ginevra inizia la lunga storia della Sindone diventata strumento di affermazionepoliticain mano alla Casa Savoia. “Da quel momento la Sindone divenne una reliquia ‘nobile’, segno di legittimazione del potere dei suoi proprietari, destinata a diventare il loro ‘palladio’, cioè la reliquia che assicurava il presidio, la difesa e la garanzia di salvezza della dinastia savoiarda”, dice Andrea Nicolotti, storico, studioso di Storia del Cristianesimo, e ricercatore presso l’Università di Torino, che da alcuni anni si occupa di Sindone. “Il dono di Gesù”, rifletteva don Ghiberti, “può effettivamente diventare strumento di realizzazione personale, anche a livello politico. Quando si avverte la sfruttabilità del Cristo e di tutto quello che in qualche modo rimanda ad esso, dunque anche la Sindone, l’uomo dimentica tutto il resto”.

La proprietà della Sindone è un successo per il duca, ma soprattutto per la moglie. Spiega Jacques Lovie, storico della Sindone, «Costantinopoli è conquistata. La duchessa Anna di Cipro, erede dei Lusignano, e per essi, del regno di Gerusalemme, sa di possedere la più impressionante testimonianza del gran dramma che si è svolto nell’affascinante città, meta di tutte le crociate».

Per i nuovi proprietari la prima grana da risolvere è quella di tacitare il Capitolo di Lirey, legittimo proprietario del Telo e in causa con Margherita. Per i potenti Savoia è facile. Il Capitolo accetta di riconoscere che il legittimo proprietario è il duca, con una convenzione stipulata a Parigi il 6 febbraio 1464, questi, per contro, s’impegna a versare al Capitolo una cifra annua di 50 franchi d’oro.

Nell’immediato, la Sindone, per la quale certamente nessuno prevede la venerazione pubblica, è un fatto assolutamente privato della famiglia ducale e viene conservata nella cappella della residenza ducale, affidata alla custodia del cappellano di corte. La corte non ha una sede stabile, così la Sindone, chiusa in una cassetta d’argento, segue i duchi nei loro spostamenti, caricata -questa volta sì- a dorso di mulo. Passa da Ginevra e Chambéry, riposta nella cattedrale oppure nella cappella privata dei duchi, a Torino, e fa tappa, lungo i viaggi, in una serie di cittadine e paesi, soprattutto del Piemonte e della Francia meridionale. Presto, però, i duchi si rendono conto che i continui spostamenti possono essere pericolosi per una reliquia di tale pregio. “Per scongiurare i tentativi di furto”, raccontava don Luigi Fossati salesiano, per mezzo secolo tra i più raffinati studiosi della Sindone, “negli spostamenti, soprattutto nel periodo successivo, la Sindone viaggiava in incognito, facendo confondere le tracce con una cassetta sosia che percorreva un’altra strada, più ufficiale, rispetto al percorso dell’originale. Erano due cassette, rivestite di madreperla, esattamente uguali. Una oggi è conservata al museo della Sindone di Torino, l’altra è nella parrocchia di Altessano a cui fu regalata da Carlo Emanuele I”.
Viene così decisa la costruzione di una cappella, specificatamente per la Sindone, a Chambéry, annessa al palazzo ducale. La realizzazione è del duca Amedeo IX nel 1467, il quale, l’anno precedente, aveva inviato la prima di una serie che a fine secolo sarà di oltre 15 suppliche al papa per il riconoscimento ufficiale del culto della Telo. Nel giugno del 1502, finalmente, la Sindone viene collocata nella cappella, dal duca Filiberto II e la moglie Margherita d’Austria.

Con la morte di Amedeo IX, nel 1472”, spiegava don Fossati, “inizia, per il ducato di Savoia, un periodo di forte instabilità politica. Soprattutto a causa della giovane età degli eredi. Si cerca di salvare la dinastia usando lo strumento della reggenza e trasferendo la corte continuamente da un castello all’altro del Piemonte. E la Sindone viaggia con casa Savoia. Tra il 1477 e il 1478 passa da Susa, Avigliana, Rivoli. Nel marzo del 1478 è a Pinerolo e, secondo alcuni documenti, il giorno 20, Venerdì Santo, ci sarebbe stata una ostensione. Dieci anni dopo, nel 1488, è a Savigliano, dove il giorno di Pasqua viene esposta. Nel 1494 a Vercelli, il 27 marzo, Venerdì Santo, si ha una nuova ostensione. Quattro anni dopo, nel 1498, è di passaggio a Torino, dove, conservata in un reliquiario, viene inventariata”.

La Sindone è pellegrina, c’è poco da fare. Già nel 1503 da quella che avrebbe dovuto essere la sede definitiva, la Sainte Chapelle di Chambéry, viene portata in mostra, da Filiberto II, a Pont d’Ain, quale augurio per il nuovo incarico governativo, all’arciduca Filippo, figlio dell’Imperatore Massimiliano, in partenza per la Fiandra. Filiberto muore a Pont d’Ain e il nuovo duca, Carlo III, invia la Sindone alla madre, reggente, presso il Castello di Brissac nel Bugey. Solo l’insistenza dei fedeli costringerà il reticente Carlo III a riportare la Sindone a Chambéry.

Nel 1506, a seguito di una nuova supplica da parte di Carlo III a papa Giulio II, arriva l’approvazione papale all’Ufficio e la Messa in onore della reliquia. Lo stesso documento fissa la ricorrenza liturgica al 4 maggio, data seguente la festa della S.Croce, e concede l’indulgenza plenaria a tutti i partecipanti alla funzione religiosa del Venerdì Santo quando viene mostrata ai fedeli. Il Papa concede, inoltre, il riconoscimento ufficiale alla Confraternita dedicata al Santo Sudario, con il diritto per i membri a speciali privilegi.

Da questo momento si ha un vero e proprio boom del culto della Sindone, mentre cresce il numero delle ostensioni, la loro solennità e il numero dei fedeli, di ogni estrazione sociale, che vi partecipano.

«L’autenticità di una reliquia è un fatto essenzialmente storico», afferma al Congresso Sindonologico del 1939 Eusebio Vismara, dottore in Teologia e Filosofia presso il Pontificio Ateneo Salesiano di Torino, perciò il culto di una reliquia o meglio la liturgia approvata dalla Chiesa, non è, di per se, conferma dell’autenticità. Lo riaffermerà, in maniera ancora più severa Adrien Nocent, professore di Storia e Teologia dei Sacramenti al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma, al Congresso di Cagliari del ‘90, sostenendo che la celebrazione della Santa Sindone deve attualizzare «tra noi l’atto del salvatore del mondo», vale a dire «morte, resurrezione, ascensione e invio dello Spirito». La salvezza dell’uomo deriva non dalla sofferenza, né dalla morte di Gesù, ma da sofferenza, morte e resurrezione insieme. «Nella storia- in generale e, a tratti in modo particolare nella storia della Sindone, proprio perché essa è, almeno di primo acchito, testimonianza della sofferenza e della morte- si può costatare che la completezza del mistero non sia stata recepita». A cominciare dalla devozione popolare, fino alla liturgia approvata da papa Giulio II, stesa dal Padre domenicano Antonio Pennet, confessore del duca Carlo II. «La liturgia comprende l’intero ufficio e la Messa» afferma ancora il Vismara facendone un lungo esame. «L’idea fondamentale di questa liturgia è quella della passione e della sepoltura del Signore. Ma tutto, naturalmente, è riferito alla Santa Sindone, della quale- secondo lo spirito del tempo ancora dominato dall’esagerazione medioevale del simbolismo in fatto di liturgia- si vuole vedere un tipo o una figura nei tratti della Scrittura in cui ricorre la parola sindone, o in cui si parla di lino, di pallio, di mantello, di tutto ciò insomma che serve a ricoprire: dal mantello con cui i figli di Noè pietosamente ricoprono il padre, alle pelli con cui Rebecca ricopre Giacobbe, ecc...» Curiosamente la lettura del Vangelo non è tratta dai sinottici, dove si parla esplicitamente di Sindone, bensì è proposto il Vangelo di Giovanni.

La liturgia nel 1514 venne estesa, da Papa Leone X, a tutta la Savoia e, nel 1582, da Gregorio XIII, a tutti i domini di Casa Savoia. Molto probabilmente venne utilizzata anche in altri Paesi, ben oltre il Piemonte e l’Italia, la Savoia e tutta la Francia, in gran parte d’Europa, là dove sorgevano, e oramai si diffondevano a macchia d’olio, le Confraternite in onore della Santa Sindone.

Poco a poco la liturgia subisce modifiche in varie parti. Verso il 1660 la si trova nei breviari in uso completamente diverso rispetto a quella originale approvata da papa Giulio II.

Con papa Benedetto XIII, nel 1727, si avrà l’approvazione delle ultime e definitive modifiche, «l’ufficio che fino allora aveva solo la forma pasquale», afferma Vismara, perché si recitava «solo il giorno della festa», il 4 maggio, «che cade sempre in tempo pasquale, viene concesso come ufficio votivo per tutti i tempi dell’anno e particolarmente per il Venerdì», il che favorirà un nuovo ulteriore sviluppo in tutta Europa della devozione sindonologica. Una versione questa che, a giudizio del severo Nocent, offre «una visione equilibrata delle sofferenze, della morte e della gloriosa risurrezione di Cristo». Il Vangelo proposto è quello di Marco, insieme a quello di Giovanni, a scelta del celebrante, i brani quelli che raccontano la scoperta della tomba vuota.

Dalla cappella di Chambéry, oramai impreziosita di raffinate vetrate, marmi, statue, ori, la Sindone emerge due volte l’anno per l’ostensione: il Venerdì Santo e il 4 maggio.

A Chambéry sono giorni di festa quelli dell’ostensione. La cittadina, tirata a lucido, dalle strade fino alle sale delle taverne e degli alberghi, pronte per accogliere gli ospiti che arrivano anche da molto lontano, si anima di pellegrini, chierici e, insieme, mercanti, curiosi, artisti, oltre, naturalmente, a briganti e militari. Le strade pullulano di gente, voci e colori. I baldacchini dei nobili stentano a farsi largo tra la folla di poveri pellegrini che a piedi entrano in città. “Le ostensioni avvenivano da un balcone verso la piazza”, spiegava Giorgio Tessiore, sindonologo e perito tessile che proprio in questa veste a lungo ha studiato la Sindone, “tre Vescovi mostravano per pochi minuti il Sacro Lenzuolo, reggendolo con le mani in modo che l’impronta frontale risultasse a sinistra e la dorsale a destra”.

Nel 1509 arriva a Chambéry, dono di Margherita d’Austria, un vero gioiello: una cassetta d’argento massiccio, commissionata ad un abile artista fiammingo, appositamente donata dalla reggente dei Paesi Bassi per riporre la preziosa reliquia. Con grande solennità il lenzuolo, piegato, come d’uso al tempo, svariate volte in lunghezza e in larghezza fino a creare 48 strati di piegature, con dimensione di circa 27×36 centimetri, viene messo nella nuova cassetta. Questa, sigillata e chiusa da ben quattro chiavi, viene sistemata nella nicchia della sacrestia del coro.

E’ la notte tra il 3 e il 4 dicembre del 1532. Nella città improvvisamente scoppia uno spaventoso incendio. La cappella è in pietra ma le pareti sono rivestite di pesanti pannelli di legno di quercia. La splendida cappella si trasforma in un forno. Le vetrate fondono, gli arredi in pochi minuti sono praticamente distrutti dalle fiamme e dal calore, la facciata crolla. La cassetta d’argento della Sindone inizia anch’essa dopo pochi minuti a risentire della altissima temperatura. Filippo Lambert, consigliere del duca, due frati francescani, e un fabbro, Guglielmo Pussod, sfidano le fiamme. Sprovvisti di chiavi, rompono, a colpi di martello, la chiusura della nicchia, arrivano alla cassetta, già in parte fusa, la irrorano di acqua, la trascinano fuori. Alcune gocce d’argento hanno già perforato il sacro Telo, per di più inzuppato per l’acqua gettata sulla cassetta per raffreddarla.
La figura dell’uomo sindonico è salva, ma, nel complesso, la Sindone è gravemente danneggiata.

Il 4 maggio successivo l’ostensione viene annullata. La Sindone è troppo danneggiata per poter essere esposta. La decisione fa clamore. Tra la gente si diffondono voci contrastanti. C’è chi afferma che l’incendio ha completamente distrutto il Telo, ormai inesistente. Altri, credono l’incendio dolosamente appiccato dalla duchessa Beatrice del Portogallo per sottrarre la Sindone.

A questo punto il Papa è costretto intervenire. Il 28 aprile del 1533, a poco più di 4 mesi dall’incendio, ordina al cardinale Luis de Gorrevod di verificare cosa sia effettivamente accaduto alla Sindone, in che stato si trovi e, se necessario, di provvedere alle riparazioni.

Passerà un anno prima che l’ordine del Papa venga eseguito.

Il 15 aprile 1534 la Sindone viene portata nella cappella, stesa su di un tavolo, e mostrata a 12 testimoni attendibili, tra i quali il cardinale Luis de Gorrevod, vescovi e altri che avevano visto il Sudario prima dell’incendio. Tutti riconoscono il Sudario e si procede a rilevare i danni.
Saranno le suore di Sainte Claire en Ville, si decide, a riparare il sacro telo.
Il giorno seguente, 16 aprile, una processione, aperta dal legato papale cardinale Luis de Gorrevod, che porta il Santo Sudario, dal duca Carlo III, e con la partecipazione dei vescovi esaminatori e della corte, s’incammina verso il convento.

Lì il Telo viene nuovamente steso in presenza dei notai, che debbono redigere il verbale, e ufficialmente identificato come il Santo Sudario da un totale di 23 persone, i 12 del giorno prima più altri.

Sotto le finestre, aperte, del convento una gran folla di fedeli si è radunata a pregare, vegliare e curiosare. Il cardinale i de Gorrevod impartisce l’assoluzione alle monache e ordina loro di ricucire il Lenzuolo, montato su di un telaio.

L’operazione, che terminerà solo il 2 maggio, continuerà tutta la notte. La notte più lunga delle clarisse di Chambéry che, sotto la direzione della Madre Badessa, in ginocchio, pregando e meditando sulle ferite di quel Cristo che ora le loro mani stanno sfiorando, con finissimi punti rimediano alla meglio i danni dell’incendio.

Le condizioni della Sindone devono essere davvero gravi se le monache devono fissare sul rovescio della Sindone una tela di Olanda, applicata con molte impunture, a titolo di rinforzo. Le bruciature invece vengono sistemate con 22 rappezzisubtriangolari, ricavati da Corporali d’altare; più tardi uno fu sostituito e ne furono aggiunti altri 7 di fine tela grigia”, spiega Tessiore.

E’ il salesiano don Antonio Tonelli che agli inizi del ‘900 si soffermerà a studiare i danni dell’incendio di Chambéry. Le bruciature sono 28 «simmetriche rispetto alle linee di piegatura longitudinali e trasversali», scrive Tonelli. La Sindone era piegata svariate volte tanto da determinare 48 rettangoli di 27×36 centimetri. Ciascuna bruciatura è circondata «da una specie di ampio alone sfumato, di color seppia», infatti «il calore d’irradiazione causò una specie di distillazione secca della cellulosa del lino, con produzione di sostanze organiche diverse, che erano gassose a quell’alta temperatura; alcune di esse -colorate (brune)- si diffusero ad alone attorno alle bruciature e vi si deposero, colorando la tela». Le clarisse applicarono i rattoppi sul lino carbonizzato che, naturalmente, con il tempo cedettero e svariate volte si dovette intervenire a rafforzarli.

Le monache nel loro verbale di lavoro non accennano, stranamente, alle tracce di un precedente incendio subito dal lino, pur essendo decisamente visibili. Le tracce di quest’altro incendio, spiega Tonelli, «sono prive di alone bruno», il che indica che la «tela fu bruciata rapidamente senza che si formassero abbondanti gas di distillazione. Sono simmetriche e degradanti di intensità, dal primo al quarto strato di tela, gli unici colpiti dal mezzo comburente. E’ evidente che esse non si potevano ottenere con il sistema di piegatura del 1532». La Sindone doveva essere piegata «una sola volta per lungo e per traverso, generando quattro rettangoli sovrapposti di circa m. 0,55×2,20».

Un «grande afflusso di popoli», scriveranno le clarisse nel loro verbale dell’evento, seguì, da sotto le finestre, tutte le fasi dell’operazione, «non c’era giorno che non vi si vedessero più di mille persone», tanto che per «soddisfare il santo desiderio di un gran numero di pellegrini che venivano da Roma, da Gerusalemme e da molti altri Paesi lontani» più volte la Sindone fu mostrata alla folla dalle finestre della stanza del convento dove si trovava, illuminandola con ceri accesi attorno «mentre noi cantavamo in ginocchio».

All’antivigilia della sua festa, il 2 maggio, mentre le campane della città suonano a festa, la Sindone, portata dai più alti prelati, lascia il convento e le clarisse, oramai per il resto dei loro giorni orfane di quella fugace, quanto straordinaria, visita, per ritornare nella cappella ducale.

Siamo nel febbraio del 1536, le truppe di Francia, in guerra contro la Spagna, stanno per invadere la Savoia. Carlo III è costretto a riparare in Piemonte. Prima va a Torino, poi a Vercelli, e per una breve parentesi a Milano. Con sé, naturalmente, ha la Sindone, che il 7 maggio viene esposta a Milano, al Castello Sforzesco. “Probabilmente il percorso”, dice don Fossati “si snoda lungo il Colle dell’Arnaz e la Valle Ala, fino a Ceres. Dovrebbero essere state toccate una serie di località quali Averole –Francia-, Pian della Mussa, Balme, Mondrone, Ala di Stura, Voragno, dove, per altro, a testimonianza del passaggio del Telo, esiste un affresco, e poi Lanzo e finalmente Torino”.

Nel marzo del 1537 il duca, con la Sindone, è a Nizza. Qui s’incontrano Francesco I di Francia e Carlo V di Spagna, in un confronto organizzato da papa Paolo III. Il venerdì Santo, il 29 marzo, la Sindone, forse dal Papa stesso, viene mostrata ai pellegrini dalla Torre Bellanda. Francia e Spagna raggiungeranno una tregua, presto violata, però, da Francesco I.

Alla ripresa delle ostilità Carlo III con la corte è costretto nuovamente a riprendere la fuga. Torna a Vercelli, dove la Sindone trova posto nel tesoro della cattedrale di S.Eusebio. E a Vercelli il Telo rimarrà ininterrottamente dal 1541 al 1561.

Carlo III morirà il 17 agosto del 1553. Pochi mesi dopo, il 18 novembre, i francesi passano all’attacco e, con il generale Carlo Brissac, occupano e saccheggiano Vercelli. E’ il canonico della cattedrale, Giovanni Antonio Costa, l’autore del salvataggio della Sindone, che i francesi volevano rubare per poi, probabilmente, offrirla dietro alto riscatto, al successore di Carlo III, Emanuele Filiberto. Il canonico pochi minuti prima che i francesi entrino nella cattedrale, mentre la città è già a ferro e fuoco, preleva la cassetta con il Telo e la porta di nascosto a casa sua, dove poche ore più tardi, fingendosi simpatizzante della Francia, invita i soldati francesi a rifocillarsi, trasformandoli in inconsapevoli guardiani della Sindone. I soldati se ne vanno rifocillati, Vercelli reagisce riuscendo a cacciare le truppe, e la Sindone è salva. Il giorno stesso Emanuele Filiberto viene informato con una missiva che il Telo è salvo.

Nel 1560 Emanuele Filiberto sposa Margherita di Francia, sorella di Enrico II. Il duca e la consorte raggiungono Vercelli e la Sindone viene esposta al pubblico per il lieto evento.

L’anno dopo, nel giugno 1561, dopo un’altra ostensione, la Sindone lascia Vercelli per essere riportata a Chambéry. Non si conoscono le tappe del viaggio, testimonianze rimangono solo dell’ultima, Montmelian, dove il 15 e il 17 agosto si organizzano due ostensioni, la prima dalle mura della città e la seconda sulla piazza del castello, per festeggiare il ritorno della Sindone a ‘casa’, dopo quasi trent’anni.

Appena 5 anni dopo, il 17 luglio 1566, il Telo lascerà nuovamente Chambéry, questa volta per la cattedrale di Notre Dame de la Liesse di Annecy. Una nuova ostensione straordinaria è voluta da Emanuele Filiberto per le nozze tra Giacomo di Savoia, duca del Genovese e di Nemours, e Anna d’Este.

[***Questo articolo è stato pubblicato il 17.03.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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