venerdì, Luglio 10

Sindone: la foto formidabile Intervista con Aldo Guerreschi, l’ultimo protagonista dell’era analogica che ha svelato il Telo. “Il comportamento della Sindone in fotografia è il ‘mistero’ del Telo”

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Per circa 1800 anni la Sindone è stata vista più con gli occhi della fede che non per quello che veramente si poteva vedere. Poi, l’invenzione della fotografia analogica ci rivela dell’Uomo della Sindone. Come mai questa immagine che per tanti anni è stata nascosta e interpretata più o meno giustamente, ce la siamo trovata di fronte con una immagine in negativo abbastanza sorprendente perché permette veramente di vedere la ‘presenza’ reale di quest’Uomo. E da qui la mia domanda: perché, dopo tutto questo tempo, ci è stata data la possibilità di vedere l’uomo impresso sul telo? Potrebbe essere questo un messaggio agli uomini di oggi? che certamente hanno bisogno di riflettere sulla vita, sulla spiritualità, e, perché no, anche sulla fede. Lo scopo della scoperta della fotografia può essere stata forse questa”. Inizia con questa riflessione il nostro colloquio con Aldo Guerreschi, fotografo professionista dal 1965 e collaboratore di Giuseppe Enrie, colui che fotografò la Sindone di Torino per la seconda volta nella storia, nel 1931. Guerreschi è l’ultimo protagonista di quel periodo storico che vede la fotografia analogica svelare al mondo la Sindone.

 

Guerreschi, ci vuole ricostruire come ha iniziato ad occuparsi della Sindone con il fotografo Giuseppe Enrie?
In modo molto casuale. Avevo quindici anni ed era il tempo del dopoguerra, e dopo gli anni di studio obbligatorio continuai a studiare di sera diplomandomi in fotografia ed iniziai contemporaneamente a lavorare, così come era normale in quel periodo. Andai a lavorare in uno studio fotografico, quello di Riccardo Scoffone che era stato fotografo della casa reale. Questi era amico di Giuseppe Enrie, colui che fotografò la Sindone nel 1931 ottenendo le migliori immagini fino ad allora realizzate ma che, avendo un modesto laboratorio, riusciva a stampare soltanto le fotografie di piccolo formato. Per ottenere le gigantografie della Sindone in formato reale si appoggiava all’amico Scoffone che disponeva di attrezzature molto più grandi che permettevano tali realizzazioni. Nel 1955 conobbi così la Sindone e l’Enrie stesso, il quale, quando aveva bisogno di tali stampe ci avvisava, noi preparavamo una serie di provinature che lui veniva a vedere, indicandoci le relative correzioni. Si procedeva quindi alla realizzazione di tali copie corrette. Così si andò avanti fino alla morte dell’Enrie avvenuta nel 1961, proseguendo poi la collaborazione con i suoi successori, e, quindi, rilevando, io, lo studio di Scoffone alla morte dello stesso nel 1964. Ho continuato quindi in prima persona a seguire la Sindone ampliando così la mia conoscenza che all’inizio era molto superficiale su tale argomento, ma con il tempo il mio interesse andò via via aumentando coinvolgendomi sempre di più.

Lei lavorava con Enrie sulle lastre prodotte da Enrie in che modo?
Egli ci aveva fornito alcuni duplicati delle lastre fatte nel 1931 poiché quelle originali per prudenza erano state messe in archivio e quindi musealizzate. Tuttora, ad esempio, ho due negativi di circa 50 centimetri sui quali ho lavorato ancora fino a che sono stato in attività, cioè fino al 2000.

Perché queste lastre sono così importanti?
Per una ragione tecnica. Bisogna dire che i negativi usati all’epoca dall’Enrie erano lastre ortocromatiche. Che cosa vuol dire? Pensiamo al raggio di luce che è formato dai colori fondamentali: rosso, verde e blu. L’emulsione usata nel 1931, l’unica disponibile all’epoca, cioè l’ortocromatica, non era sensibile al colore rosso, e questo colore, pertanto, non veniva sensibilizzato, risultando trasparente e quindi chiaro sulla lastra negativa. Dal momento che l’impronta dell’Uomo presente sulla Sindone è leggermente rossiccia, il risultato è stato che il negativo eseguito, per puro caso, è diventato naturalmente più contrastato e quindi più leggibile.

Che tipo di interventi ha realizzato sulle lastre dell’Enrie?
Va premesso che le fotografie della Sindone si realizzavano inizialmente soltanto in bianco e nero. I risultati erano eccellenti perché il materiale a disposizione era molto ricco di alogenuri di argento che permetteva una resa con gradazioni di mezze tinte meravigliosa. Sulla Sindone tutto si gioca sulla ricchezza delle tonalità. Inizialmente le ho usate così come erano, mentre intorno agli anni Ottanta constatai che le fotografie che riuscivo a produrre davano dei risultati sempre più scadenti, in quanto il materiale a disposizione era qualitativamente più povero, perché meno richiesto, soppiantato ormai dalla fotografia a colori che si stava diffondendo sempre più. La caratteristica necessaria si stava perdendo ed è stato un periodo decisamente molto penoso e sofferto. Dopo parecchi tentativi sono passato, dapprima, ad eseguire stampe dei negativi bianco/nero sulla carta a colori che mi permetteva così di mantenere tutte le sfumature necessarie, e poi cercando di dare delle intonazioni tipo seppia. Dopo parecchie elaborazioni, ho anche notato che trovando l’intonazione giusta si potevano ottenere immagini cromaticamente simili all’immagine sindonica. Sono venute fuori delle immagini che non pensavo di poter fare: ero riuscito a trasformare la fotografia della Sindone fatta dall’Enrie nel 1931, in una immagine moderna a colori, mantenendo tutti i particolari delle lastre originali evidenziando così l’impronta sindonica. La conferma decisiva l’ho poi avuta nel 1997, quando, dopo l’incendio del Duomo, sono stato chiamato per fotografare le operazioni necessarie per la di verifica del telo: cioè se avesse subito danni dall’incendio stesso. Mi sono così trovato di fronte, e quindi molto vicino, alla Sindone. E’ stata una sorpresa incredibile per molte ragioni: e tra queste, quella che mi confermava la validità della mia operazione di cromatizzazione.

Come si comporta la Sindone in fotografia?
Il ricordo di quella mattina è rimasto in me indelebile. Decisamente era la tensione a farla da padrone. Quando la Sindone è stata srotolata e l’ho vista così da vicino, dopo un primo attimo di emozione e sconcerto, ho dovuto reagire freddamente per rientrare nella mia professionalità e avere modo di lavorare al meglio. L’impatto è stato decisamente sorprendente perché quando mi sono visto quel lenzuolo inerme e docile, dove quasi non si vedeva nessuna traccia dell’immagine ma soltanto tutto un insieme di varie pieghe, pieghette con in più macchie e bruciature, l’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a un cencio, uno straccio. Si notavano certamente le tracce del tempo trascorso. Pian piano, poi, sono riuscito a distinguere quell’immagine che per 40 anni ho trattato in tutte le maniere e che quindi pensavo di conoscere a memoria, rendendomi conto che quell’impronta da vicino era veramente qualcosa di incredibile, quasi evanescente e assolutamente irriproducibile.

Da vicino non si vede assolutamente nulla ovviamente!?
Si. Nei momenti di pausa delle operazioni che si stavano effettuando, mi è stato permesso di scattare alcune fotografie ravvicinate di particolari che sarebbero serviti per i miei studi. Mi sono avvicinato ad una trentina di centimetri dal volto. Quando ho cercato di inquadrare con il mirino della mia macchina fotografica la parte che mi interessava, mi sono reso conto che non riuscivo a visualizzarla, non vedevo nulla. Ho dovuto pregare un amico di indicarmi con il dito la parte interessata per poterla fotografare. Soltanto così ho potuto centrare la parte che mi interessava. Questo per dire che da vicino non si vede nulla o quasi. A partire dai 3 o 4 metri la visione comincia a essere buona e più ci si allontana e più si percepisce chiaramente quell’impronta impalpabile dell’Uomo della Sindone, anche se tra tante altre macchie e bruciature che ne confondono un po’ la visione. Questa è la caratteristica assolutamente originale e contraria ad ogni principio fisico, perché, normalmente, più una persona si avvicina all’oggetto meglio lo visualizza. Tale caratteristica appare ovviamente come una stranezza.

Ritorniamo al comportamento della Sindone
Certamente, ma si può aggiungere come commento tecnico, che personalmente mi ero abituato a vedere l’impronta sindonica dalle lastre fatte dall’Enrie da me riprodotte e, come spiegato prima, dove l’immagine che vi era impressa risultava più chiara, più contrastata, e quindi più visibile e comprensibile. Ecco perché ancora oggi questi negativi possono avere un senso e un certo valore avendo permesso sia dettagliati studi, in particolare a livello anatomico, ma soprattutto perché hanno permesso alla gente semplice di riuscire a vedere e capire meglio i dettagli della Sindone stessa. E’ per tale motivo, come dicevo, che ho cercato di modernizzare tali lastre.

Quali studi ha compiuto sulla Sindone?
Durante una elaborazione del negativo nella zona del viso, avevo notato alcune tracce più scure in un angolo dell’occhio destro. L’ho quindi osservata più a fondo e ho ipotizzato che probabilmente in tale angolo dell’occhio poteva essere fuoriuscito una parte di liquido congiuntivale, o di una lacrima. Ho avuto l’approvazione di alcuni specialisti che mi avevano anche confermato che a volte un cadavere può anche … piangere. Ho lanciato questa ipotesi abbastanza suggestiva al convegno di Orvieto del 2000.

Non potrebbe, invece, questa macchia essere dovuta alla sofferenza dell’Uomo della Sindone rimasta sul corpo stesso e qui impressa sul telo?
Alcuni medici oculisti che ho contattato hanno confermato che esistono cadaveri che sembrano piangere perché dai loro occhi fuoriesce del liquido congiuntivale. L’occhio nel quale ho visto questa macchia è quello che dovrebbe essere stato coperto da una delle due monetine che sono state notate: una sull’occhio destro e l’altra sul sopracciglio sinistro. Come è risaputo, l’occhio destro dell’Uomo della Sindone è stato interessato da un fatto di natura traumatica, con conseguente rigonfiamento della parte sottostante. Risulta un trauma molto evidente, soprattutto nelle immagini tridimensionali. Il corpo umano quando subisce tale azione può far fuoriuscire un liquido che può intendersi come lacrime, non provocate però dalla sofferenza, ma come normale reazione fisica. La stagnazione di questo liquido nell’angolo interno dell’occhio del cadavere posto disteso in orizzontale potrebbe aver impedito la formazione dell’impronta in quella zona rendendola trasparente sul negativo fotografico. Come si sa, l’ipotesi della formazione dell’immagine di questo corpo umano sul telo sindonico trova, per il momento, la sola spiegazione in una esplosione o emanazione di energia dall’interno del corpo verso l’esterno. Così come non vi è traccia di impronta sotto le parti interessate dal sangue, forse così potrebbe spiegarsi anche quella di questa … lacrima.

La tridimensionalità dell’immagine impressa sul telo è anche un’altra particolarità di comportamento legata alla Sindone quando la si fotografa, vero?
Si, certamente. Altre ricerche che sono decisamente più eclatanti e incontestabili sono quelle relative alla realizzazione di immagini tridimensionali. A questo proposito, ho avuto modo anch’io, durante un’altra elaborazione, di evidenziare le proprietà della Sindone con un sistema chiamato foto-rilievo, usando, cioè, semplicemente la tecnica fotografia. Questo procedimento che normalmente non doveva dare alcun risultato, applicato invece alla figura sindonica, ha rivelato una figura che è risultata assolutamente tridimensionale. Tale procedimento è molto semplice perché sovrapponendo esattamente due lastre sindoniche identiche (un negativo e il medesimo in positivo, assolutamente della medesima grandezza) non si riesce a vedere alcuna immagine, perché se una parte è bianca, l’altra è nera e viceversa, e la figura non appare. Se invece scalo pian piano queste due lastre, sorprendentemente appare la figura sindonica impressa sul lenzuolo, in rilievo. La prima volta che ho usato questo sistema di procedimento fotografico, in modo del tutto fortunoso, vedendo apparire questo risultato mi sono veramente e fortemente commosso. Queste immagini tridimensionali non facevano che confermare quelle precedentemente realizzate da Paul Gastineau, John Jackson e da Giovanni Tamburelli. Dal 2000, poi, con l’uso crescente dell’informatica e con i moderni programmi di elaborazione di immagine, si sono ottenuti altri risultati che mettono ancora più in evidenza l’esattezza delle informazioni presenti su questo tessuto. Esse costituiscono il segreto dell’impronta sindonica. Questo non si ottiene assolutamente da nessun’altra fotografia.

Ritorniamo alla macchia intorno all’occhio. Lei ha affermato che potrebbe essere una lacrima. Altri studiosi, come per esempio Nello Balossino e Giovanni Tamburelli, hanno ipotizzato che sopra la palpebra fosse stata posta una moneta. La tesi venne sostenuta a lungo, in particolare da Balossino, attualmente alcuni studiosi sostengono che si tratti invece di un effetto ottico. Lei cosa ne pensa?
Le posso dire sinceramente che tali tracce di moneta non l’ho mai notate analizzando l’impronta sulle lastre della Sindone, anche se questa affermazione rimane un parere assolutamente personale, perché, andando a fondo nel dettaglio di tale immagine, salta fuori di tutto e di più. Io sono solito dire che sulla Sindone si può vedere di tutto e il contrario di tutto: si intercala la trama del tessuto con pieghe, con macchie e con impronte per cui l’occhio può venire ingannato quanto si entra molto nel dettaglio. Ciò è successo anche per le scritte che sembrano essere state viste attorno al viso, considerando il possibile modo di formazione che non riesco ad immaginare nè a vedere. Vorrei raccontare un episodio da me vissuto in prima persona: ero presente ad una riunione a Parigi di un gruppo che si era ritrovato per discutere argomenti appunto legati alla Sindone. Mi si avvicina un signore che mi chiede se, dal momento che possedevo le lastre dell’Enrie, avessi potuto stampargli una serie di foto a contrasti diversi del particolare attorno alla bocca, dal momento che a lui sembrava di leggere in questa zona delle parole che mi disse ma che io non ricordo più. Passano soltanto tre quarti d’ora e mi si avvicina un’altra persona che mi chiede quasi la stessa cosa, spiegandomi che lui vedeva “chiaramente” altre parole totalmente dissimili da quelle viste dall’altra persona. Questo dimostra come la Sindone può essere diversamente interpretata e interpretabile. Penso che occorre usare molta prudenza nelle enunciazioni clamorose attorno a questa impronta.

Riguardo i dettagli delle impronte, invece, ci sa dire qualcosa?
E’ la cosa più interessante sulla quale ho lavorato e che cerco sempre di spiegare e fare capire. E’ il ‘segreto della Sindone’. Per cercare di spiegarne le particolarità, adotto sempre questo esempio. Se mi sporco la faccia di nero e vi appoggio sopra un fazzoletto bianco, questo verrà segnato con la mia impronta soltanto nei punti di contatto, e cioè la punta del naso nello specifico e non naturalmente dove non tocca il mio viso. Se io voglio lasciare la traccia completa, dovrò premere il fazzoletto anche sui lati del naso, ma l’immagine che ne deriverebbe sarebbe un volto deformato, allargato. Sulla Sindone sono invece presenti tracce anche nelle parti che non sono venute a contatto diretto con la pelle, con una serie d’intensità che variano in proporzione alla distanza: se aumenta la distanza tra corpo e lenzuolo l’intensità del segno si alleggerisce, se diminuisce diventa più forte sino al punto di contatto. Nel 1978 l’equipe americana dello STURP aveva definito tale immagine un’ossidazione e una disidratazione delle fibre superficiali del tessuto, proporzionate, come dicevamo, alla distanza del corpo rispetto al lenzuolo. Il limite estremo si può considerare tra i tre e i cinque centimetri. E’ qui, in questo spazio che è nascosto il ‘mistero’. Sulla Sindone sono state registrate una serie di informazioni, una sorta di database, paragonabili ai pixel delle immagini del computer, ma dove ogni punto contiene i dati relativi alla distanza telo-corpo. L’elaborazione di questi dati ha permesso di ottenere immagini tridimensionali di eccezionale precisione. Questa è una particolarità esclusiva della Sindone, perché non si produce né sulle fotografie normali né sui vari tentativi di riproduzione del sacro telo conseguiti da molti ricercatori, come ad esempio quelli di Delfino Pesce e recentemente di Luigi Garlaschelli. Essi hanno ottenuto delle immagini che, anche se risultano visivamente accettabili, se si entra più nel loro dettaglio, non risultano avere le stesse caratteristiche del telo sindonico. Questo rimane il nocciolo endemico della Sindone che è, come dicevo, irriproducibile. Che cosa abbia prodotto tale immagine non lo sappiamo, si teorizza una esplosione d’energia, generata dalla luce, oppure dal calore, o di emissioni radioattive che si sono sprigionate dall’interno del corpo verso l’esterno. Tale evento a tutt’oggi è inspiegabile. Un cadavere normale non ha mai prodotto tali tracce. Rimane un mistero al quale ognuno di noi può dare la risposta che preferisce.

Sappiamo che Lei ha studiato anche gli aloni che inizialmente si facevano risalire all’incendio di Chambery
Un’altra ricerca che ho fatto nel periodo compreso tra il 2000 e il 2005 riguardava un problema che mi è sempre stato ostico e che si riferiva a tutta una serie di aloni di acqua, grandi e piccoli, presenti sulla Sindone. Si era sempre pensato fossero dovuti all’acqua usata per lo spegnimento dell’incendio di Chambery del 1532 e penetrata all’interno del reliquiario che la conteneva. Avendo la possibilità di usare le lastre dell’Enrie, unite a quelle fornitemi dall’amico e collega fotografo Barrie Schwortz, scattate nel 1978, assieme a Michele Salcito abbiamo iniziato una paziente ricerca arrivando a dimostrare che non tutti gli aloni potevano essere legati a tale incendio. La maggior parte di essi, i più grandi e i più visibili, non combaciavano sovrapponendoli ai buchi e alle bruciature. Risultavano essersi comunque formati in un’epoca precedente all’incendio stesso. Il modo in cui i grandi aloni potevano essersi formati, era dovuto ad un modo di una piegatura del Lenzuolo diverso dal solito , cioè a fisarmonica e mantenuto in posizione verticale. Queste considerazioni ci hanno permesso di concludere che questo lenzuolo così ripiegato, probabilmente era stato introdotto o nascosto in qualche contenitore, come ad esempio una giara, molto in uso nell’antichità. Tale ipotesi potrebbe essere più che mai plausibile perché, se si ipotizza il tessuto in questione inserito in un simile contenitore, una semplice infiltrazione di acqua o di condensazione di umidità potrebbero aver causato, nel tempo, la formazione delle macchie di acqua sul fondo, esattamente come risultano sulla Sindone di Torino.

E questo in quale periodo?
L’uso comune delle giare risale ad un periodo storico antico, ne periodo in cui visse Gesù. Ho notato comunque personalmente in Georgia l’uso corrente e ancora attuale delle giare, come contenitori di oggetti e liquidi. In Armenia ho scoperto poi che esiste un monastero dell’anno 1000 dove la biblioteca, presente in questo edificio, era costituita da una serie di giare interrate a livello del suolo con il solo coperchio che sporgeva, dentro alle quali si conservavano i documenti e le pergamene importanti. L’uso comunque ci riporterebbe in epoca cronologicamente antica. Solo in epoca medioevale troviamo invece contenitori e reliquiari rettangolari fatti di materiale in legno oppure in argento.

Altro indizio in direzione autenticistica?
Dal lato storico troverebbe una conferma poiché nei primi secoli dopo Cristo i cristiani sono stati perseguitati e una tale reliquia, già considerata impura secondo la legge ebraica perché macchiata di sangue, sarebbe dovuta essere distrutta. Doveva, quindi, essere conservata in modo del tutto nascosto e segreto. Per altro, teniamo presente che, se l’impronta sindonica fosse, come alcuni sostengono, conseguenza di una ossidazione e disidratazione delle fibre superficiali del lino, non si è poi così sicuri che questa si sia formata subito, può essersi rivelata, poi, con il passare del tempo. Dagli esperimenti condotti è stato notato che certe ossidazioni avvengono nel corso del tempo e forse potrebbe essere successo così anche con il lenzuolo che sarebbe rimasto semplicemente sporco di sangue e non ancora con impressa l’immagine. Naturalmente di tutto questo non sappiamo nulla e rappresenta un altro interrogativo su questa reliquia.

La fotografia, nei prossimi anni -magari anche oggi se la Sindone fosse accessibile agli studiosi- potrebbe ancora dare delle risposte importanti?
Io sono convinto che la fotografia abbia esaurito il suo compito più importante. La fotografia tradizionale, analogica, quella che veniva trattata con prodotti chimici, in tal senso ha di certo dato tutto quello che poteva. Ultimamente sono state fatte bellissime fotografie, digitalizzate e ravvicinate, che potrebbero essere di aiuto alla ricerca, ma non risultano a disposizione degli studiosi. Alcune riprese sono state fatte nel 2000, e soprattutto nel 2002, dopo il restauro della Sindone, in forma digitale da Giancarlo Durante. Ne sono state scattate altre in alta definizione da parte della società novarese Al 9000, che ha realizzato una serie di scatti per un totale di circa 1600 immagini, scomponendola in tante piccole parti. Riunendole, si è ricomposta una immagine digitale completa. Ognuno di questi scatti avrebbe, indubbiamente, a livello di ricerca, un valore incredibile, perché in questi scatti si riuscirebbe vedere distintamente anche i più piccoli particolari che riguardano il tessuto e quant’altro. Oggi avvicinarsi a queste immagini, che per altro interesserebbero soltanto gli specialisti, risulta impossibile. Sarebbe bene renderle disponibili.

 

[***Questo articolo è stato pubblicato il 17.04.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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