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Sindone: il cammino verso la datazione radiocarbonica della Sindone Come si arrivò alla scelta dei tre laboratori, i veleni tra i protagonisti, le carenze e le imprudenze durante il prelievo dei campioni per l’esame

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La datazione della Sindone con il metodo del radiocarbonio, eseguita nel 1988, ha collocato l’origine della stoffa fra il 1260 e il 1390 d.C.
Si può dunque concludere che la fabbricazione della Sindone si debba collocare verso la metà del XIV secolo?

Per rispondere a questa domanda, occorre prima porsi altri quesiti.
Le procedure seguite per lo svolgimento del test radiocarbonico sono state tutte regolari? La Sindone può aver subìto alterazioni che hanno influenzato la radiodatazione? Il campione analizzato era rappresentativo dell’intero lenzuolo? I dati esistenti permettono un’indagine su questi temi e le conclusioni che verranno raggiunte acquisiranno così una maggiore fondatezza.

Verso la fine degli anni ’70, il campione richiesto per la datazione radiocarbonica era un filo lungo 20 centimetri. In quel periodo esistevano due differenti tecniche: il metodo di conteggio classico e il nuovo metodo dell’acceleratore Tandem, messo a punto dal fisico Harry Gove e collaboratori dell’Università di Rochester (NY, USA). La precisione garantita dal nuovo metodo si aggirava sui 150 anni in più o in meno.
Era però iniziata una competizione fra i laboratori che usavano il nuovo metodo, ancora poco sperimentato sui tessuti, e quelli che continuavano a datare con il metodo classico.

Nel 1982, il biofisico e medico John Heller del New England Institute for Medical Research di Ridgefield (CT, USA), inviò un filo della Sindone all’Università della California. Questo filo proveniva da un campione prelevato dalla Sindone nel 1973, che all’epoca fu esaminato da Gilbert Raes, direttore dell’Istituto di Tecnologia Tessile di Gent (Belgio). Il filo fu diviso in due parti e datato: una metà risultò del 200 d.C. e l’altra metà risultò del 1000 d.C. Va sottolineato che una delle due metà era inamidata.

Nel 1983, per verificare la possibilità di datare la Sindone, fu coordinato dal British Museum un confronto fra sei laboratori che avevano manifestato interesse per la datazione della reliquia.
Alcuni adottavano il metodo dell’acceleratore (Oxford, Rochester, Tucson e Zurigo), altri datavano con quello del contatore proporzionale (Brookhaven e Harwell).
I sei laboratori erano tutti d’accordo nel non affidare la datazione della Sindone ad uno solo di essi, né di eseguirla con una sola tecnica.
Essi ricevettero due campioni da datare, ciascuno del peso di circa 100 milligrammi. Venne comunicata la provenienza, ma non l’età. Un campione era egizio, di lino, del 3000 a.C., ed uno peruviano, di cotone, del 1200 d.C.
Il British Museum venne scelto come supervisore per la sua imparzialità, per l’esperienza nelle datazioni con il radiocarbonio e per il facile accesso a materiali disponibili.
Uno dei laboratori, quello di Zurigo, usò per il pretrattamento un nuovo metodo che introdusse una contaminazione tale da spostare la data di circa mille anni. Sorse anche un secondo problema: il tessuto peruviano risultò a tutti più recente (1400-1668 d.C.) di quanto in realtà fosse, perciò venne sostituito con un altro campione senza spiegazioni. Al suo posto, venne datato un altro reperto peruviano del 1000-1400 d.C. I problemi avuti con il nuovo metodo di pretrattamento e con il primo tessuto peruviano confermavano che l’analisi radiocarbonica non poteva ritenersi un verdetto infallibile.

Uno dei casi più celebri di datazione radiocarbonica problematica è quello della mummia 1770 del museo di Manchester (Gran Bretagna). Il test ha fornito date diverse per le ossa e le bende: le ossa risultavano circa 800-1000 anni più vecchie delle bende. In una successiva datazione lo scarto fra ossa e bende si è ridotto a 340 anni.

Altri due casi hanno fatto discutere: quelli dell’Uomo di Lindow e della Donna di Lindow, resti umani trovati a Lindow Moss (Gran Bretagna). Nel 1983 l’Uomo di Lindow fu datato da Harwell al V secolo d.C., da Oxford al I secolo d.C. e dal British Museum al III secolo a.C., mentre la Donna di Lindow, ritenuta dalla Polizia e da un esperto di ricostruzione facciale la vittima di un assassinio da parte del marito negli anni ’60, fu datata dal laboratorio di Oxford al 400 d.C.

Dopo le ricerche multidisciplinari realizzate nel 1978, lo STURP (Shroud of Turin Research Project, Progetto di Ricerca sulla Sindone di Torino) nel 1984 elaborò un altro programma multidisciplinare, che si proponeva di rispondere a 85 quesiti. Uno di questi era: ‘Che età ha la Sindone?’ L’indagine riguardava tre argomenti: la conservazione del telo, l’autenticità e la formazione dell’immagine. Invece si delineò uno schieramento inteso ad escludere ogni ricerca che non fosse la radiodatazione.

Una riunione nel seminario di Torino fu convocata dal 29 settembre al 1 ottobre 1986. Vi parteciparono il fisico Michael Tite, direttore del laboratorio di ricerca del British Museum di Londra, i rappresentanti dei sei laboratori interessati alla datazione, Brookhaven, Harwell, Oxford, Rochester, Tucson e Zurigo, e anche quello di Gif-sur-Yvette (Francia). Erano presenti pure alcuni rappresentanti della Pontificia Accademia delle Scienze e dello STURP, l’ingegnere Luigi Gonella, docente di Strumentazione Fisica al Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale, e altri scienziati.

La discussione si accese sulle dimensioni e sul numero dei campioni, sulla loro certificazione e sull’uso di campioni di controllo. Gove insisteva che non si facessero altri test sulla Sindone fino a quando non se ne fosse conosciuta la data di origine, contrapponendosi a Gonella che intendeva il prelievo opportunamente collocato nel contesto degli altri esami.

L’archeologo William Meacham dell’Università di Hong Kong, come tutti gli archeologi e i geologi, considerava la contaminazione un problema molto serio e propose di effettuare i prelievi da varie parti del telo. Lo STURP suggeriva di prelevare almeno in tre diverse zone del lenzuolo. Tutti i campioni avrebbero dovuto essere accuratamente esaminati (test microchimici, spettrometria di massa, micro-Raman) e opportunamente pretrattati per le impurità e le sostanze intrusive.

Gove riuscì nell’intento di impedire ad ogni costo ogni altro esame e lasciare solo la datazione, ma dalla Segreteria di Stato a maggio 1987 giunse la decisione di concedere il prelievo di soli tre campioni. Quindi anche i laboratori dovevano essere ridotti a tre e uno degli esclusi fu proprio il laboratorio di Gove. Si scatenarono proteste furenti. Alcuni laboratori dichiararono che il metodo dell’acceleratore non era ancora affidabile, soprattutto per la frequenza di risultati falsi con i piccoli campioni. Scoppiò anche una polemica fra il direttore del laboratorio di Oxford, il fisico Edward Hall, e Gove. Nel comunicato della Segreteria di Stato non si faceva cenno agli altri esami, che vennero rinviati e mai più eseguiti.

In questo clima di veleni si arriva alla riunione che si tiene a Londra il 22 gennaio 1988 nella sede del British Museum. Vi partecipano i rappresentanti dei tre laboratori prescelti, Oxford, Tucson e Zurigo, tutti attrezzati con il nuovo metodo dell’acceleratore, insieme con Gonella. La richiesta che i laboratori fanno è di 40 mg ciascuno, che corrispondono a circa 2 cm2 di tessuto. Essi ammettono che l’esame alla cieca è impossibile e chiedono che il prelievo sia da un unico sito per meglio garantire l’omogeneità dei risultati. I campioni di controllo, del I e XIV secolo, sarebbero stati forniti da Tite.

I rappresentanti dei laboratori chiedono di assistere al prelievo. Essi intendono venire a Torino a prendere i campioni per assicurare la catena d’evidenza. Gonella replica che la loro presenza non doveva essere legata alla certificazione dei campioni, ma potevano essere ammessi come ospiti. Essi si impegnano a completare le misure entro tre mesi, a mantenere la più stretta confidenzialità e a inviare i dati a Tite e all’Istituto G. Colonnetti di Torino per l’analisi statistica. Successivamente ci sarebbe stata una riunione congiunta a Torino per la redazione di una comunicazione scientifica e per rendere noti i risultati al Custode. I rappresentanti dei laboratori chiedono che sia il Custode a rendere pubblici i risultati. Il Cardinale Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino e Custode della Sindone, approvò le proposte della riunione di Londra, lasciando in sospeso il punto della comunicazione al pubblico dei risultati.
Tite pubblicò una sintesi degli accordi di Londra.

La datazione radiocarbonica della Sindone sarà effettuata dai tre laboratori dell’Università dell’Arizona (Tucson), dell’Università di Oxford e del Federal Institute of Technology di Zurigo. Ogni laboratorio avrà un campione della Sindone intero, non disfatto o spezzettato, di 40 mg e due campioni di controllo di età conosciuta. Verrà seguita una procedura alla cieca. Anche frammentato, il pezzetto di Sindone sarebbe riconoscibile, perciò il test alla cieca dipende in definitiva dalla buona fede dei laboratori. Il campione della Sindone sarà prelevato da un solo sito, lontano dalle toppe e dalle zone bruciate. Il prelievo verrà eseguito sotto la supervisione di un esperto tessile qualificato. Tutti i campioni saranno pesati, avvolti in pellicola di alluminio e sigillati in contenitori numerati di acciaio inossidabile.
Tutte le operazioni saranno certificate da Ballestrero e da Tite.
Subito dopo il confezionamento, tutti i campioni saranno consegnati ai rappresentanti dei tre laboratori che saranno a Torino per questo scopo. Tutte le fasi dell’operazione saranno completamente documentate da un filmato e da fotografie. Dopo il completamento delle misure, i laboratori spediranno i dati a Tite e all’Istituto di Metrologia Colonnetti di Torino per l’analisi statistica preliminare.
I laboratori sono d’accordo di non discutere fra loro i risultati fino a quando non li avranno depositati per l’analisi statistica. Una discussione finale delle misure fra i rappresentanti del British Museum, del Colonnetti e dei tre laboratori si farà in un incontro a Torino, durante il quale sarà rivelata l’identità dei tre campioni. I risultati definiti in questo incontro saranno la base di una pubblicazione scientifica e della comunicazione al pubblico.

Il prelievo dei campioni avvenne il 21 aprile 1988. L’esecuzione fu affidata al tecnico Giovanni Riggi alla presenza di due esperti tessili, Franco Testore, docente di Tecnologie Tessili al Politecnico di Torino, e Gabriel Vial, segretario generale tecnico del Centro Internazionale di Studio dei Tessili Antichi di Lione (Francia). Erano presenti anche : Ballestrero, Gonella, Tite, i responsabili dei laboratori incaricati della datazione, i sacerdoti addetti all’apertura della teca e i rappresentanti del Ministero per i Beni Culturali.
Non esiste un verbale o un documento che riassuma i termini del prelievo e Riggi stesso commenterà: «Chi ha fantasticato e non è stato tenero in critiche e in accuse, forse non aveva del tutto torto; perché non avendo documenti su cui appoggiarsi, ogni fantasia era possibile, ogni dubbio era lecito e ogni conclusione, errata o ingiusta, non autorevolmente contraddetta, poteva essere ragionevole».
Quando vennero accesi i quattro riflettori, puntati verso il soffitto, l’improvviso aumento della luce provocò l’immediata reazione della Sovrintendente ai Beni Culturali di Torino, che chiese di ridurre le potenza dell’illuminazione per evitare danni alla Sindone. Riggi si rassegnò malvolentieri alla richiesta perché «a scarsa visibilità dei dettagli della stoffa poteva rendere incerta l’osservazione e critico qualsiasi intervento tecnico di precisione sulla stoffa». La variazione di luminosità mise in grave difficoltà Testore, Vial, Tite e Riggi, che dovevano operare ‘in una penombra generalizzata’.

Gli esperti tessili concordarono che il prelievo avvenisse nell’angolo a sinistra dell’immagine frontale, dove era stato già prelevato il campione di Raes. Si tagliò un campione più grande del necessario per tenerne una parte come riserva. La misura che appare nel rapporto ufficiale della datazione, pubblicato su ‘Nature’ il 16 febbraio 1989, è di 7 cm x 1 cm. Nelle loro relazioni, presentate al congresso tenutosi a Parigi nel 1989, Riggi e Testore riportano concordemente la misura 8,1 cm x 1,6 cm.

Le incongruenze dei pesi e delle misure dei campioni sindonici prelevati hanno alimentato il sospetto di una sostituzione dei frammenti di tessuto. Il chimico Piero Savarino, docente di Chimica Organica Industriale all’Università di Torino, ha commentato: «Purtroppo un insieme di fatti, o meglio di carenze e di imprudenze, lascia sopravvivere il sospetto».

Il campione prelevato dalla Sindone fu diviso in due parti, una delle quali a sua volta fu divisa in tre parti per i tre laboratori. Furono tagliati tre frammenti pure dai due campioni di controllo portati da Tite, che erano a tessitura ortogonale. Dato che la particolare tessitura a spina di pesce della Sindone non aveva riscontro nei campioni di controllo, i laboratori erano in grado di identificare il campione sindonico.

I contenitori in cui furono inseriti i campioni vennero sigillati e consegnati ai rappresentanti dei laboratori, che firmarono una ricevuta su cui erano indicate le date dei due campioni di controllo. Iniziò una lunga attesa che si protrasse per sei mesi.

[***Questo articolo è stato pubblicato il 30.03.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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