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Sindone e i 40 dello STuRP Ottobre ‘78, lo StuRP sbarca a Torino. 8 ottobre, i ricercatori, iniziano il lavoro, che durerà cinque giorni e sei notti. Le ricerche raccontate da John Jackson, capo del team, e Barrie Schwortz, fotografo documentale

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L’ostensione del ‘78 segna l’inizio di un periodo radioso per la ricerca scientifica sulla Sindone di Torino. La svolta è l’arrivo a Torino di un gruppo di circa 40 ricercatori statunitensi consorziati nello STuRPThe Shroud of Turin Research Project.
Era un momento, quello, di grande attenzione, nei confronti della Sindone, da parte dell’opinione pubblica americana, e i ricercatori, complice questo clima e il fermento dell’epoca, riuscirono a trasmettere agli americani, cattolici ma non solo, il loro entusiasmo per il tentativo di ‘scoprire la Sindone’

A capo dello STuRP, John Jackson, al tempo all’Air Force Academy. Il team STuRP, ci racconta, oggi che a distanza di 37 anni continua a lavorare sulla Sindone e scrivere libri sul Telo, “si strutturò attraverso contatti che presi gradualmente ma in poco tempo, perché c’era bisogno di muoversi rapidamente. Al tempo vivevo nel New Mexico e nel corso del mio lavoro mi ero reso conto che vi erano diversi scienziati e tecnici il cui lavoro poteva essere importante per lo studio della Sindone”. Ognuno di loro conosceva altri colleghi interessati al Telo, così prese forma il gruppo di lavoro e nel ’78 il team era pronto per la spedizione. Tra i quaranta, cervelli provenienti dal meglio degli USA: Lockheed Corporation, U.S. Air Force Weapons Laboratories, Texas Medical Examiner’s Office, Los Alamos National Scientific Laboratories, IBM, Jet Propulsion Laboratory, Santa Barbara Research Center e le principali Università degli States.

Il collegamento tra il gruppo di scienziati e Torino, fu Padre Peter Rinaldi, originario di Torino ma che era stato prete per diversi anni a New York. “Il Cardinale Anastasio Ballestero era molto favorevole al progetto. Sembrava concentrato sulle prospettive di studio scientifico della Sindone”, ricorda Jackson, “Aiutò il nostro gruppo in diversi modi, nonostante non fosse obbligato a farlo”, mentre invece “affrontammo, mi fu riferito, l’opposizione di una parte del clero”. Sia il proprietario dell’epoca, re Umberto, sia i custodi torinesi, ci dice Barrie Schwortz, del Barrie Schwortz Studios, fotografo documentale ufficiale dello STuRP, “fecero di tutto per permetterci di portare a termine i test senza alcuna interferenza. Capirono che tutto il mondo ci stava osservando, e non volevano dare l’impressione di stare cercando di influenzare le analisi o i risultati. Grazie alla saggia decisione di stare a distanza e di permetterci di fare del nostro meglio, i dati dello STuRP sono gli unici fino a oggi riconosciuti dal Vaticano”.

Prima di partire per Torino, il gruppo “si riunì in Connecticut per una ‘simulazione’ dell’impresa. Elaborammo dei protocolli scientifici per condurre le ricerche in un modo che ci avrebbe fornito, a nostro avviso, il tipo di informazioni scientifiche che volevamo nella massima sicurezza, però, per il telo. Abbiamo previsto interventi di: fotografia, spettroscopia in riflettanza del vicino infrarosso/visibile/vicino ultravioletto, radiografia a raggi X, fluorescenza a raggi X, e estrazioni di campioni di fibra. Non sapevamo cosa avremmo trovato e volevamo massimizzare le probabilità di avere risultati”, ci racconta Jackson.
Lo STuRP aveva preparato uno schema d’analisi “di 62 pagine in cui ogni esperimento da effettuare veniva descritto nei minimi dettagli”, dice Schwortz.

Nell’ottobre del ’78, lo STuRP, con le sue 8 tonnellate di apparecchiature -“50 casse piene zeppe di alta tecnologia”, dice Jackson-, sbarca a Torino e subito la fortuna non sembra essere con i volonterosi scienziati. Primo ostacolo: la dogana. Per sdoganare tutti quei milioni di dollari di apparecchiature il Cardinale Ballestero in persona è costretto a recarsi in dogana. “Quando arrivammo a Torino, una settimana prima, per preparare e calibrare gli strumenti, scoprimmo che alla dogana italiana avevano trattenuto tutta la nostra attrezzatura e non volevano consegnarcela”, racconta Barrie Schwortz. “Una cassa in legno conteneva una macchina per raggi x ed era contrassegnata da un adesivo per oggetti radioattivi, e questa fu la ragione principale per cui alla dogana avevano trattenuto i nostri strumenti”. Gran parte delle attrezzature, ci spiega Jackson, provenivano dai laboratori di ricerca presso i quali lavoravano i quaranta, ma alcune furono ideate e costruite dai membri della squadra esclusivamente per esaminare la Sindone. “Lo STuRP era nato come organizzazione non-profit, perciò, il nostro supporto finanziario proveniva esclusivamente dalle donazioni dei benefattori”.
Ci vollero cinque giorni per ottenere finalmente lo sblocco dell’attrezzatura dalla dogana”, continua Schwortz, avevamo già perso gran parte del tempo utile alla preparazione; ci restavano solo 36 ore prima che la Sindone ci venisse consegnata. Tutto ciò ci sottopose a una forte tensione, e lavorammo contro il tempo per avere tutto pronto. In realtà, stavamo proprio finendo la preparazione del tavolo per analizzare la Sindone quando il telo venne portato nella stanza”.

E’ la notte dell’8 ottobre 1978, tutti i ricercatori del STuRP, insieme ad un decina di ricercatori europei, tra i quali, Pier Luigi Baima Bollone, riuniti nella biblioteca di Palazzo Reale, iniziano il lavoro di ricerca, che durerà cinque giorni e sei notti.

«La Sindone viene adagiata su di un apposito tavolo in alluminio, rivestito di pellicola magnetica, trasportato dagli Stati Uniti dall’équipe americana. Ha la caratteristica di poter ruotare sull’asse maggiore, in modo da consentire di fotografare la Sindone sia in posizione orizzontale sia in posizione verticale. Il piano di appoggio è costituito da una serie di pannelli mobili che rendono possibile tanto la illuminazione per trasparenza quanto l’esame radiologico», recita la cronaca di quelle 120 ore di Baima Bollone.

Inizia Max Frei, il criminologo esperto nello studio del polline che con i suoi esami ha ricostruito le tappe del percorso della Sindone. Frei, scrive Baima Bollone, «esegue una ventina di applicazioni ed altrettanti strappi con nastri adesivi». Nel frattempo il sindonologo italiano Aurelio Ghio scatta una lunga serie di macrofotografie, tocca poi allo stesso Baima Bollone, che dovrà prelevare «microcampioni di filo da sedi bianche», in corrispondenza dell’immagine e da aree apparentemente macchiate di sangue.

A questo punto vengono fatte saltare le cuciture che uniscono il Lenzuolo alla sottostante tela d’Olanda che regge da oltre 400 anni la Sindone. «Si creano quattro brecce periferiche di un palmo attraverso le quali si introduce uno strumento a fibre ottiche per esplorare e fotografare la superficie nascosta ed un aspiratore per raccogliere le polveri depositatesi nella Sindone nel corso dei secoli. Seguono le indagini di un gruppo di fotografi del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena e del Brooks Institute of Photography di Santa Barbara, sotto la guida di Don Devan e di Don Lynn che allestiscono una serie completa di fotografie scientifiche. Subentra un gruppo di specialisti coordinati da Bill Mottern del Sandia Laboratory che procede alla radiografia di tutta la Sindone. E’ poi la volta di un gruppo coordinato da Joe Accetta dell’aviazione militare statunitense che procede all’ispezione ai raggi infrarossi e dei coniugi Roger e Marty Gilbert della Oriel Corporation che si occupano dello spettro della luce emanata per fluorescenza sotto illuminazione ultravioletta. Dopo di ciò Ray Rogers, dei Laboratori di Los Alamos, preleva campioni delle polveri e degli altri materiali di superficie avvalendosi di un nastro adesivo di carbonio puro. Sam Pellicori del Brooks Institute scatta una serie di microfotografie e Roger Morris dei Laboratori di Los Alamos esegue registrazioni dello spettro ai raggi X emessi da alcune sedi caratteristiche. Al termine delle indagini si tenta di staccare e di sollevare un angolo del Lenzuolo da quello della sottostante tela d’Olanda per poter fotografare direttamente una porzione della faccia posteriore, ma le cuciture dei rattoppi lo impediscono».

Ogni test era programmato con precisione nelle 120 ore a nostra disposizione per esaminare il telo e, in molti casi, vari esperimenti avevano luogo in contemporanea in diverse parti della Sindone”, ci racconta Barrie Schwortz.
Spesso mi si chiede cosa ho provato mentre lavoravo sulla Sindone”, dice John Jackson. “Non mi potevo permettere il lusso di questa prospettiva, in quelle 120 ore, sebbene, credetemi, la possibilità che la Sindone potesse essere il Sudario di Cristo fosse al centro del mio cuore e dei miei pensieri. Avevo bisogno di concentrarmi completamente sugli aspetti scientifici e sulla logistica, sul lavoro del team. Questa concentrazione consumò le mie energie, sia fisiche che mentali. Padre Rinaldi mi aveva detto: «re e papi hanno desiderato vedere ciò che voi vedrete ma non furono in grado di farlo». Sentivo che eravamo lì per vedere la Sindone e che dovevamo considerarci come gli occhi e le orecchie al servizio del mondo per ciò che la Sindone può offrire al mondo. Portavo una croce al collo per ricordarmi che, da cristiano (cattolico), dovevo cercare di fare il meglio che mi era possibile”.

Barrie Schwortz era il fotografo documentale ufficiale del gruppo STURP. “Il mio compito principale era quello di documentare i fatti mano a mano che succedevano”, racconta Schwortz. “Ero anche incaricato di fotografare le parti della Sindone da cui ogni ricercatore raccoglieva i dati e di creare una serie di mappe che mostrassero i punti di analisi dei dati per quattro degli esperimenti principali effettuati dal gruppo. Per la natura stessa delle mie responsabilità, diventai anche l’archivista non ufficiale dei dati dello STURP, la maggioranza dei quali è a disposizione di tutti sul sito Shroud.com”.

Negli anni seguenti, continua Jackson, “ho continuato a pensare cosa sarebbe stato peggio: giungere alla conclusione che la Sindone autentica non fosse autentica, o che la Sindone autentica fosse dichiarata non autentica? Il peso di provare a condurre prove scientifiche sulla Sindone con la massima responsabilità lo sento ancora oggi dopo 37 anni”.
Per quanto mi riguarda”, dice Barrie Schwortz passai nella stanza 102 delle 120 ore a disposizione. Solo dopo la fine trovammo il tempo di discutere e riflettere sul lavoro appena concluso”.

E’ finita. La lunga settimana di prelievi a fiato sospeso si conclude. E dopo quasi una settimana ognuno ripartirà con i campioni verso il proprio laboratorio, in attesa del risultato … sempre quello, quello definitivo.

Il vero lavoro, ci dice Schwortz, “iniziò dopo il nostro rientro negli Stati Uniti e, per i successivi tre anni, portammo a termine il compito più importante e gravoso, quello di analizzare e valutare i dati, scrivere i risultati su articoli scientifici e mandarli a giornali analizzati dai colleghi per la pubblicazione o la diffusione”.

Le conclusioni dello STuRP, pubblicate nel 1981, sembrano una vera arresa incondizionata: «Il problema di base, da un punto di vista scientifico, è che alcune spiegazioni, che potrebbero essere ammesse da un punto di vista chimico, sono escluse dalla fisica. Al contrario, alcune spiegazioni fisiche che potrebbero essere interessanti sono completamente escluse dalla chimica». Conviene leggerle nella versione integrale: eccole.

Tre anni dopo, nel 1984 lo STuRP propone di proseguire le ricerche.
Una delle condizioni per condurre i test del 1978, ci racconta John Jackson, “era che lo STuRP non realizzasse la datazione radiocarbonica. Nel 1984, lo STuRP presentò una nuova serie di 26 test di follow-up sulla Sindone, partendo dai risultati del 1978. Ciò sarebbe stato di grande aiuto per la ricerca sulla Sindone, dato che, a quel tempo, lo STuRP possedeva il talento scientifico e le attrezzature per condurre importanti nuovi studi. Uno dei test proposti fu la datazione al radiocarbonio, che sarebbe dovuta essere gestita, ovviamente, dallo STuRP. I campioni sarebbero stati prelevati da diverse aree del telo, e il test del radiocarbonio sarebbe stato parte di una insieme di altre analisi, funzionali a completare la radiodatazione e aiutare a dare la giusta interpretazione degli esiti del test al radiocarbonio”.

Le proposte dello STuRP non vennero accolte, si decise di procedere con altre strutture, non con quelle del team americano, ed esclusivamente con la radiodatazione, non con le analisi complementari. “Il test al radiocarbonio fu condotto, purtroppo, con un protocollo probabilmente approssimativo e senza delle appropriate valutazioni scientifiche dei campioni che furono poi datati dai tre laboratori. Questa decisione ha fatto sì che, dopo più di un quarto di secolo, il mondo scientifico che studia la Sindone non disponga dei dati scientifici necessari e adeguati per valutare correttamente e indipendentemente il test a radiocarbonio. Il mondo scientifico è ‘bloccato’ da un risultato che non può essere esaminato in modo critico e indipendente, conformemente al normale standard nel campo scientifico. Inoltre, la scienza ha perso il vantaggio di avere ulteriori dati di ricerca che sarebbero derivati dai restanti 25 pacchetti di lavoro che lo STuRP aveva proposto nel 1984. È stata una farsa a scapito della Sindone e un’occasione persa per tutti coloro che sono stati coinvolti, ovvero la comunità del radiocarbonio, la Chiesa e il mondo”.

Dopo oltre 30 anni dal rifiuto dell’84, Jackson e Schwortz si dicono convinti che un nuovo STuRP sarebbe possibile organizzarlo, a una condizione: che le autorità ecclesiastiche decidano di rendere la Sindone disponibile a studi responsabili”, dice Jackson, ripartendo dal lavoro realizzato nel 1978 e dai dati emersi nel corso degli interventi condotti sulla Sindone nel 2002 in funzione della sua conservazione. “Dovrebbe essere un gruppo multidisciplinare e internazionale di scienziati riconosciuti, ognuno dei quali scelto esclusivamente per le proprie capacità e competenze, e non dovrebbero essere affiliati ad alcuna istituzione od organizzazione, così da evitare dubbi su possibili influenze”, dice Schwortz.

Le condizioni di partenza devono essere chiare, “il gruppo dovrebbe creare previamente un piano d’analisi dettagliato che fornisse indicazioni specifiche su ciascuno dei vari esperimenti proposti. Dovrebbero inoltre ottenere le attrezzature e le tecnologie più avanzate. Ancora più importante sarebbe che l’intero processo fosse documentato e portato a termine in assoluta trasparenza”, secondo Schwortz.

Gli esperimenti condotti sulla Sindone, secondo Jackson,dovrebbero soddisfare talune condizioni: 1) l’esperimento deve avere in principio la capacità di provare una data ipotesi secondo il metodo scientifico; 2) l’esperimento deve essere in grado di raccogliere i dati richiesti secondo un protocollo operativo ben definito; 3) deve dimostrare che i dati richiesti non possono essere ottenuti in un modo diverso se non direttamente dalla Sindone; 4) l’esperimento deve essere condotto da scienziati responsabili sotto la diretta supervisione di quei ricercatori coinvolti nelle ipotesi da testare; 5) l’esperimento proposto deve essere idealmente non distruttivo, ma in caso contrario allora la giustificazione di bisogno di dati deve dimostrarsi sufficientemente importante in modo da superare le conseguenze negative”. Nessuna conclusione, sottolinea Schwortz,dovrebbe essere pubblicata prematuramente e qualsiasi articolo dovrebbe essere mandato alle riviste scientifiche più rinomate e accreditate e da esse rivisto”.

La copertura economica per un simile piano di ricerche -sul quale potrebbe esserci la piena collaborazione del Centro Internazionale di Sindonologia guidato da Bruno Barberis, il quale ci ha dichiarato di auspicare l’organizzazione di un laboratorio intorno alla Sindonesecondo Jackson non sarebbe un grosso problema: “bisognerà provare ai potenziali finanziatori che una nuova spedizione apporterebbe risultati scientifici sostanziali e che gli studi incontrano il favore della Chiesa. Una proposta di finanziamento deve essere fattibile, logica, e realizzata con accordi adeguati e vincolanti presi tra i ricercatori e le autorità ecclesiastiche e con le condizioni di libertà accademica garantita -che tutela anche la Chiesa dal rischio del dubbio di manipolazione della ricerca”.
I membri dello STURP erano tutti volontari, ricorda
Schwortz. Il finanziamento erogato da benefattori privati, coprì i biglietti aerei, gli hotel e l’invio delle attrezzature e degli strumenti a Torino e poi di nuovo negli Stati Uniti. “Spero che ci siano organizzazioni o privati che riconoscano i meriti di un progetto di questo tipo e che vogliano finanziarne un altro simile”, dice Schwortz. “La gran parte dell’attrezzatura usata nel 1978 fu prestata allo STuRP dai produttori, non dovemmo comprare gli strumenti. Io usai le mie macchine per fotografare la Sindone. I membri dello STuRP Roger e Marty Gilbert erano i fondatori della Oriel Corporation, che nel 1978 produceva gli strumenti spettrali di più alta qualità al mondo, e loro, come parte dello STURP, portarono con sé a Torino la più moderna tecnologia esistente. Sono certo che ci sono anche oggi dei costruttori pronti a mettere a disposizione la propria tecnologia di più alto livello per un progetto di questo tipo, nel caso si riesca a organizzarlo come si deve”.

Il vero nodo è la volontà della Chiesa di far ripartire le ricerche. “Nonostante il telo sia immensamente importante per quelli tra noi che la studiano quotidianamente, il Papa ha molte altre priorità di gran lunga più alte e più importanti della Sindone”, dice Schwortz. “Le cose sono cambiate enormemente dal nostro lavoro degli anni ’70; sarà il Papa a dover decidere quando sarà il momento giusto. Io posso solo sperare di esserci ancora quando questo succederà”.

[***Questo articolo è stato pubblicato il 27.03.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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