domenica, Settembre 27

Sindone: a Lirey una vita travagliata In mano ai de Charny, attaccata dai vescovi, amata dai fedeli

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Lirey -Francia settentrionale-, un paese che oggi non esiste più. E’ da qui che inizia la storia documentata della Sindone, tutto il resto -dal Mandylion di Edessa che dovrebbe essere la Sindone ripiegata al ‘come’ il telo arrivò in Francia- sono ‘congetture’, ipotesi sulle quali stanno lavorando i ricercatori.

La Sindone è a Lirey in mano a Geoffroy I de Charny, cavaliere di Francia in numerose campagne militari

E’ il 1355. La voce si sparge velocemente e folle da tutta la Francia accorrono a rendere omaggio al Sacro Lenzuolo, mettendo in difficoltà il vescovo competente per territorio, Enrico di Poitiers, il quale, non avendo autorizzato l’esposizione, nel 1357, decide di aprire una inchiesta e fa ritirare il Telo.

La Sindone rimane conservata presso la famiglia de Charny, come oggetto privato, fino al 1389, quando il figlio di Goffredo espone nuovamente la Sindone senza il permesso del vescovo ma l’approvazione del legato papale”, raccontava don Luigi Fossati, salesiano, per mezzo secolo tra i più raffinati studiosi della Sindone “Scoppiano le polemiche. Il vescovo, Pietro d’Arcis, di Troyes, nella cui giurisdizione si trovava Lirey, probabilmente non senza una punta di astio per essere stato scavalcato, scrive un memoriale, all’antipapa Clemente VII”, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi e dal titolo ‘La verità sul panno di Lirey del quale io intendo scrivere al Papa più brevemente che mi sia possibile’. “Nel memoriale il vescovo afferma di aver saputo che il Telo era stato dipinto. A sostegno non porta, però, nessuna prova”. Perché? se svelando il nome del falsario avrebbe inevitabilmente smontato quella che lui definiva una tresca a scopo finanziario, che aveva portato a Lirey una massa enorme di pellegrini e relative offerte e guadagni (disonesti) per la Collegiata? Perché si limita a illazioni che fanno cadere il sospetto sul decano dei canonici della Collegiata? E, d’altra parte, perché l’artista così geniale da dipingere quel meraviglioso capolavoro artistico (tale sarebbe) non si è svelato agli onori della storia?

Tutto il memoriale di Pietro d’Arcis si basa sul sentito dire, o meglio, su quanto apprende dall’indagine svolta dal suo predecessore, 34 anni prima, Enrico di Poitiers, che, a sua volta, faceva riferimento a pareri di teologi e ‘uomini prudenti’, come vengono definiti nel memoriale, per quanto riguarda l’affermazione che si trattasse dell’opera di un artista e il presupposto teologico che se una Sindone, con l’immagine del corpo di Cristo, fosse esistita i Vangeli non se la sarebbero, come dire, lasciata sfuggire”.

Né Pietro d’Arcis, né Enrico di Poitiers videro mai la Sindone. “Con tutta probabilità, però”, affermava don Fossati “il documento pur essendo diventato pubblico non è mai arrivato al Papa, anche se, questo era probabile ne conosceva l’esistenza e i contenuti. Perché è possibile mantenere in dubbio che non sia mai stato recapitato al Papa? Intanto perché in nessun documento ufficiale il Papa accenna al memoriale ma anche per un altro motivo. Qualche anno fa sul retro di questo documento, conservato appunto a Parigi, è stato scoperto l’indirizzo di un certo Fulcone, non quello del Papa. Come si sa a quel tempo le missive venivano arrotolate e sul retro del rotolo era indicato l’indirizzo del destinatario. Chi è il Fulcone segnalato? Probabilmente un cancelliere o comunque un esperto in linguaggio burocratico, al quale spettava il compito di stendere il documento in termini curiali e, una volta in bella forma, come diremmo noi, recapitarlo al Papa. Perché questo non accadde non lo possiamo immaginare. Di fatto abbiamo ragione di credere che al Papa quel documento non arrivò. Nel protocollo papale non c’è traccia dell’arrivo di questo documento. Ancora più importante: quando Clemente VII emanò una bolla e scrisse lettere al Vescovo e ai cancellieri del circondario non nominò il memoriale del Vescovo. Questo particolare è molto importante, perché nella bolla, se il documento del vescovo fosse arrivato, avrebbe dovuto essere citato, in rispondenza allo stile curiale dell’epoca e della situazione. Ripeto: il documento è diventato pubblico, ma non ufficiale. Anche se il Papa è sicuramente venuto a conoscenza delle affermazioni del Vescovo”.

A questo punto diventa interessante l’atteggiamento del Pontefice di fronte alla situazione. “Certo, è molto interessante studiare la terminologia usata dal Papa nelle bolle, la prima datata 6 gennaio 1390, la seconda del 1 giugno dello stesso anno, e confrontare le vicende collegate alla terminologia”, continua don Fossati. “Nella bolla del 6 gennaio, forse per tenere buoni da una parte il vescovo e dall’altra i proprietari, il Telo viene indicato inizialmente con il termine ‘figura seu representacio’, espressione che indica delle figure o meglio delle impronte sul lenzuolo, poco più avanti, invece, con l’espressione ‘pictura seu tabula’, indica chiaramente un manufatto. Sei mesi dopo, il 31 maggio, sulla copia della bolla depositata nell’Archivio Vaticano, il Papa ordina una correzione: fa cancellare l’espressione ‘pictura seu tabula’ e la fa sostituire con il termine ‘figura seu representacio’. Naturalmente nelle copie inviate ai vari referenti resta l’espressione ‘pictura seu tabula’. Il giorno dopo, il 1 giugno, fa pubblicare una nuova bolla, nella quale concede ampie indulgenze in funzione dell’oggetto conservato nella chiesa di Lirey, per definire il quale usa il termine ‘figura seu representacio’, che ritiene ‘venerabiliter’”. E’ la sconfitta di Pietro d’Arcis. Le ostensioni continuano nel solo rispetto delle raccomandazioni del Papa: prima tra tutte quella di precisare ai fedeli, nei momenti di maggiore solennità delle ostensioni, che quella è la rappresentazione e non la vera sindone di Cristo.

Ma come è stato possibile, non per i due vescovi che non hanno visto il Telo, ma per quelle persone ‘prudenti’ delle quali il memoriale parla, per teologi e incaricati da Enrico di Poitiers dell’indagine, confondere la Sindone con un dipinto? Come è stato possibile un abbaglio di questo genere? Avanzando l’ipotesi della malafede, si dovrebbe pensare ad una sorta di complotto che attraversa quasi mezzo secolo, da Enrico di Poitiers a Pietro d’Arcis. E ancora: perché l’atteggiamento del Papa è così ambiguo? perché fa sostituire sulla prima bolla un termine che chiaramente identifica la Sindone in una pittura e nella seconda, il giorno dopo la correzione, mentre concede ampie indulgenze ai fedeli che rendono onore al ‘panno’ di Lirey, venerabile, impone che venga pubblicizzato come una rappresentazione e non la sindone di Cristo? E perché la Collegiata e la famiglia Charny accettano quest’ultima imposizione senza tentare alcuna opposizione?

Fino al 1418 la Sindone rimane nella chiesa di Santa Maria di Lirey. In quell’anno i canonici, per motivi di sicurezza, consegnano il Telo e altre preziose reliquie a Umberto de la Roche, marito dell’erede di Goffredo II, Margherita di Charny, per la conservazione fino a tempi migliori.

Un ventina di anni dopo, nel 1438, alla morte di Umberto, i canonici chiedono a Margherita la restituzione di tutte le reliquie affidate al suo defunto marito. Tra i canonici di Santa Maria di Lirey e l’attuale tenutaria, scoppia una lite che durerà anni e vedrà, svariate volte, l’intervento dei competenti Tribunali. Margherita non restituirà mai il Telo, che considera bene di famiglia.

Si separerà dalla Sindone solo nel 1453 (forse nel 1452), a Ginevra, quando, con relativo atto notarile, la cederà ai duchi di Savoia, Luigi (più conosciuto come Ludovico) e la moglie Anna di Lusignano principessa di Cipro.

[***Questo articolo è stato pubblicato il 16.03.2015, in occasione dello Speciale Ostensione Sindone 2015]

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