martedì, Settembre 29

"Sindacati più concreti dei partiti" Intervista a Nicola Lombardo, vicesegretario regionale della Cisl Funzione pubblica Lombardia

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In attesa dello sciopero generale del 24 ottobre, Renzi non risparmia i sindacati criticandoli, giorno dopo giorno, per un loro presunto atteggiamento troppo aggressivo nei confronti delle manovra sul lavoro del Governo, ma soprattutto asserendo che non sono più al passo con i tempi. Le risposte non si sono fatte attendere e Nicola Lombardo, vicesegretario regionale della Cisl Funzione pubblica Lombardia, già in politica con i Popolari in movimento nell’area ex democristiana del Pd, risponde punto dopo punto alle accuse del premier rilanciando in questa intervista: “Nulla è più concreto del sindacato, i partiti ormai sono comitati elettorali che si muovono su suggestioni del momento”.

 

Renzi ha dimostrato di andare avanti per la sua strada senza farsi condizionare dalle parti sociali, in particolare i sindacati. A proposito di quest’ultimi li anche accusati di voler difendere i privilegi di alcuni lavoratori e di non considerare i tanti precari che ci sono oggi che hanno forme di contratto meno stabili. Secondo lei è vero che si sindacati si sono arroccati su posizioni che tutelano solo qualcuno, dimenticando gli altri lavoratori? Inoltre come ha detto Renzi dov’erano i sindacati in questi anni in cui i diritti dei ragazzi venivano cancellati?

La legge 196/97 codificò per la prima volta le fine atipiche di lavoro già comune esistenti. Erano i famosi pacchetti Treu. Non è che la precarietà fu introdotta allora, c’era già ed era priva di controllo. Lo spirito era quello di ordinarla per incentivare forme varie di ingresso nel mondo del lavoro finalizzate alla crescita dell’occupazione. Oggi sappiamo com’è andata. Marco Biagi pagò con la vita il tentativo di riordino della disciplina del lavoro e nel suo lavoro, il ‘libro bianco’, c’era tanto contributo del sindacato responsabile e riformista perché vale sempre il principio come nella Politica: non si è tutti uguali e per fortuna. Abbiamo contribuito, nel rispetto della differenza dei ruoli, a dare il nostro contributo in termini di proposte e soluzioni ai vari provvedimenti che hanno profondamente cambiato il mondo del lavoro e le politiche sociali in questo paese, verificando le inferenze tra coloro che hanno avuto il buon seno di cercare e favorire il dialogo concertativo e coloro che invece hanno cercato lo scontro ad ogni costo. Al nostro posto a difendere i lavoratori dall’inasprirsi delle normative e ad orientare i giovani nella giungla della frammentazione dei contratti di inserimento. 

Se secondo lei i sindacati hanno già fatto qualcosa anche per i contratti atipici e i precari, ci può citare dei dati che dimostrano questo loro interessamento anche a questa tipologia di lavoratori?

Innanzi tutto scuola, in particolare la Cisl è stata protagonista dell’immissione in ruolo nel giro di qualche anno di oltre 150 mila giovani precari che da decenni si barcamenano tra supplenze, incarichi annuali, concorsi, Sis, Pas, etc… Il loro percorso di inserimento e di esaurimento delle graduatorie esistenti, avviato con l’allora ministro Fioroni, è continuato con i successori Gelmini, Carrozza e Giannini.  Non parliamo dei precari della pubblica amministrazione, altra stortura del sistema legislativo. Lo Stato anche nelle sue articolazioni territoriali ed aziendali in  primis non può dare cattivi esempi come datore i lavoro. Abbiamo dato supporto ai lavoratori dei call center icona del precariato per non pensare ai lavoratori delle cooperative sociali e della ristorazione nonché agli stagionali dell’agricoltura. Tutte le riconversioni di contratti sono state possibili grazie alla rispettive contrattazioni delle varie dotazioni organiche.  Persino nella Croce Rossa e nei vigili del fuoco da anni si sta  incancrenendo un elevato tasso di precarietà. Le contrattazioni su base regionale hanno consentito la stabilizzazione di una parte significativa dei numerosi precari.

Secondo lei non sarebbe necessario da parte dei sindacati, come chiede Renzi, un rinnovamento, lasciando da parte posizioni precostituite, adeguando la loro azione a quella che è la nuova situazione sociale e economica e trovando soluzioni meno ideologiche e più concrete?

La domanda dovrebbe essere posta alla politica ed i partiti. Nulla è più concreto del sindacato. Oltre 4 milioni di iscritti solo alla Cisl pagano ogni mese un’adesione chiedendoci concretezza ed efficacia nei risultati. I partiti su questo se pur a fronte di un glorioso passato oggi sembrano imboccare la strada dei comitati elettorali cui viene chiesto il consenso più che su un programma articolato e sul consuntivo di quanto fatto, su suggestioni del momento destinate ad esaurirsi con il risultato delle elezioni. La politica rovescia su noi imputazioni che valgono principalmente per lei. Quante le proposte di leggi e di riforme che giacciono inerti da anni nelle aule parlamentari e nelle commissioni? Quanti i contratti nazionali e decentrati e sottoscritti anche in queste ore? Ecco la vera differenza. Ecco la concretezza.

Renzi ha anche proposto la contrattazione decentrata in cambio di una legge sulla rappresentanza sindacale. Non è che i sindacati più rappresentativi sono contrari perché questo potrebbe favorire l’avanzata di altre rappresentanze svilendo il loro ruolo?

Non serve una legge c’è già un accordo. Confindustria e Cgil Cisl e Uil hanno siglato il 10 gennaio 2014 l’accordo sul regolamento di attuazione del Protocollo d’intesa del 31 maggio scorso sulla rappresentanza. L’accordo costituisce un vero e proprio testo unico in tema di rappresentanza sindacale composto da quattro parti che regolano: la misurazione della rappresentanza sindacale a livello nazionale e aziendale; la titolarità ed efficacia della contrattazione collettiva nazionale ed aziendale; le modalità volte a garantire l’effettiva applicazione degli accordi sottoscritti nel rispetto delle regole concordate. Misurare la rappresentatività degli attori e garantire la piena attuazione degli accordi raggiunti determinano maggiore chiarezza e trasparenza nelle relazioni industriali contribuendo a migliorare il quadro di riferimento per tutti coloro che vogliono investire nel nostro Paese. Una legge, tra l’altro già tentata in passato, costituisce una ingerenza della politica rispetto l’autonomia delle sindacali e datoriali di darsi regole certe per procedere alla contrattazione e al rispetto degli accordi sottoscritti. 

C’è un grande dibattito politico sindacale sull’articolo 18, definito da Renzi un totem ideologico che allontana gli investimenti delle imprese estere. Secondo lei è veramente così fondamentale mantenerlo come vorrebbero alcuni sindacati o altre tutele sarebbero maggiormente necessarie?

Rispondo con le parole del mio da poco ex segretario Raffaele Bonanni quando venne presentato la proposta di riforma del Governo: «Si è voluto inquinare il dibattito sulla riforma del lavoro con la vicenda dell’articolo 18 che è stato riformato, dopo un non facile confronto con le parti sociali, dal Governo Monti appena due anni fa».  Con la riforma Fornero proprio su proposta della Cisl, fu introdotto il ricorso all’arbitrato nelle controversie sui licenziamenti, in modo da evitare il ricorso alla giustizia civile. In pochi giudizi il magistrato giudicante ha disposto Il reintegro del lavoratore ricorrente,  a dimostrazione che il tema dell’art.18 è solo un totem ideologico da agitare in ogni stagione politica. Il contratto a tutele crescenti è la strada giusta per eliminare tutte quelle forme spurie di flessibilità selvaggia come il ricorso alle false partite iva, agli associati in partecipazione, i collaboratori a progetto, sia del settore privato che del pubblico impiego.  La stabilizzazione di almeno un milione di giovani precari che si trovano senza alcuna garanzia salariale e previdenziale è la vera sfida del Governo ma anche del Sindacato. Quelle assunzioni vanno previste e contrattate ente per ente, azienda per azienda. Il diritto al reintegro nei confronti dei licenziamenti palesemente ingiustificati (al pari di quelli discriminatori)è un diritto costituzionale che non può essere barattato con la garanzia di assumere i giovani precari.

Se da oltre dieci anni la produttività del lavoro italiana è rimasta ferma mentre è costantemente cresciuta in altri Paesi europei a cominciare dalla solita Germania, e dalla Francia, l’altra grande malata del continente, vuol dire che qualcosa non funziona anche nei meccanismi di negoziazione tra le parti sociali. Cosa sarebbe giusto modificare?

Per anni abbiamo gridato come voce nel deserto che al pari di Francia e Germania la crisi doveva essere una opportunità per procedere alla vera riforma degli apparati più che dei modelli dello Stato a cominciare di costi di alcuni organismi e soprattutto di quelli direttamente imputabili al vasto ceto politico: emolumenti, indennità, consigli, cda, municipalizzate, ecc che rappresentano la vera zavorra in termini di costi non della Politica nel suo seno alto e nobile legato alla democrazia, ma riferito a tutto quella pletora di sottobosco di personale legato ai politici che del loro servizio diretto e indiretto ai rappresentanti del Popolo fanno una professione, altamente retribuita da soldi pubblici in ruoli anche determinanti dove la fiduciarietà nel conferimento dell’incarico prevale troppo spesso  al merito e alla competenza. In quegli stessi anni, con la stessa forza, venivano condannati i tagli alla innovazione e alla ricerca; mentre parallelamente proprio in Germania e Francia venivano raddoppiati gli stanziamenti. Oggi le economie di questi paesi hanno beneficiato degli investimenti fatti in tal senso, non certo di una maggiore duttilità contrattuale. 

Che ne pensa di questa idea del Tfr in busta paga mensilmente anche questa osteggiata da piccole imprese e alcuni sindacati. E’ attuabile?Secondo lei come andrebbe tassato il Tfr?

Per prima cosa chiariamo che non si tratta di salario aggiuntivo ma di salario già del lavoratore che è in accantonamento da parte del lavoratore con una tassazione molto più bassa di quella ordinaria con cui invece è previsto  il suo inserimento in busta paga mensilizzato. Se davvero lo si vuole usare quale strumento di rilancio dei consumi allora deve essere a tasse zero oppure andrebbero facilitate ulteriormente le possibilità che già esistono di chiederne un parziale anticipo. Invece, con l’applicazione della tassazione ordinaria lo Stato fa semplicemente cassa con largo anticipo e penalizza quello che per i lavoratori rapprenda oggi l’unica forma di risparmio gestito previdenziale in grado di sostenere a causa del sempre più crescente costo della vita rispetto la progressiva perdita di valore del salario reale. Infatti, per i redditi superiori ai 24 mila euro lordi il prelievo sarà del 38% anziché del 23%.  Il generale clima di sfiducia verso il futuro, le sempre più crescenti contingenze accompagnate dal fatto che molti lavoratori attivi come già fanno i pensionati sostengono familiari che hanno perso il lavoro senza tutele porterà molti a fruire della possibilità e quindi  a costringerli a danneggiare se stessi e quel piccolo “tesoretto” che generalmente li accompagnava nel passaggio dal lavoro attivo alla pensione e che costituiva la base per una rendita complementare aggiuntiva nei fondi pensione, anch’essi danneggiati dal anticipazione se pur sperimentale me limitata temporalmente. Cosi nell’ottica della preferenza “dell’uovo oggi rispetto la gallina domani” si preparano le condizioni per un allargamento futuro della popolazione sotto la soglia dell’indigenza. 

Un Paese come il nostro che si trova chiuso in una stretta mortale, vessato da un debito pubblico enorme e allo stesso tempo costretto a far fronte ai dettami economici europei. Alcuni provvedimenti del governo per rilanciare i consumi e l’economia sono stati osteggiati dai sindacati. Non crede che in questo momento di crisi si dovrebbe cercare di ammorbidire alcune posizioni per cercare soluzioni condivise?

L’attuale classe politica di questo Paese ha ereditato il grave debito pubblico che se sfugge al controllo rischia di compromettere definitivamente ogni speranza alle generazioni future. E’ un fardello che rallenta, anzi zavorra, ogni tentativo di ripresa. L’ammontare del debito pubblico impedisce una vera campagna di investimenti pubblici che potrebbero essere per la nostra economia la stessa panacea che fu il New Deal di Roosvetiana memoria per la crisi del ’29.  Allora ci si accontenta di mirate azioni di rilancio dei consumi come gli sgravi o l’anticipo mensilizzato per tre anni del TFR. Si è voluto costruire un’immagine di contrapposizione tra l’azione del Governo e quello del sindacato, generalizzando, non tenendo conto delle distinzioni di posizione al suo interno. Ad esempio la CISL ha sempre fatto le sue valutazioni, dando anche aperture su alcuni provvedimenti come quello degli “80 euro” dichiarandone la sua positività se pur nell’insufficienza del provvedimento specie per la sua non applicazione ai pensionati. Oggi non è tempo di sterili contrapposizioni finalizzate alla necessita di difesa della ragione della propria esistenza ma nemmeno il tempo per gratuite accondiscendenze all’azione del Governo che ha bisogno di sostegno nelle sue azioni condivise e condivisibili ma anche critica e opposizione in caso di derive eccessivamente autoreferenziali. I sindacati oggi rappresentano l’ultimo vero corpo intermedio della società dopo la crisi rappresentativa dei Partiti di massa. Hanno un corpo fatto da veri iscritti che mensilmente, specie con la crisi e la prossima perdita di potere d’acquisto dei loro salari, versano una quota continua non solo per convinzione ne per tutela dei loro interessi, ma soprattutto per la funzione di rappresentanza  e di indirizzo che esercita. L’esigenza dello scontro ad ogni costo spesso è alimentata anche dalla stampa e dagli interessi economici di cui è  “portavoce”nell’antica e mai tramontata regola del “dividi et ” e nella estremismo che vuole, ad ogni costo, che solo se si è protagonisti di uno scontro, si concede spazio e visibilità. Ovviamente una classe dirigente responsabile e quindi sia governativa che sindacale deve avere la lungimiranza di non pretendere deleghe in bianco, chieste solo in ragione della crisi,  che vadano a cancellare in un poco tempo conquiste di anni di lottare confronto anche se non particolarmente necessarie ed esaustive e anche non respingere senza entrare nel merito, con la propria competenza, apportando le costruttive modifiche ed integrazioni alle stesse, solo per tenere saldo un ruolo di rappresentanza di un fronte del No a prescindere. Anche in questo caso può essere rispolverato il vecchio ma mai tramontato adagio latino che “in medio stat virtus”. 

Renzi ha cercato di smantellare le presunte rendite di posizione del sindacato, ma si potrà fare meno in futuro dei sindacati?

La crisi dei modelli sociali ed economici del ‘900 di stampo fordista ha messo in crisi anche le organizzazioni rappresentative di quei modelli sia politici che datoriali e di conseguenza anche sindacali. Oggi gran parte dei lavoratori da per scontate buona parte delle tutele e garanzie ottenute da grandi lotte e rivendicazioni nei primi decenni del secolo scorso e nel secondo dopo guerra un po’ come si tendeva fare con gran parte delle garanzie costituzionali costate lotta e sangue anch’esse. Eppure gran parte di chi è fuori dal mondo dl lavoro è pronto se non già costretto a rinunciarci pur di avere una retribuzione di conseguenza si rischia di non riuscire a capirli e a rappresentarli. Questa l’accusa più grossa che ci viene fatta in queste ore. Eppure nel concreto, poco pubblicizzato, da anni ci occupiamo di loro con strutture loro riservate, professionisti e delegati li seguono e li aiutano a districarsi nella giungla legislativa dei loro contratti fatta dai legislatori per introdurli al mondo del lavoro (era questo il refrain dei primi pacchetti Treu che introdussero il lavoro interinale). Allora il sindacato mise in guardia sui rischi che avrebbero comportato la loro introduzione senza forme di progressivo incoraggiamento della loro trasformazione in contratti definitivi e indeterminativa cominciare dall’azione di stimolo agendo sul cuneo fiscale. Ieri per la nostra cautela fummo accusati dalla politica di fermare la modernizzazione del lavoro oggi la stessa ci accusa di non aver fatto le barricate! Il futuro del Sindacato sarà legato a quello del lavoro, si evolverà con esso. Sempre più specialistico e sempre più legato al luogo in cui si svolge. Il sindacato svolgerà sempre più la sua opera preziosa ed insostituibile nei luoghi di lavoro con i suoi Rsu, i delegati ed rappresentanti aziendali e territoriali. Li saranno contrattati il salario di produttività, la formazione permanente, gli aumenti ma anche saranno risolte le crisi, le riconversioni, ecc. Il livello nazionale sarà la cornice e darà  le direttrici principali entro cui poi nello specifico saranno definiti i contratti aziendali che saranno la radiografia dell’ambito in cui incidono. Un sindacato all’altezza della sfida snellisce i suoi apparati e le sue strutture centrali potenziando ed investendo risorse ed intelligenze sul livello decentrato. La Cisl da anni ha avviato questo percorso: accorpando le sue strutture organizzative di categoria e di rappresentanza territoriale ed investendo di più sulle singole realtà aziendali in una piramide rovesciata cui il modello organizzativo tende e non parte. Un sindacato tangibile dai lavoratori con tutti i suoi rappresentanti e delegati attivi e credibili sui posti di lavoro, che verificheranno ogni giorno quanto utile e concreta nelle loro lavoro nella difesa del potere d’acquisto del loro salario è la loro azione  resisterà e sopravviverà ai suoi stessi leader e alla crisi dei modelli organizzativi delle organizzazioni di massa perché considerato ancora utile, prezioso ne necessario. Con l’elezione del neo segretario Annamaria Furlan si concretizza l’avvio della riorganizzazione e modernizzazione organizzativa avviata dalla Cisl durante l’ultima fase del mandato di Raffaele Bonanni che ha fortemente dato l’imprimatur di razionalizzazione delle strutture organizzative delle categorie e dei territori per preparare il Sindacato alle sfide future. Questo passerà ovviamente attraverso anche un investimento sul rinnovamento della classe dirigente del sindacato attraverso non solo i classici meccanismi di promozione interna, step by step, da rappresentante aziendale alla segreteria generale ma anche la promozione sul campo di giovani delegati. Io ad esempio, sono stato eletto dalla Lombardia al Consiglio generale insieme ad una delegata di una azienda di Mantova senza essere segretario, primi casi in 60 anni di storia della Cisl come la prima elezione di un segretario generale donna. Comincia così una sfida che in tempi renziani deve essere coerente e sostenibile non più solo al suo interno, di cui deve conservarne solidità ed rappresentatività tra gli iscritti ma anche all’esterno per reggere agli attacchi gratuiti di non contemporaneità dell’azione svolta.        

 

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