domenica, Settembre 27

Silvia Romano nel mare di petrolio tra Somalia e Kenya Michele Marsiglia Presidente di FederPetroli Italia ci spiega come e perché a Somalia e Kenya dovremo ricambiare favori, là dove i giacimenti petroliferi Offshore per l’Italia sono nevralgici. E qualche piccolo ‘virus di gelosia’ circola tra Roma e Milano è arrivato alle orecchie di FederPetroli

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«Tra Somalia e Kenya c’è di mezzo il mare ed il petrolio», con queste parole di Michele Marsiglia si apre una nota che oggi l’organizzazione che presiede, FederPetroli Italia, dirama riaccendendo i riflettori sulla vicenda di Silvia Romano -la cooperante italiana rapita in Somalia, la cui liberazione è al centro di un ‘affaire’ politico la cui portata ancora non è chiara.
Marsiglia nelle scorse ore ci ha informati di una
riflessione che all’interno di FederPetroli Italia si è aperta sulla vicenda e che sposta l’attenzione dalla Turchia -sulla quale il Presidente aveva fatto un ragionamento proprio da queste colonne, al quale poi alcuni analisti si erano ispiratisu Somalia e Kenya.

«L’attenzione dei media durante questi giorni si è soffermata sull’aiuto dell’intelligence turca all’ottenimento della liberazione della cooperante italiana, e non è sbagliato, ma i Paesi al centro della vicenda sono Somalia e Kenya», fa notare Marsiglia nella nota. Per questo è necessario spostare l’attenzione da Ankara -e tutto quanto considerato in riferimento alla Turchia ci sta tutto certamente- sui due Paesi all’origine della vicenda.

Marsiglia ci fa notare la criticità del momento nei due Paesi, in particolare in Somalia.
In
Somalia il 2020 dovrebbe essere l’anno elettorale per eccellenza, quelle del ritorno alla democrazia compiuta. A fine mese la Commissione elettorale dovrebbe annunciare la data delle elezioni parlamentari e presidenziali -indicativamente dicembre, ma potrebbero slittare al 2021 anche a causa del coronavirus Covid-19. I problemi, però, non sono di data, piuttosto sono politici. La legge elettorale di febbraio, voluta dal Presidente Mohamed Abdullahi Farmajo, è pesantemente contestata dai vertici degli Stati federali e dalle forze di opposizione. Mentre Farmajo sostiene il modello del suffragio universale -molto simbolico di ritorno alla democrazia per un Paese dilaniato da anni da conflitti tra clan e estremismo violento-, gli Stati federali, lamentando di non essere stati coinvolti nel processo legislativo, spingono per rimandare il suffragio universale, e, insieme alle forze di opposizione chiedono che le elezioni si tengano secondo il vecchio modello basato sui clan, perché, dicono, non ci sarebbe il tempo di organizzare elezioni a suffragio universale né le risorse economiche per farlo -e nel dire ciò sono sostenuti anche da alcuni influenti analisti locali. Alcune forze dell’opposizione temono che il Presidente Farmajo stia deliberatamente lavorando sul modello del suffragio universale come ad un piano impraticabile, in modo da avere un pretesto per ritardare le elezioni e prolungare il suo mandato. Per altro, secondo alcune fonti, Farmajo non sarebbe così certo della rielezione. Lo scontro politico interno, dunque, qui è molto forte.
Non bastasse, la presidenza Farmajo è dichiaratamente assediata, pressata da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar –e non da adesso e i suoi rapporti con il Kenya stanno diventando sempre più tesi,.
I motivi della tensione sono politici ed economici.
Nairobi, che dal 2011 è in Somalia per fermare gli attacchi di al-Shabaab e sradicare il gruppo terroristico dall’area, ha avuto in questi anni i migliori alleati ai vertici degli Stati federali -quelli che oggi sono in aperto scontro con Farmajo– in particolare nello Stato del Jubaland, vertici che il Presidente punta a sostituire proprio con questa tornata elettorale. Secondo alcuni osservatori, Farmajo sarebbe disposto usare la mano pesante, puntando sull’aiuto dell’Etiopia pur di ottenere di avere suoi uomini ai vertici degli Stati federali, almeno i più problematici. Il secondo motivo è tutto legato al petrolio e al gas, ovvero alla disputa per il controllo di un territorio marittimo nell’Oceano Indiano tra il Kenya e la Somalia di 100.000 chilometri quadrati ricco di vasti giacimenti di petrolio e gas. Per questi 100mila chilometri Kenya e Somalia sono arrivati ai ferri corti, almeno diplomaticamente, incluso ritiri di ambasciatori. E in questa partita, ben spiega Marsiglia, c’è dentro mani e piedi l’Occidente, nello specifico Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia e Norvegia.

Queste le considerazioni e analisi di FederPetroli Italia che stanno alla base della nota di oggi e che fanno dire al Presidente Marsiglia «L’Africa ha ripreso un ruolo determinante sulla scena petrolifera internazionale, si potrebbe dire al pari del Medio Oriente»; attività intensa da parte dell’Italia anche in Paesi che erano rimasti fermi per anni, quasi Mozambico, Angola, Congo. E da qui la conclusione, in riferimento alla liberazione della giovane cooperante: «Prima o poi qualcuno verrà a batter cassa, anzi, qualcuno lo sta già facendo», visto che con questi interessi in gioco Somalia e Kenya -Paesi dove si è consumato il rapimento e la detenzione-, non possono essere stati estranei all’operazione di rilascio. «I due Paesi africani per noi sono da sempre punti nevralgici per importanti giacimenti petroliferi Offshore nelle acque a largo di Somalia e Kenya». L’area Offshore in questione si riferisce ai Blocchi 152, 153, 164, 165, 177, 178, 204 ufficialmente offerti in Licenza di esplorazione dal Ministero del Petrolio della Somalia in ultima pubblicazione di Gara. Il totale è rappresentato da circa 15 blocchi esplorativi con riserve stimate del valore complessivo di circa 30 miliardi di barili, precisa nella nota il Presidente Marsiglia.
E non dimentica, Marsiglia, la penisola arabica: «Le acque dell’Oceano Indiano, location dei giacimenti, sono direttamente collegabili alle zone degli Emirati Arabi Uniti, ci troviamo in un triangolo imperfetto ma strategico».
E qui c’è da ricordare, ci puntualizza Marsiglia, l’Africa orientale è da tempo uno degli obiettivi strategici, diplomatici ma soprattutto economici, della Penisola Arabica, in particolare di Arabia Saudita e Qatar. Con Nairobi e Riyad molto vicini, mentre la Somalia è da tempo legata al Qatar, che tra l’altro ha contribuito all’ascesa al potere di Farmajo, e gli Emirati Arabi -grandi alleati dell’Arabia Saudita- stanno cercando di scalzare Doha.

Insomma, continua Marsiglia, è in questo intreccio afro-arabico che si deve inquadrare l’Operazione Romano.
E il Presidente nella nota prosegue: «La liberazione di Silvia ha destabilizzato alcuni attori internazionali interessati alle zone africane, oggi sempre più terra di investimenti nell’Oil & Gas. Ci troviamo su tre fronti diversi, la preoccupazione di cosa succederà in Libia, visto l’aiuto di Ankara al nostro Paese c’è da chiedersi come l’Italia ricambierà, dall’altra parte le nostre analisi e considerazioni si sono focalizzate da giorni anche su cosa la Somalia ed il Kenya chiederanno, non all’Italia ma bensì alle compagnie petrolifere internazionali che detengono le quote nello sfruttamento dei giacimenti Offshore. Da qualche giorno, anche i nostri telefoni sono più caldi e ancora c’è qualcuno che non si sbilancia. L’operazione Silvia Romano non è chiara a livello internazionale, ben felici che la cooperatrice stia bene e che sia tornata a casa, ma dietro a tutto questo, qualcuno verrà a riscuotere il premio, che non sarà leggero. Non parliamo solo dell’Energia Italiana, ma sono coinvolti altri Stati arabi che hanno fatto dell’Oceano Indiano un hub strategico per il futuro energetico».

 

L’Africa, dunque, sta diventando determinante sullo scenario energetico internazionale; l’Italia in questo angolo di mondo c’è; ma in questo angolo di mondo gli equilibri -per impulso dei governi locali protagonisti, ma anche per quelli occidentali sul terreno- sono in evoluzione; tale evoluzione è ancora avvolta nella nebbia di troppe pesantissime domande -per alcune delle quali anche per Marsiglia la risposta non può essere chiara-; l’Italia non si sa come resterà, ma comunque per restare è chiamata pagare un prezzo, un prezzo piuttosto alto, e che si deve essere impegnata a pagare, forse lo sta già pagando.
Uno scenario eccitante, forse preoccupante, sul quale abbiamo provato fare alcune considerazioni con Michele Marsiglia.

Presidente, lei nella nota di oggi, sottolineando l’importanza dell’Africa, afferma che si sta lavorando anche in Mozambico, Angola, Congo. E’ una svolta importante, vero?
Questi Paesi oggi, a distanza di circa 20 anni, sono gli hub principali dello sviluppo energetico. Purtroppo il Continente africano è stato sempre poco considerato, sia per paura e sia perché, a mio avviso, è mancata quella conoscenza e quell’approfondimento del territorio che sono essenziali.
Oggi, però, l’Africa si riscopre miniera d’oro per tantissimi settori.
Valore d’eccellenza la grande rappresentanza dell’ingegneria petrolifera italiana con Saipem, per la realizzazione di uno dei più grandi siti mondiali dell’LNG (Gas Naturale Liquefatto) in Mozambico, con proprietà francese in joint venture con gli americani della McDermott. Un progetto da oltre 15 miliardi di dollari, super eccellenza italiana con Capo Progetto un importante amico e manager italiano, quindi ne sono ancora più orgoglioso.
Poi il Congo, la chiacchierata e super sfruttata Nigeria, l’Angola, dove con ENI l’Italia è riconosciuta azienda leader anche per diverse strutture di sostegno al territorio ed alla popolazione. Ma non dimentichiamo la Somalia, il Kenya dove l’interesse per i giacimenti Offshore sono notevoli, con grande presenza di gas e di olio.

Lei nella nota di oggi fa riferimento a un ‘triangolo imperfetto ma strategico’ dal quale qualcuno verrà bussare, magari alle compagnie petrolifere. Possiamo chiarire un po’?
Ci troviamo oggi in un contesto geopolitico complesso e difficile da seguire. Troppi attori coinvolti in dinamiche delicate e rivendicazioni di aiuti da terzi che lasciano un’interpretazione che porta ad uno scambio d’obbligo. Pensiamo, e ne siamo più che sicuri, che i favori fatti al nostro Paese, prima o poi, devo essere ricambiati. Visto che parliamo di Medio Oriente, di Africa, ed essendo oggi la situazione ed il contesto geopolitico difficile, almeno per l’Oil & Gas, qualche pelo sullo stomaco ci sarà. Questo sta facendo riflettere ed ovviamente destabilizza le linee aziendali e le politiche da seguire. Giustamente non parliamo solo di Italia, ma la considerazione e l’analisi deve essere fatta su diversi Paesi, diverse potenze, ognuna con le proprie relazioni e con i proprio interessi. Vedremo sicuramente un cambio di assetti politici ed economici internazionali.

L’operazione Silvia Romano non è chiara, dice, e ci pare condivisibile, ma lei che spiegazione riesce darsi? L’operazione che pare esserci dietro, e lei ce lo sta confermando, ha l’aria di essere molto grossa, l’Italia sembra abbia messo in campo una grossa operazione di politica estera. Le chiedo: chi c’è dietro? e cosa? Perchè attorno a una cooperante di una piccola ONG si è scatenata una operazione di queste dimensioni? Che ci siamo persi?
Ritengo che la risposta non possa essere di totale esaustività perché la mia competenza ha dei limiti, però è anche vero che i nostri interlocutori sono diversi e ci permettono di poter rispondere con delle analisi ed informazioni più istituzionali e concrete. Con Silvia Romano il mondo intero si è meravigliato di cosa, a effetto domino, questa povera ragazza stia generando. Se mettiamo a confronto altre situazione del passato, mi riferisco a Giuliana Sgrena, Alessandro Sandrini per non parlare delle vicende ancora aperte di Paolo Dall’Oglio e Luca Tacchetto ed altri, non hanno generato quello che si sta vivendo con Silvia Romano.
I Servizi e tutta l’Intelligence italiana è stimata a livello internazionale. Non lo dico solo io, ritenendo quest’apparato dello Stato e portandolo sempre su un palmo di mano, ma lo dicono anche all’estero. Conoscendo le persone che ci lavorano e la competenza che hanno, sono profili che tutti ci invidiano e ci hanno sempre invidiato, quindi non capisco l’esaltare questo merito d’intelligence turca. E’ un evidente input dettato da qualcuno, non ci sono dubbi e, bisogna farlo, sono ordini. E’ il ruolo dell’Italia che gli osservatori internazionali faticano ad interpretare e perché l’Italia regala i meriti ad altri, quanto conviene tutto questo e perché.
Però ancora l’Operazione Romano non è chiara, o meglio non è chiaro il pagamento del riscatto. E non parlo di quello presunto pagato, ma bensì del riscatto che prima o poi qualcuno ci chiederà.

Stanno cambiando gli equilibri in Africa, bene, ma in che direzione? Stiamo cedendo la Libia per qualcosa di altro?
Le compagnie petrolifere che vi lavorano sono diverse, Total, BP, Eni, Qatar Petroleum, diverse altre major ed Oil Companies U.S.A.. Come dicevo prima, l’interesse per l’Africa sta cambiando e nel nostro settore dove c’è petrolio c’è anche grande avidità industriale. Mi dispiacerebbe, e anche tanto, perdere la Libia. Mi dispiacerebbe perdere come italiano un Paese dove l’Italia è stata partner economica, commerciale, sociale ed aziendale per decenni. Però dall’altra parte vedo un film che non si realizzerà. In Libia l’Italia ha un’ancora di salvezza. E visto che mi dicono che parlo e nomino troppo quell’azienda di San Donato, questa volta dirò che siamo difesi da un Cane che oltre ad avere tante zampe, ha una fiamma che brucia chi resta in coda, almeno ne esco con più diplomazia. In questo modo mi limito, tenendo sotto controllo qualche piccolo ‘virus di gelosia’ che circola tra Roma e Milano arrivato alle orecchie di FederPetroli Italia……
Mi permetta un sorriso!

Questo cambio di equilibri in Africa ha una qualche connessione con quanto sta accadendo ed è accaduto in ENI ai suoi vertici?
Ritengo che il grande sviluppo di ENI in Africa a qualcuno dia fastidio, ed è normale. Quindi ogni tanto un piccolo colpo alla nostra Azienda Energetica Nazionale fa comodo a tanti che attendono irrequieti alla finestra cosa succederà.
I vertici di ENI? Mi lasci essere meno diplomatico ed istituzionale del solito, devono fregarsene, le frecce al veleno arrivano, ma non riescono a colpire.
Oggi la squadra deve essere ancor più determinata ed andare avanti, con l’augurio che il nuovo Consiglio di Amministrazione possa continuare a renderci fieri dell’Energia italiana con un nome di cui la storia ci rende orgogliosi, quello di Enrico Mattei.

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