venerdì, Settembre 25

Si riprende, con lo Stato Pantalone della Confindustria bonomiana ‘retrò’ Si agitano voci ‘nazionalizzatrici’, e questi interventi diretti dello Stato nell’economia nella pentola di Bonomi producono aromi di muffa con sentori di ‘tanto paga Pantalone’

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Ieri è partita la fase 2 del piano contro il coronavirus Covid-19, con Confindustria e politicanti da strapazzo, i soliti nostri, in scena.
Cito in apertura, dal foglio ufficiale degli stellini, una frase superba del politologo Gianfranco Pasquino, che dovrebbe, però, farli impallidire, e non solo loro, leggetela: «Non andrà tutto bene e non torneremo come prima. Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio», e, a proposito delle polemiche di Matteo Renzi aggiunge: «Scriva che la risposta inizia così: Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità».

Anche io non vorrei tornare all’Italia di prima, e, invece, eccoli qui, tutti felici e pimpanti, nutriti e paffutelli, eccoli qui, il giorno del ‘liberi tutti’, a riprendere le cose di sempre, le abitudini di sempre, le frasi di sempre: tutti regolarmente nel proprio ruolo, al proprio posto prevedibile e previsto, tutti a recitare la propria parte in commedia, sempre la stessa … per il pubblico, ormai stufo; sempre la stessa per loro, alle prese con l’ennesima furibonda corsa all’oro dei voti. Anche le solite diatribe sono ormai infanganti per chi le fa, come quella di Nino Di Matteo, certo ottimo magistrato, che lamenta di essere stato proposto dal Ministro per un incarico, e che poi il Ministro stesso ci avrebbe ripensato … forse a seguito di certe telefonate, e peggio per chi risponde, come il Ministro, Alfonso Bonafede, certo non il migliore possibile, che si dice esterrefatto, eccetera, eccetera. Discussioni da retrobottega, su cui naturalmente subito si scagliano corvi e iene varie.

È sconfortante, confesso. Ieri mattina mi sarei aspettato dichiarazioni pensose, assunzioni di responsabilità, proponimenti per il futuro, come i bravi bambini. E invece, tutto come prima.
Esordisce Giggino, quello che dovrebbe fare il Ministro degli Esteri, o almeno il Ministro, o almeno l’uomo politico … che so. Uno si sarebbe aspettato da lui -benché aduso a parlare di marchette dell’UE per favorire la Francia e finezze del genere-, nei giorni scorsi, ad esempio una nota di protesta, nulla di più, alla sconcia sceneggiata del Presidente olandese, Mark Rutte, che si scompiscia in lazzi di approvazione e condivisione con il cittadino che chiede garanzie che non si daranno soldi agli italiani, o almeno chiedere i famosi danni per la fontana di Piazza di Spagna. Macché: Giggino, occupato a percorrere lunghi corridoi a passo di carica per mostrare quanto è efficiente (immagino la fatica del povero cameraman per precederlo, forse lo stesso di pochette?), se ne esce con la solita dichiarazione insulsa: ora abbassiamo le tasse e allarghiamo il reddito di cittadinanza -quella cosa ignobile, che è servita solo a mettere in piedi un carrozzone mostruoso, per dare una manciata di euro a quattro poveri cristi ridotti alla fame (quando non al volante di una Ferrari), che alla fame restano. Uno si sarebbe aspettato che a quella frase ne seguisse, a voce più alta ancora: abbassiamo le tasse dopo esserci assicurati che le paghino, sia quelli cui le abbassiamo che quelli ai quali non le abbassiamo perché tanto già non le pagano.
Dimenticavo: abbassare le tasse porta sempre voti, farle pagare li toglie.
Gli fa eco, stranamente in modo più debole, solo perché è stato preso in contropiede, il bravo Renzi, ancora assorto nelle sedute spiritiche di quei poveri disgraziati morti di virus (a Bergamo il 568% in più!) che gli chiedono di aprire tutto: eccoli accontentati. Ma, state tranquilli, si riprenderà presto. Sta solo cercando di capire cosa ha in mente (si fa per dire) il Governo, per prendere la posizione conseguente, quella contraria. Si è ‘portata avanti’ Teresa Bellanova, proponendo la regolarizzazione di 600.000 stranieri, ma solo per fare polvere, solo per farsi dire (ignobilmente, certo) di no!

Certo è che nel Governo o attorno al Governo, si agitano vocinazionalizzatrici’, voci di imprese di Stato, di interventi diretti dello Stato nell’economia. Cose facilitate, oggi, dal fatto che l’UE porrebbe meno ostacoli. Personalmente non credo che sarebbe una buona idea, o meglio, penso che si debba valutare caso per caso, perché vi sono situazioni in cui ciò avrebbe un senso per salvare settori dell’economia in ginocchio e non in grado di tirarsi fuori da soli.
Ecco, voglio dire: una cosa del genere viene fuori da un intervento, mi pare, molto articolato e ricco di sfaccettature, di Romano Prodi, che, avendo liquidato l’IRI, non penso possa essere di per sé considerato uno statalista. Il suo discorso andrebbe valutato e approfondito con calma e competenza, non portato in piazza per sostenerlo a spada tratta (pare lo faccia ormai a tempo pieno una certa signora Marina Mazzucato), perché non è del tutto da scartare. Specialmente perché l’UE al solito e una volta di più tace. Voglio dire che, come ho scritto molte volte, il rilancio della economia, non solo italiana, ma europea (e quindi olandese inclusa), dovrebbe essere fatto dalla UE direttamente e senza intermediari. Solo l’UE è in grado di valutare dove si deve investire e dove si può attendere o rinviare o contare maggiormente sulle forze locali. Ma se l’UE (come purtroppo sta per accadere e come è sempre accaduto) si limita a dare prestiti o a favorirli, si finisce una volta di più per mettere in difficoltà proprio i Paesi più deboli, a tutto vantaggio di quelli più ricchi.

Ma, ripeto, certe proposte, certe idee, andrebbero discusse e approfondite, perché un intervento dello Stato in quanto tale è sicuramente necessario, ma con grandi cautele: tornare, insomma, al panettone di Stato, mi sembra idea pessima che ‘più pessima’ (mi perdonerete la licenza poetica) non si può!
E quindi poco capisco la reazione indignata del nuovo capo di Confindustria, Carlo Bonomi, che parte lancia in resta contro qualunque cosa del genere, ma, con mio grande stupore, sembra (forse mi sbaglio e sono pronto a scusarmene) quasi un allievo di Vittorio Valletta, o almeno di Gianni Agnelli, anche se non so se le sue aziende abbiano sede ad Amsterdam.

Mi colpisce al proposito il ballon d’essai lanciato dal vice-direttore di ‘Huffingtonpost’, Gianni Del Vecchio, quando dice: «La preoccupazione è che la politica questa volta, dopo gli ultimi 30 anni di privatizzazioni e primazia del mercato, voglia sfruttare l’emergenza del coronavirus per tornare a una centralità perduta nel mondo produttivo italiano. In altri termini, così come lo Stato (e il governo) ora è di nuovo il punto di riferimento per i cittadini per questioni di vita o di morte come la gestione della sanità e della salute pubblica, così dovrebbe riprendere il centro della scena anche in economia. Prospettiva questa che fa letteralmente inorridire le imprese, con Confindustria pronta a mettere l’elmetto». Non mi colpisce negativamente il fatto in sé, è solo la narrazione abbastanza fedele di cosa bolle nella pentola di Bonomi, ma mi colpisce molto quella frase sulla politica che vorrebbe «sfruttare l’emergenza per tornare ad una centralità perduta». Si ipotizza, insomma, un disegno sordido, per come appare, un complotto di una politica che vorrebbe intervenire nella economia. Ribadisco, prima di sparare cannonate, non sarebbe meglio valutare e discutere?

Lo dico perché, Bonomi, per parte sua, sembra molto deciso in questa direzione. Parla, infatti, della necessità che lo Stato investa nelle opere pubbliche, ma a favore solo dei privati e per di più in una visione del futuro dei rapporti con il sindacato un po’ retrò’, se è vero come è vero che, oltre a propugnare la contrattazione aziendale in luogo di quella centrale, vuole che lo Stato investa, ma detassi, in pratica, lo straordinario sia pure quando necessitato dalle esigenze del ‘distanziamento sociale’. Assomiglia vagamente alla tesi di una volta: i guadagni a me, le spese allo Stato. Anche perché poi scatena una vera aggressione allo Stato che distribuisce soldi a pioggia a chi non ha da mangiare (almeno si suppone), invece di darli tutti e subito agli industriali, noti oculati investitori spesso … di soldi altrui! Evviva la solidarietà sociale e il senso di comunità in uscita dal coronavirus!
Per di più in una prospettiva vagamente cospiratoria, perché secondo Bonomi, pare, lo Stato avrebbeindottole imprese adiperindebitarsiper poi poterle nazionalizzare. E perché mai, per quale sottile disegno pernicioso avrebbe ‘indotto’? L’alternativa, se non sbaglio, è che se le imprese non si indebitano non possono riprendersi, ma lo Stato fornisce aiuti non marginali all’indebitamento nella speranza che le imprese usino quelle garanzie per produrre e non per svendere o incassare e ‘fallire’.
Tanto più che il medesimo Bonomi, chiude una lunga intervista al ‘Corriere’ con una frase lapidaria, sulla quale, credo, ci sia molto da riflettere, sia da parte dello Stato, sia da parte dei sindacati, sia da parte degli imprenditori, sia, infine, da parte dei ‘semplici’ cittadini, che alla fine, sia pure solo in minima parte, sono quelli che pagano: «Lo Stato faccia il regolatore, stimoli gli investimenti. Per esempio questo sarebbe il momento per rilanciare con più risorse il piano Industria 4.0 visto che a questa crisi sopravvivrà chi investirà. Ma si fermi lì. Non abbiamo bisogno di uno Stato imprenditore, ne conosciamo fin troppo bene i difetti». È solo una frase, ma il linguaggio, per di più sulla bocca di un giovane, mi appare vecchio, molto vecchio. Lo Stato paghi, investa (magari dove vogliamo noi, anche se non lo dice esplicitamente) e che non ci mandi quei rompiscatole degli ispettori del lavoro, visto, direi io, che muore ‘solo’ un lavoratore al giorno, ma poi lasci fare a noi, magari con un mercato del lavoro alle corde. Mi viene da dire ‘abbiamo visto come fate, voi’.

Eh no, caro dr. Bonomi. Da perfetto incompetente di economia, questo, secondo me, è un discorso che non va affatto, specie oggi che l’UE ci ha abbandonati a fare da soli. Se siamo una comunità, o lavoriamo insieme per un obiettivo comune, dove ciascuno fa e guadagna il suo, oppure siamo dell’idea chepaga sempre Pantalone’, idea vecchia e abusata, e si è visto bene dove porta. Spetta allo Stato decidere cosa, come, dove e quando fare, e, sempre allo Stato, spetta decidere chi e a quali condizioni dovrà farlo, perfino a questo Stato. Pagando a pie’ di lista si finisce a Tangentopoli. È il timore di Pasquino.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.