giovedì, Novembre 14

Shale Oil: più tensioni in Medio Oriente, più aumenta la richiesta Secondo la World Energy Outlook, gli Usa saranno i più grandi esportatori di netto entro il 2027. Quali le conseguenze? Ne parliamo con James Hughes, financial analyst di AxiTrader UK

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Negli ultimi anni, la produzione di shale oil – olio scisto – ha attraversato un periodo di crescita esponenziale, andando a controbilanciare molte volte l’aumento del prezzo del normale petrolio al barile, creando così forti tensioni sul mercato con i Paesi produttori di petrolio greggio, come la Russia e i produttori Medio-Orientali. Ma che cos’è esattamente lo shale oil? L’olio di scisto – in inglese shale oil – è un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso, che, attraverso i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica, converte la materia all’interno della roccia in petrolio e gas. Il risultato può essere usato immediatamente come combustibile. Un processo che, per quanto possa essere vantaggioso in termini di produzione ed esportazione, ha degli elevati costi di estrazione (trivellazione orizzontale e fracking idraulico) – a cui si aggiungono le ripercussioni che questo tipo di trivellazioni hanno sull’ambiente.

Attualmente, gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più importanti nella produzione di shale oil. Fatto, questo, che secondo la World Energy Outlook li porterà ad essere i più grandi esportatori di netto entro il 2027. Nell’ultima parte dello scorso anno infatti, gli Usa hanno estratto 9,64 milioni di barili di scisto al giorno, 167mila in più rispetto al mese precedente, e il massimo da maggio 1971; un successo dovuto soprattutto ai forti aumenti produttivi in Texas, regione dove si concentrano le principali estrazioni americane. L’aumento della produzione interna, ha di fatto ridotto le importazioni nette dall’estero ad appena 2,5 mbg e ha portato Washington ad esportare 1,73 mbg di petrolio grezzo (con la Cina maggiore acquirente) e 5,4 mbg di prodotti raffinati e altri combustibili liquidi.

Dall’altra parte, ci sono i Peasi dell’Opec (Organizzazione dei Peasi Esportatori di Petrolio), che controllano il 78% delle riserve mondiali di petrolio, il 50% di quelle di gas naturale e forniscono circa il 42% della produzione mondiale di petrolio e il 17% di quella di gas. Oltre a questi Stati, tra cui Iran, Iraq, Qatar e Arabia Saudita, storici produttori di greggio, sono presenti anche altre Nazioni non-Opec, guidate dalla Russia, che vedono la crescita della produzione di shale come una seria minaccia verso l’esportazione e le quotazioni del prezzo del barile, sceso al minimo storico di 25 dollari due anni fa. Tuttavia, ad oggi, il prezzo del greggio Wti e Brent sta attraversando un periodo di rivalutazione dopo due anni di oscillazioni al ribasso; due anni fa, il barile ha toccato il minimo storico di 25$. Il Wti ha infatti chiuso il 2017 a 60,42 dollari, il massimo da due anni a questa parte, mentre il Brent ha raggiunto i 66,87 dollari, in rialzo del 17% dallo scorso gennaio.

Il rialzo dei prezzi del greggio è dovuto a due principali fattori: il summit alla fine dello scorso novembre a Vienna, dove i Peasi Opec e Russia hanno firmato un accordo per estendere i tagli alle produzioni di petrolio fino al 28 dicembre 2018 per permettere il rialzo delle quotazioni di greggio; e, dall’altra parte, le tensioni politiche e sociali nella regioni del Medio Oriente, soprattutto le ultime in Iran. Ma, nonostante questi ultimi progressi sul mercato, la produzione dello shale americano continua a registrare un significativo e constante aumento. Nel tempo, questo ha portato al congelamento dei rapporti tra Stati Uniti e Opec, dovuto anche all’obiettivo, sconsacrato, degli Stati Uniti di diventare autosufficienti a livello energetico attraverso la produzione di shale oil. Secondo l’IEA (International Energy Agency) infatti, nel 2018 la produzione e la richiesta di shale americano continuerà a crescere in maniera significativa, a discapito dei produttori di greggio che, nonostante gli interventi sui tagli delle produzioni, difficilmente torneranno ad avere alte richieste d’esportazione.

Secondo James Hughes, financial analyst di AxiTrader UK, la produzione e la richiesta del grezzo americano continuerà crescere anche grazie alle sue caratteristiche, cioè “stabilità politica” e possibilità d’interruzioni produttive molto ridotte. “Il futuro dello shale è chiaro”, spiega Hughes, “cioè porterà gli Stati Uniti ad essere i più grandi produttori di petrolio in tempo non molto lontano, anzi. Questa crescita permetterà agli States di sorpassare gli Emirati Arabi e la Russia, mantenendo lo stesso livello di potenza”.

L’ingresso della produzione di shale nel mercato petrolifero ha cambiato il panorama del petrolio mondiale, e le politiche energetiche isolazioniste di Donald Trump, non hanno fatto altro che accentuare e velocizzare questo processo.Il più grande, e più importante, supporter dello shale è proprio Donal Trump e la sua politica incentrata sull’America First”, ci dice James Hughes, “Trump è disponibile a tagliare l’importazione di petrolio estero dalla Russia, e soprattutto dalla turbolenta e instabile regione Medio-Orientale, per avere una stabilità energetica a lungo termine e non soggetta ad alterazioni. Il prezzo della guerra, iniziata dagli Emirati che guidano l’Opec, è una delle più importanti ragioni grazie al quale si è cominciato a produrre lo shale, che ora è diventato così popolare e importante per il rifornimento mondiale di petrolio”.

Le tensioni e l’instabilità nella regione medio-orientale, come detto prima, hanno creato delle forti oscillazioni sulle quotazioni del mercato petrolifero. Se da una parte, questo rende le quote del greggio sempre più instabili e meno sicure a lungo termine, dall’altra parte incrementa la richiesta di un petrolio, come lo shale, che sia non subisce interruzioni a livello produttivo e sia si dimostra insensibile verso le problematiche sociopolitiche delle regioni produttrici di greggio. “Più ci saranno tensioni nei Paesi dove si produce il greggio, più aumenterà il bisogno di affidarsi allo shale come unica soluzione nella produzione del petrolioci fa notare Hughes, che aggiunge: “Il mercato è sempre alla ricerca di ogni situazione che possa causare degli intoppi nella produzione energetica, e, ovviamente, ogni tipo di instabilità politica porta delle preoccupazioni nel mercato riguardo quello che può avvenire nel futuro. Ma, non abbiamo bisogno di vedere problemi nella produzione energetica per l’aumento dei prezzi. Il greggio Wti è attualmente molto vicino ai prezzi del 2015 e le proteste nella regione sono sicuramente una delle cause dell’innalzamento dei prezzi. É chiaro che in una crisi politica è molto più probabile vedere i prezzi più elevati. Dobbiamo ricordarci che le proteste stanno avendo un sostanziale supporto da parte degli Stati Uniti, che in cambio aumenta la popolarità dello shale oil americano come una soluzione politica valida e più stabile”.

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