giovedì, Ottobre 29

Sguardi sul ‘Middle East Now’ Al Festival fiorentino presentati film, documentari, mostre, libri e cibi, di autori affermati e giovani registe. Roberto Ruta, direttore artistico: “Dal cinema e dalla cultura uno sguardo inedito, oltre gli stereotipi, sulla realtà quotidiana di Iran, Palestina, Giordania, Egitto, Afghanistan e altri paesi a noi vicini e una spinta al cambiamento”

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“Cosa offrono tv giornali settimanali, per non parlare  dei social, di ciò che avviene in un’area a noi vicina come il Medio Oriente? Immagini di guerra, devastazioni, feroci crimini come quelli dell’Isis, rapimenti, migrazioni, violenze, conflitti religiosi….insomma, l’Inferno.  Ma è questa la vita  quotidiana di quelle genti? Solo  un inferno? Ecco perché sono un’habitué di questa Rassegna, perché ci offre un quadro più completo e realistico della vita  quotidiana di quelle popolazioni che provengono da antiche civiltà”. Giovanna è delle tante ragazze che seguono assiduamente il ‘Middle West Now’, ideato e organizzato dall’Associazione non profit Map of Creation, la cui undicesima edizione ha chiuso da poco i battenti registrando un successo straordinario di presenze, pur con tutte le restrizioni imposte dalle misure antivirus.

Il Festival dal 6 al 10 ottobre ha proposto un’articolata visione della complessa e contraddittoria realtà mediorientale,  distribuita tra il Cinema La Compagnia, le Murate Art District e altri spazi in Firenze. “Una realtà dolente, certo, in cui le spinte al cambiamento che pure ci sono, sono soffocate, ma anche ricca nelle sue espressioni artistiche, culturali, cinematografiche, letterarie, fumettistiche e musicali,  intrise  da una grande vocazione al cambiamento”: così Roberto Ruta, Direttore artistico insieme a Lisa Chiari, della Rassegna, ci  aiuta a ripercorrere questo inconsueto viaggio attraverso le esperienze di vita quotidiana, le storie personali, le condizioni sociali e ambientali le aspirazioni e i sogni delle popolazioni di Kurdistan, Israele, Palestina, Emirati Arabi, Kuwait, Afghanistan, Siria, Algeria, Marocco, Libano, Tunisia, Algeria ed altre ancora.  

“L’intento”  – ci dice – “è stato quello di presentare  la cultura mediorientale contemporanea attraverso cinema, documentari, arte fumetti, musica, cibo, incontri ed eventi speciali: 37  i titoli presentati,  premiati nei festival internazionali, 13 cortometraggi, 21 anteprime italiane, 2 anteprime mondiali.  E di far vedere che nel M.O. la gente vive, fa mostre, produce film che raccontano la loro realtà, e dall’insieme di questi eventi  emerge un forte messaggio di cambiamento.“ Diamo un’occhiata a volo d’uccello a questa rassegna  che ci ha mostrato la voglia di raccontare e raccontarsi di registi di diverse nazionali, uomini e donne, dimostrando una  ricca vivacità culturale che si nutre anche delle esperienze del cinema d’autore internazionale. Iniziamo gettando uno sguardo all’Iran, realtà carica di spinte e controspinte, di  chiusure e tentativi di apertura, di grandi contrasti.  

Il Festival si è aperto con la proiezione del documentario iraniano ‘Sunless Shadows’ di Mehrdad Oskouei (Iran, Norvegia 2019,), un  intimo e al tempo stesso potente ritratto della vita quotidiana in un centro di detenzione minorile iraniano, in cui un gruppo di ragazze adolescenti sconta la pena per aver ucciso il marito, il padre o un altro membro maschile della famiglia, a seguito delle violenze subite. Queste donne, da sole davanti alla macchina da presa, rivelano i loro pensieri, i sentimenti e i dubbi. E lì nel carcere minorile trovano quell’affettività e quei sentimenti di umana solidarietà che in famiglia e nella società erano stati loro negati. Il film aveva  aperto l’ultima edizione del festival IDFA di Amsterdam  vincendo  il premio per la ‘Miglior Regia’. Sempre dall’Iran anche ‘Shouting at the Wind (2019) di Siavash Jamali, protagonista Meysam, un adolescente che vive in uno dei sobborghi più difficili di Tehran,  il quale  sogna di cambiar il suo destino attraverso la musica, contro il volere della sua famiglia. Dall’Iran  provengono altri due film di particolare interesse:  ‘The Wasteland del 2020, opera del regista iraniano Ahmad Bahrami, vincitore del Orizzonti al miglior film all’ultimo festival di Venezia, il quale in puro stile ‘seconda nouvelle vague’ del cinema iraniano racconta di una storia d’amore tra i soprusi e le ingiustizie subite da molti operai  di un mattonificio alle prese con la tracotanza padronale, che si torva in una delle zone più remote dell’Iran. Finale drammatico. E l’altro, il  bellissimo e delicato documentario ‘Formerly Youth Square (2019), in cui la regista-giornalista Mina Akbari parte da una fotografia di gruppo di venti anni prima che ritrae i 70 giornalisti che lavoravano al quotidiano Jame,oggi chiuso, per raccontare cosa ne è stato delle loro vite e dei loro percorsi professionali, non è un’operazione-nostalgia ma il racconto delle  difficoltà e delle insidie  che  incontrano i giornalisti  in Iran.

Dall’Iran alla Palestina, il Festival ha proposto altre storie, a cominciare dall’ anteprima italiana di ‘Between Heaven and Hearth’ (2019), ultimo film dell’acclamata regista Najwa Najjar,  una commedia che ruota attorno alla vicenda di Salma, palestinese di Nazareth, la quale  vuole divorziare da suo marito Tamer, figlio di un famoso intellettuale rivoluzionario ucciso  a Beirut, e alle complicazioni che derivano dal fatto che provengono da due fronti opposti della Green Line. Sempre dalla Palestina il pluripremiato cortometraggio ‘Maradona Legs’ di Firas Khoury (Germania, Palestina, 2019), ambientato durante i Mondiali del 1990, protagonisti due ragazzini palestinesi alla ricerca disperata di Maradona, l’ ultima figurina mancante per completare  l’album dei mondiali e vincere un computer Atari. Una storia legata al mito e all’immaginario del calcio, ed al la sua forza attrattiva, che in passato  ci aveva già dato  – parliamo del ’91-  un  film israeliano  (‘Finale di coppa’), il quale racconta  che durante la prigionia di un ufficiale israeliano in un carcere palestinese, tra lui e i suoi carcerieri palestinesi nasce una singolare amicizia in quanto tutti parteggiano in quel momento, davanti alla tv,  per la squadra italiana, che vincerà quel mondiale in Spagna. Parliamo del mondiale dell’82.  Ma al di là dei ricordi, andiamo all’altro film palestinese presentato  al Festivaldi Venezia e qui riproposto:  ‘Gaza Mon Amour’, una coproduzione internazionale (2020),  l’ultima fatica dei ‘gemelli terribili’ del cinema palestinese Tarzan e Arab Nasser.  Il film  getta uno sguardo comico e amaro sulla vita quotidiana a Gaza attraverso le vicende di un amore inespresso tra il pescatore Issa,sessant’anni, segretamente innamorato di Siham,una donna che lavora come sarta al mercato. Quando poi nella rete da pesca rinviene un’antica statua di Apollo le cose si complicano ulteriormente. Una storia delicata e inconsueta.

Dalla Giordania è arrivato il pluripremiato documentario ‘Tiny Souls di Dina Naser (2019) che racconta la vita quotidiana della piccola Marwa, che vive in un campo profughi in Giordania da quando è fuggita dalla Siria con la sua famiglia, del suo spirito vivace e aperto, e delle sfide per sopravvivere in un ambiente dove, nonostante tutto, la vita continua. E ancora il doc ‘Waterproof’ di Daniela König ( 2019,) storia di tre donne – Khawla, Aisha e Rehab – che rompono le convenzioni e decidono di diventare idraulico, diventando vere e proprie manager in un paese dove la condizione femminile è ancora arretrata e oppressa.

Dalla Giordania al Libano, con i ‘Beirut: la vie en rose (2019) di Èric Motjer, sorprendente documentario che segue le vite di quattro membri dell’élite cristiana libanese, ultimi rappresentanti di un’età dell’oro a cui sono riluttanti a rinunciare; dall’Algeria è arrivato ‘143 Rue du Desert’ (2019), doc d’autore di Hassen Ferhani interamente girato in una locanda nel deserto algerino, in cui per una desigaretta o un caffè, una donna – Malika – accoglie camionisti, vagabondi e sogni; dall’Afghanistan,  è stato prescelto per il Fesdtival un film d’animazione, intenso e poetico della regista Zabou Breitman : ‘Les Hirondelles de Kaboul’ (Le Rondini di Kabul), che narra la storia di una città in rovina e occupata dai Talebani,  dove  due giovani Mohsen e Zunaira si amano profondamente, e nonostante la violenza e la miseria del loro quotidiano vogliono credere in un futuro migliore…

Da segnalare infine come evento speciale la Mostra fotografica, alle Murate ( l’ex carcere  fiorentino trasformato  in centro culturale residenziale per studenti e artistico), dal titolo ‘7×7 Middle East’, curata dal designer libanese Roi Saade, coprodotta con il MAD (Murate Art District), protagonisti 7 giovani fotografi mediorientali (Myriam Boulos, SinaShiri, Abdo Shanan, Ameer Al-Shaeli, Reem Falaknaz, Erdem Varol, Mouad Abillat)  che hanno fornito una loro personale prospettiva visiva delle loro città: Baghdad, Beirut, Marrakesh, Theran, Dubai, Istanbul e Algeri.

Calato il sipario su quest’undicesima edizione, ne approfittiamo per raccogliere il giudizio di Roberto Ruta: “ Il giudizio è positivo,  non mi riferisco solo al nostro di organizzatori, ma anche  e soprattutto ai pareri raccolti dal pubblico che, sebbene i posti al Teatro della Compagnia fossero limitati, ha registrato  nelle programmazioni serali il sold-out e in media 140 presenze per ogni proiezione. Il Festival avrebbe dovuto tenersi a marzo, ma la pandemia ci ha costretti al rinvio e, tuttavia le persone hanno risposto con interesse ed entusiasmo, manifestando una sete di conoscenza di realtà, culture, religioni, modi di vita che qui hanno potuto  cogliere al di là degli stereotipi  cui siamo abituati. Addirittura abbiamo  avuto prenotazioni da Milano, Venezia e altre città italiane e dalla Svizzera. Questo è l’unico Festival  cinematografico sul Medio  Oriente che si svolge in Italia, uno tra i pochi in Europa. E’ interessante notare che il nostro non è solo un pubblico di  giovani e di studenti, sì ci sono anche loro e molti, ma trasversale, di tutte le età, curioso di ciò che avviene oltre i nostri ristretti confini,  e interessato a  cogliere i fermenti, la carica vitale che la cinematografia e le altre espressioni artistiche dei vari Paesi, esprimono attraverso registi affermati e registe donne  che nessuna legge o costume sociale può  velare la loro voce e oscurare la loro creatività. “

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