lunedì, Dicembre 16

Sfida Usa-Cina: accordo commerciale in vista? C'è grande ottimismo circa la possibilità di raggiungere un'intesa

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I negoziati tra Washington e Pechino finalizzati al raggiungimento di un accordo sugli scambi bilaterali sembrano ormai in dirittura d’arrivo. La Cina, dal canto suo, si augura di convincere gli Stati Uniti – impegnati, dal canto loro, a cercare di convincere gli Europei a estromettere Huawei dai bandi per la realizzazione delle infrastrutture per tecnologia 5G – a rimuovere gran parte dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump sull’importazione di una vasta gamma di merci prodotte dall’ex Celeste Impero, offrendo come contropartita la sospensione delle tariffe sulle automobili e sulla componentistica statunitensi in entrata, decretate lo scorso luglio come misura di rappresaglia rispetto alle iniziative prese dalla Casa Bianca in tal senso.

Per meglio predisporre gli Usa durante la fase finale dei negoziati, la leadership di Pechino ha deciso di accogliere le richieste statunitensi imponendo un divieto totale sulla fabbricazione, in tutte le sue possibili varianti, del Fentanyl, un oppioide sintetico circa cento volte più potente della morfina (e dalle trenta alle cinquanta volte più potente dell’eroina) che nel corso degli anni ha ottenuto una amplissima diffusione in tutti gli Stati Uniti. Nel solo 2018, questa droga ha mietuto poco meno di 20.000 vittime tra la popolazione Usa, superando eroina e ossicodone. Liu Yuejin, vicepresidente della commissione cinese preposta al controllo sugli stupefacenti, ha rimarcato come la misura rappresenti un contributo decisivo nella lotta mondiale contro la droga e richiamato l’attenzione generale su come il suo Paese abbia tenuto fede all’impegno di prendere iniziative adeguate per limitare la diffusione del fentanyl e dei suoi derivati assunto al termine dell’incontro del G-8 di Buenos Aires tenutosi lo scorso dicembre.

Pur non trattandosi di una vera e propria novità, il provvedimento di Pechino si configura quindi come un segnale distensivo teso a prevenire un’ulteriore escalation con gli Usa, anche perché, come osservato dal capo economista di Moody’s Mark Zandi, la mancata stipula di un accordo commerciale tra i due Paesi condannerebbe l’economia mondiale alla recessione. Il tutto nonostante gli ultimi dati inducano a una generale revisione delle considerazioni negative formulate nel corso degli ultimi mesi da numerosi esperti in merito all’andamento dell’economia cinese. Dopo un periodo di difficoltà, l’indice Pmi manifatturiero cinese è infatti schizzato ai massimi da sei mesi a questa parte, candidandosi a neutralizzare o quantomeno mitigare il potenziale distruttivo generato dalla frenata dell’eurozona. Per l’economia statunitense, invece, il discorso è un po’ differente; Aneeka Gupta, Associate Director of Research di WisdomTree, ha sottolineato con grande preoccupazione che «la spinta della riforma fiscale dell’amministrazione Trump sta svanendo», e ricordato che, con ogni probabilità, nel corso del 2019 gli Usa conosceranno un forte rallentamento economico. La lettura preliminare dei dati di febbraio indica infatti che gli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti sono diminuiti dell’1,6% a livello mensile, a fronte dell’1,2% preventivato dagli addetti ai lavori. Ciononostante, l’atteggiamento accomodante adottato recentemente dalla Federal Reserve, la probabile intesa commerciale con la Cina e il miglioramento dell’attività industriale cinese potrebbero verosimilmente provocare un’inversione di rotta nel secondo trimestre.

Wall Street, che di primo acchito aveva reagito positivamente alle voci circa l’imminente raggiungimento di un accordo tra Cina e Stati Uniti, si è mostrata pessimista in proposito – sia il Dow Jones che il Nasdaq che lo Standard & Poor’s 500 hanno perso terreno – nonostante l’arrivo a Washington del vicepremier cinese Liu He. Forse per via dei tagli alle stime di crescita degli scambi internazionali effettuati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, attribuiti in larga parte proprio alle tensioni commerciali tra Usa e Cina. In Europa, invece, si registra un clima completamente diverso: il 2 aprile, Milano ha chiuso con un +1,10%, Londra con un +0,52%, Parigi con un +1,03% e Francoforte con un +1,35%. Segno che gli investitori ritengono imminente il raggiungimento di un accordo tra Cina e Stati Uniti.

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