giovedì, Maggio 23

Settimana Santa in Spagna: tra spettacolo, business e sempre meno fede Alla radice della storia delle grandi processioni spagnole, dal XVI secolo ad oggi, alla ricerca dell' innocenza perduta, accompagnati dal teologo Evaristo Villar di Redes Cristianas, rete dei Cristiani di Base spagnoli

0

Tre del mattino, le strade affollate di gente vestita di raso e velluto, camminano in formazione e portano grandi candele. Sulla riva, una folla di devoti e curiosi, incollati ai loro telefoni cellulari che attendono il momento atteso. Le signore aspettano pazientemente da ore prima per avere il posto ottimo. Dai balconi decorati sono appese sguardi fissi in fondo alla strada.

Infine appare, María Santísima de la Esperanza Macarena, con il suo manto verde speranza e portata sulle spalle dei devoti in un trono d’argento brillante, illuminato da centinaia di candele. Accompagnata da musica trionfante, come nei hollywoodiani film di romani degli anni sessanta, entra lentamente in strada con un continuo e leggero rollio.

Le urla cominciano: “¡Guapa! ¡Guapa!” Da uno dei balconi, una donna inizia a cantare d’improvviso una saeta (canzone religiosa flamenca). I più devoti cominciano a piangere con emozione. Impossibile, almeno, a non farsi impressionare dall’immagine.

Ancora non si trovano? Pochi non sapranno a questo punto di cosa sto parlando. In questi giorni si svolgono gli atti centrali della Semana Santa spagnola, sempre tonante e catartica. Poche persone ci sono a cui questa festa lascia indifferenti. La passione con cui i locali lo vivono ogni anno, soprattutto in Andalusia, è innegabile. Sia per la delusione della pioggia che per la gioia della sua assenza, le lacrime sono garantite ogni anno.

La Settimana Santa, per coloro che non lo  sanno, è la celebrazione religiosa più famosa nel paese iberico. La Macarena di Siviglia è sicuramente la più conosciuta di tutte le processioni, ma ogni villaggio e città ha le sue immagini del Cristo, le Madonne e i diversi santi che portano per strada.

Per trovare l’origine di questa festività dobbiamo risalire al XV secolo e ha molto a che fare con lo spirito della Controriforma cattolica dei secoli XVI e XVII, al centro di cui si trovava sempre la Spagna degli Asburgo, campioni della fede cattolica e terrore dei protestanti.

La festività, al momento ha avuto un chiaro valore, come ci spiega il monaco clarettiano Evaristo Villar, teologo appartenente a cristiani di base, movimento molto critico con la gerarchia ecclesiastica. La ragione era portare la religione ai fedeli più umili, nel tempo molto scollegati da una liturgia cattolica che era ancora in latino fino al Concilio Vaticano II, e che la grande maggioranza dei parrocchiani non capiva.

Questo è stato più o meno stabile fino al Concilio Vaticano II, quando inizia una profonda riforma della Chiesa, la quale, anche se interrotta a metà strada da papi molto conservatori (fondamentalmente Giovanni Paolo II), porta un cambiamento che permette la liturgia in lingua volgare.

Poco dopo, negli anni Settanta, la democrazia, la libertà e la modernità arrivano nella sempre cattolicissima Spagna per cambiarla. Il paese si sviluppa alla stessa velocità con cui crolla il numero dei fedeli praticanti, al punto che, come lamenta il signor Villar, la Spagna ha oggigiorno uno dei numeri più bassi di praticanti in Europa.

Di fronte a questa tendenza, un paradosso: numeri, partecipanti e denaro crescono per le grandi celebrazioni della Settimana Santa. Qualcosa cigola. Apparentemente, nell’era dell’immagine, un vero spettacolo folcloristico vende molto bene alle masse di turisti.

I numeri delle ‘cofradias’ (le associazioni di laici che organizzano le feste), gli alberghi, e i ristoranti aumentano costantemente. La festa rischia di diventare uno spettacolo, una curiosità vuota di senso. Ante questo pericolo, cosa pensano mentre  tanto le gerarchie ecclesiastiche?.

Per trovare un parere un po ‘più critico, parliamo con il teologo Evaristo Villar,  portavoce di Redes Cristianas, la più importante associazione di cristiani di base spagnoli, molto critica con la gerarchia spagnola che è particolarmente conservatrice, di quale sia la loro visione di questo tipo di tradizione.

 

Quale giustificazione hanno le processioni da un punto di vista religioso?

Ci sono diverse risposte. Dal punto di vista religioso, le processioni sono sempre state una conseguenza o una risposta di un’intensa prova di fede. O la manifestazione, nel senso opposto, di un’ideologia di fronte ad altre ideologie. Ma tutto all’interno di un contesto religioso.

La domanda che ci possiamo porre è se le processioni oggi siano solo queste. Direi che non può essere escluso in nessuno dei due aspetti, che sono un’espressione di fede o che sono la manifestazione di un’ideologia di fronte alle altre. Pertanto, abbiamo un dubbio lì. In gran parte, le processioni rispondono ad una condizione storica della tradizione, che in un dato momento era strettamente legata alla fede vissuta in un certo modo. Alla maniera in cui esprimere la tua fede. Apparentemente, sono iniziate nel quindicesimo secolo e, secondo gli specialisti, avevano un doppio obiettivo: da un lato, il sostegno reciproco, le persone, il sostegno che avrebbero gli uni della fede degli altri, cioè, un valore di comunità; dall’ altra parte, far penitenza, soprattutto pensando alla passione e alle pene di Cristo. Infatti all’inizio, apparentemente, sono state fatte solo immagini dei Cristi crocifissi e le vergini dolorose.

Ora, forse la ragione più profonda, l’origine di queste manifestazioni di tipo religioso è che, in quei secoli, principalmente il disagio o la incomprensione dei laici di ciò che veniva fatto nelle chiese, celebrazioni realizzate in un rito latino, che non era compreso dai sacerdoti, ma le persone del XV secolo della lingua latina, capivano poco o nulla e quindi volevano esprimere in qualche altro modo la sua manifestazione religiosa.

In realtà questo aveva un rivestimento, un rinforzo quasi ideologico contro la riforma luterana, quando la riforma luterana tutta la sua forza la mise nella Bibbia e nella fede, ma non nelle immagini. Quindi, fu un modo per reagire a questo, nell’ambito della controriforma dei secoli XVI e XVII.

In Spagna questo è stato espresso in maniera molto chiara in tutto il paese, sia in Castiglia, con grandi artisti che hanno fatto belle sculture: Berruguete, per esempio, e Gregorio Fernández, o sia alla scuola andalusa, Martinez Montanes, Alonso Cano, ecc. Una serie di grandi artisti che hanno realizzato immagini in legno molto belle e molto artistiche e con caratteristiche che, in qualche modo, rispecchiano il carattere di ognuna delle diverse regioni spagnole. Ad esempio, in Castiglia, vedremo queste immagini molto sanguinose, drammatiche, la tragedia che appare in tutti loro e, d’altra parte, in Andalusia, hanno un’altra espressione, hanno un’altra luce, un altro modo di vedere queste cose, forse no una visione tanto di tragedia, di martirio e di sangue, ma più di speranza, credo che ci siano forme diverse.

In definitiva, raccolgono l’espressione di un modo di vivere la fede, che non è stato assente da un’ideologia in un dato momento, come è stato la Controriforma contro il luteranesimo nei secoli XVI e XVII.

Si vede qualche cambio nelle celebrazioni negli ultimi decenni, con la progressiva diminuzione della percentuale di cattolici praticanti nel paese?

Si può dire che, dopo la riforma che presumeva il Vaticano II, negli anni 60-70, la riforma della liturgia è cambiata. È cambiato molto, è passato dal latino alle lingue moderne, quindi le persone sono state in grado di comprendere la liturgia. C’è stato un tentativo all’inizio di una riforma seria, molto interessante. Ebbene, quello, prima del Vaticano II, cominciò in tutta l’Europa centrale e si era sviluppato poco a poco e fu finalmente consacrato dal Concilio con la liturgia in lingue volgari. Questo ha aiutato molto a far conoscere alle persone le celebrazioni. Tuttavia, il grosso problema è che i papi del post Concilio, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno paralizzato tutto ciò. Questo che cosa ha implicato? Che si è rotta tutta la creatività, l’inventiva, l’immaginazione sconfinata che c’era. Tutto ciò è in fase di stallo, con riti molto fissati, anche se in una lingua che si può capire, e ha causato che adesso la gioventù praticamente non entra nella chiesa e che anche gli altri  stanno lasciando questa pratica. In realtà, in Spagna, siamo, secondo le statistiche, il paese più secolarizzato. In sintesi, credo che le forme non sono praticamente cambiate, continuano come prima.

Quindi, come lei spiega, questo bisogno di dare alla gente un modo per esprimere la propria religiosità, con l’introduzione della liturgia in lingue vernacole scompare, giusto? le processioni sono un po ‘fuori luogo.

Sì, penso di si. Per la grande maggioranza delle persone, è diventato uno spettacolo, un modo curioso per passare le vacanze. Ovviamente, non per tutti, sarebbe ingiusto, perché ci sono persone che sono coinvolte in questo durante tutto l’anno,  ma che questa è l’espressione maggioritaria di oggi è ciò che mi chiedo.

Qual è il limite nell’adorazione delle immagini di Cristo, della Vergine e dei santi senza cadere nel rischio dell’idolatria?

Il cristiano normale abbisogna solo di un poco di cultura per sapere perfettamente distinguere ciò che è il culto di Dio e il culto dei santi o della Vergine. Nella teologia si è sempre distinto tra il culto a Dio, latria in latino, il che significa culto di Dio e la venerazione della Vergine e di altri santi, chiamata doulia, ciò è ‘servizio’.

A volte la gente poco formata in ambito religioso arriva a confondere la divinità con un’immagine. In effetti gli ebrei, per evitare ciò, non permisero immagini. All’inizio, questo non esisteva e, dopo il Vaticano II, c’è stato un tentativo di pulire le chiese da così tante immagini che hanno mancato l’obiettivo principale. È molto difficile perché ci sono chiese molto belle, come saprai, in Italia, in Spagna, in tutto l’Occidente, che con tutto il loro stile barocco, sono preziose.

Ma abbiamo bisogno di un’educazione religiosa molto seria per sapere come distinguere tra Dio e tutto il resto, l’unico assoluto è Dio, e tutto il resto è venerazione. La Vergine riceve sempre una considerazione speciale per essere la madre di Gesù. I santi sono persone venerabili, ammirevoli per ciò che hanno fatto e dobbiamo tenerne conto, ma non oltre questo.

Qual è la giustificazione per l’adorazione personalizzata delle varie rappresentazioni di Cristo e delle Vergini?

Questo è molto curioso, perché la gente, la fede della gente, a volte non così illuminata, arriva ad attribuire e attenersi a ciò che è più vicino. A volte capita che ciò che è più vicino è l’immagine di un Cristo o di un santo. Quindi attribuiscono qualcosa che vogliono attribuire a Dio inconsciamente. Ad esempio, un caso, una vera e propria storia raccontata: in un villaggio nel nord della Leon, si chiama Bembibre, circa 36, ​​nella Guerra, entrò la milizia, i repubblicani, che alla fine sono stati quelli che difendevano la legalità, entrarono in chiesa e cominciarono a bruciare gli ornamenti. Alla fine, sono venuti fuori con un Cristo, e il capo di loro cominciò a gridare che esso non si poteva bruciare, perché ‘è uno di noi’, perché tutte le persone ne avevano una speciale adorazione.

In linea di principio, la fede sa distinguere tra rispetto, se si vuole, anche venerazione, che non cessa di essere più di un simbolo di ciò che si intende.

Lì c’è la chiave, vero? Mantenersi nel rispetto e non andare più. Forse questo è il problema qui.

Questo è superato quando la fede è illustrata. Questo è successo in tutta la storia dell’umanità, quando abbiamo adorato tutti gli elementi della natura, il sole, la luna, le stelle, le valli. Tutti sono stati simboli di un potere che supera, sono il simbolo, ma rimanere nel simbolo è un limite, è una mancanza di cultura. Il simbolo deve essere un ricordo e una provocazione verso qualcos’altro.

Visualizzando 1 di 3
Visualizzando 1 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore