lunedì, Gennaio 27

Sessant’anni fa la Russia vide per prima il vento solare La verità delle missioni spaziali deve essere un patrimonio di tutti e non costituire un bunker nazionalista

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Ormai ci siamo: la leggenda secondo cui una merla, per ripararsi dal gran freddo si infilò in un fumaiolo con i suoi piccoli a fine gennaio, sembra proprio calzare con le basse temperature che in questi giorni stanno soffiando su tutta l’Europa. Ma siamo anche al termine del mese in cui sessant’anni fa l’Unione Sovietica riportò un grande risultato scientifico per la ricerca spaziale, di cui ci piace ricordare qualche punto saliente. Era l’ormai lontano 1959 quando oltre la cortina di ferro, dal cosmodromo di Bajkonur fu lanciata la prima sonda spaziale del programma sovietico per l’esplorazione lunare. L’agenzia governativa responsabile per il programma spaziale Roscosmos, nota precedentemente come RKA non era mai generosa di notizie, almeno alla partenza delle sue missioni, quindi quanto si riporta è sempre un collage di frammenti e di deduzioni fin troppo spesso soggettive e non del tutto precise.

La ricerca russa è stata guidata nelle sue fasi iniziali da Sergej Pavlovič Korolëv, uno scienziato di gran valore, che già nel 1933 – assai prima di quanto rastrellato dagli archivi militari tedeschi – aveva testato un razzo a propellente liquido e avrebbe fattivamente continuato nei suoi studi se nel 1938 un’accusa di slealtà non lo avesse costretto alla deportazione in un gulag a Kolyma; Korolëv fu riabilitato e rilasciato definitivamente solo con l’avvio della destalinizzazione di Nikita Chruščёv per rimetterlo al lavoro e restituirlo ai suoi studi. Ma nemmeno nella Russia meno intransigente fu conosciuto il suo nome. Lui era solo il capo progettista. E quando fu lanciato lo Sputnik 1, l’agenzia di stampa ufficiale russa diede l’informazione del successo della prima missione spaziale sovietica con diverse ore di ritardo, senza mai dire chi ne fosse stato il principale autore. Gli Stati Uniti, che ne avevano già rilevato il passaggio dai loro radar dislocati in Turchia avevano la consapevolezza dello stato dell’arte delle ricerche spaziali in Russia ma a dire il vero fecero sapere che stava per accadere il peggio. Magari un attacco nucleare senza precedenti. Ma poi alla fine fu riconosciuta ufficialmente la natura sperimentale, tanto importante che dopo il lancio del primo satellite della storia dello spazio, la commissione per l’assegnazione del premio Nobel chiese al Cremlino chi ne fosse l’artefice, ma le autorità politiche non vollero rivelarne il nome e l’assegnazione andò perduta.

Luna 1 fu lanciata poco dopo con la prospettiva di un impatto duro sul nostro satellite naturale. Non faccia sorridere un proposito così devastante. Era passata appena una manciata di mesi dalla prima missione di una sfera di circa 85 kg. che arrivò a meno di 1.000 km. di quota, mentre in questo caso la piattaforma volò per 385.000 km, superando una serie di ostacoli, molti dei quali ignoti. La sonda, dopo essere sfuggita alla gravità terrestre, mancò la Luna dopo due giorni di viaggio, passandole a 6.000 km. dal suo suolo per inserirsi in un’orbita eliocentrica tra Marte e la Terra, ma riportò una serie importante di successi scientifici che hanno contribuito enormemente alla conoscenza dello spazio attorno a cui si muove il pianeta su cui viviamo.

L’apparecchio sferico, con cinque antenne e senza alcun sistema propulsivo a bordo, nel suo lungo percorso tra le novità rilevò la presenza di una piccola quantità di particelle ad alta energia subito fuori le fasce di van Allen, ovvero oltre la regione di magnetosfera che circonda il nostro pianeta, costituita in parte da un plasma di elettroni e di ioni positivi ad alta energia e altra da soli elettroni energizzati.

Le particelle individuate da Luna 1, per comprendere diedero forma a quello che poi è stato definito il ‘vento solare‘, che è un flusso atomico emesso dall’alta atmosfera del Sole, generato dall’espansione continua della corona solare nello spazio interplanetario. Un fenomeno fisico della massima importanza, che nelle sue prime formulazioni ebbe grandi detrattori ma poi grazie allo studio più sistematico, le teorie furono validate da prove pratiche e accettate dall’intera comunità scientifica.

Quella sovietica fu la percorrenza di zone sconosciute in cui fino a quel momento avevano avuto la prevalenza le intuizioni piuttosto che i dati dimostrati. Una realtà oscura, dunque, aperta a ogni speculazione maligna. Deve far pensare oggi che sia Unione Sovietica che Stati Uniti si erano accusati a vicenda di aver dato origine a quella vitalità elettrica a seguito di test nucleari effettuati. Ipotesi non dimostrate e per niente plausibili ma ben comprensibili in una fase della guerra fredda dove molto si giocava su calunnie, ignoranza e false reponsabilità.

Oggi abbiamo i terrapiattisti, gli ozonisti e gli invasati tuttologi che montano e smontano idee senza conoscenze o titoli adeguati a discuterne. Ma a quei tempi non si era da meno e gli impostori utilizzavano i propri strumenti di diffusione, visto che ancora non esisteva la rete in cui spruzzare le proprie fandonie.

Da parte nostra, possiamo credere che le informazioni riportate da tutte le missioni scientifiche dello spazio spesso sono uscite dall’impianto investigativo per rappresentare dei cardini dell’esplorazione e dell’uso di informazioni che fanno parte della nostra vita quotidiana, secondo quella filosofia impostata da Galileo Galilei che già ai suoi tempi aveva ribaltato tutti i modi di apprendimento della fisica dell’universo, con l’osservazione piuttosto che con la deduzione metafisica.

Si tratta in ogni caso di conoscenze impegnative in cui occorre l’impegno e la disponibilità di tutti, di scienziati e di tecnici, di investitori e di amministratori. Ma anche della comprensione dei contributori a cui spetta un’informazione trasparente e mondata dai pregiudizi senza fondamento. Come abbiamo più volte ripetuto in queste colonne, sia la ricerca che la gestione delle attività spaziali hanno spostato radicalmente i propri assi: da competizione a due, la corsa si è arricchita di altri attori che stanno ridisegnando la mappa delle conoscenze e delle leadership. Una partecipazione più massiccia a quello che sarà il futuro dell’umanità può avere molti lati positivi, se si implementano le collaborazioni e si bandiscono le volgarità nazionalistiche.

Sappiamo per certo che l’universo che ci circonda può nascondere insidie o offrire opportunità. In un mondo che appartiene a tutti, ambedue gli elementi dovrebbero essere un patrimonio da gestire in sintonia e senza discriminazioni né di territorio, né di indefinibile classificazione geopolitica.

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