lunedì, Ottobre 21

Serbia: come giocare a tutto campo Contestato all’interno, il presidente Vucic cerca di rifarsi destreggiandosi con disinvoltura tra Occidente, Russia e ora anche Cina

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«La Russia conserverà i suoi amici?», titolava nello scorso aprile il settimanale ‘Argumenty i fakty una sua corrispondenza da Belgrado, che nel sottotitolo si domandava altresì: «Il Montenegro ci ha già traditi. Succederà anche con gli altri?»

Il dubbio riguardava innanzitutto la Serbia e l’autore, sulla base di un paio di interviste concludeva e di numerose conversazioni con altri comuni cittadini, concludeva affermando che rispondere non era facile ma comunque credeva che il Paese non si sarebbe schierato con l’Occidente e che i serbi si sarebbero comportati diversamente dai montenegrini.

Una conclusione plausibile, tutto sommato, alla luce di tanta storia passata, ma anche relativamente recente, nonchè di ripetuti sondaggi d’opinione della popolazione direttamente interessata e del modo in cui stanno muovendosi gli attuali dirigenti di Belgrado. Con un’avvertenza, però. 

Esiste sicuramente un’atavica attrazione serba (e non solo, nei Balcani) per la più grande e potente nazione slava, che non comporta tuttavia un’amicizia preferenziale a tutti gli effetti e deve spesso misurarsi con propri interessi nazionali che spingono piuttosto, magari anche solo temporaneamente, in altre direzioni.

Una naturale e/o tendenziale amicizia, insomma, accompagnata semmai da una collaudata vocazione a barcamenarsi tra potenze maggiori o diversi raggruppamenti di Stati, non certo sorprendente in un Paese di modeste dimensioni, per un verso, e di forte patriottismo per un altro. 

La Serbia, del resto, dopo l’emancipazione da un unico dominatore plurisecolare, l’Impero ottomano, cercò di non schierarsi da una parte o dall’altra anche quando, rafforzata solo in modo superficiale e precario dall’ascesa a guida o nucleo centrale di una più ampia Jugoslavia, fu posta di fronte a scelte radicali tra la Russia sovietica e l’Occidente. 

Alla Repubblica federativa fondata al termine della seconda guerra mondiale dal maresciallo Tito (Josip Broz), condottiero della liberazione dall’occupazione nazifascista e poi di una “via nazionale al socialismo” diversa da quella sovietica, non bastò neppure il prestigioso ruolo di punta assunto nel movimento mondiale dei Paesi “neutrali e non allineati” tra Est e Ovest per salvarsi dal naufragio totale dei regimi comunisti o paracomunisti europei e dai sanguinosi conflitti intestini che la distrussero. 

Rimasta quasi sola a difendere anche con le armi l’unità jugoslava, la Serbia di Slobodan Milosevic trovò qualche appoggio soltanto nella Russia postsovietica e postcomunista, del tutto insufficiente a controbilanciare il sostegno americano e dell’allora Comunità europea ai suoi nemici esterni (Slovenia, Croazia e musulmani della Bosnia-Erzegovina) e interni (gli albanesi del Kosovo).

Tutte le altre ex repubbliche federate hanno perciò finito con l’aderire all’Alleanza atlantica e all’Unione europea o si sono incamminate in quella direzione. Compreso il piccolo Montenegro, vecchio amico di Mosca e residuo associato alla Serbia dopo le altre defezioni, il cui ‘tradimento’ finale con la recente adesione alla NATO ha sollevato a Mosca (accusata peraltro di avere ordito un colpo di Stato a Podgorica e dintorni) viva indignazione. 

E compresa anche l’ex Macedonia tout court, dopo l’altrettanto recente quanto faticoso accordo con la Grecia per la modifica della sua denominazione in Macedonia del nord, per distinguerla dall’omonima regione appartenente al vicino meridionale, timoroso di rivendicazioni di carattere etnico. Per il Kosovo, già regione autonoma serba proclamatasi repubblica la cui indipendenza ha ottenuto ampi riconoscimenti, ma non quelli della Russia oltre che della Serbia, le cose sono invece più complicate.  

Belgrado stenta a rassegnarsi alla perdita definitiva di quella che è stata la culla del proprio Stato e vorrebbe almeno alleviarla con una soluzione soddisfacente del problema delle rispettive minoranze, che sembrava a portata di mano mediante un marginale scambio di popolazioni e un’eventuale modifica del confine. 

La pressione dei governi occidentali su quelli di Belgrado e Pristina affinché vi provvedano quanto prima è resa più forte dal condizionamento all’auspicato accordo dell’ammissione della Serbia nella UE e del Kosovo anche nella NATO, che già ospita l’Albania. Ma ciò nonostante la reciproca ostilità e diffidenza tra i due contendenti continua a ritardare il successo di colloqui che pure proseguono.

A questo ritardo non è probabilmente estraneo un ulteriore punto critico dell’inesauribile problematica jugoslava: la Bosnia-Erzegovina, la cui indipendenza statale soffre a tutti gli effetti, sin dall’inizio, per la tripartizione di diritto e di fatto tra le componenti musulmana, serba e croata. Quella serba, soprattutto, osteggia la scelta occidentale con il pieno appoggio della Russia, che non manca tuttavia di coltivare anche i rapporti con i musulmani di Sarajevo, oggetto altresì dell’attenzione turca.

I serbi bosniaci non nascondono di preferire il ricongiungimento con la madrepatria alla sopravvivenza della repubblica trinazionale, la cui frantumazione riprecipiterebbe però il grosso regione nel baratro conflittuale. Non a caso la Bosnia-Erzegovina, inventata come entità statale da Tito e compagni per ridurre la preponderanza serba nella federazione postmonarchica, veniva spesso definita una ‘piccola Jugoslavia’. 

Ma non è solo per questo motivo che a Belgrado si preferisce invece tenere a bada l’irredentismo dei connazionali di Sarajevo, benchè l’attuale ministro della Difesa, Aleksandar Vulin, abbia dichiarato nei giorni scorsi, con una certa leggerezza, che quanto più si rafforza l’esercito serbo tanto più si consolida la pace nei Balcani. Lo ha fatto in occasione di un incontro con il suo omologo russo, Sergej Sciojgu, e di nuove forniture di armi russe di vario tipo alla Serbia, a conferma dei crescenti legami con Mosca in campo militare.

Forniture che hanno richiamato l’attenzione anche perché, nel caso più recente, la vicina Romania, assai meno amica della Russia, ha vietato il transito sul proprio territorio del materiale bellico in questione, che è giunto perciò in Serbia, per via aerea, attraverso l’Ungheria, i cui governanti guardano notoriamente al Cremlino quanto meno con simpatia nonostante l’appartenenza di Budapest, come del resto di Bucarest all’Alleanza atlantica.

Per contro, la cosa non sembra avere disturbato gli USA, a giudicare dal fatto che il segretario di Stato Mike Pompeo, ricevendo nei giorni scorsi a New York il presidente della Repubblica, Aleksandar Vucic, ha incitato la dirigenza serba a perseguire un’intesa con il Kosovo nonché l’’obiettivo strategico’ dell’integrazione nella UE senza trovare da ridire, almeno pubblicamente, sugli ulteriori acquisti serbi di armi russe. 

Se ne può dedurre che la linea di politica estera in generale adottata o meglio puntellata da Vucic, in carica da un paio d’anni, e improntata ad una tendenziale equidistanza tra Occidente e Russia che non manca di rievocare lo storico precedente titino, non si scontra con particolari obbiezioni sulle due sponde dell’oceano, fors’anche perché i Balcani sono un’area troppo facilmente destabilizzabile e incontrollabilmente esplosiva per forzarvi ad oltranza le singole scelte locali con tutti i rischi del caso.

Lo stesso ministro Vulin ha comunque giustificato il recidivo acquisto di armi russe ricordando che la Serbia è uno Stato “militarmente neutrale” e intende rimanere tale, e precisando che almeno finchè Vucic permarrà presidente Belgrado non aderirà alla NATO, ferma nel proposito di scegliere da sola i propri amici e decidere da sola come comportarsi in campo internazionale.

Una delle singolari conseguenze pratiche di un simile orientamento è che la Serbia intrattiene una collaborazione militare, accettata sinora dai diversi partner, sia con la NATO che con la Russia, comprese manovre sia pure non particolarmente imponenti. Un’altra conseguenza è il sistematico rifiuto di Belgrado di aderire alla serie di sanzioni inflitte a Mosca dallo schieramento occidentale e soprattutto dagli USA per una varietà di motivi.

Che l’’obiettivo strategico’, ovvero centrale e primario, di Vucic sia proprio quello indicato da Pompeo appare fuori discussione. Non si vedono alternative credibili all’ammissione nella pur travagliata, oggi, Unione europea per un Paese ancora povero e arretrato, costretto a sopportare l’emigrazione persino nella vicina Ungheria di una parte rilevante della sua popolazione per guadagnarsi da vivere. Ci si deve domandare allora se i ‘giri di valzer’ con la Russia non si spieghino solo con la preoccupazione di non contrariare troppo i sentimenti popolari ma anche come strumento di pressione (per non dire ricatto) su Bruxelles ottenere l’ammissione al più presto possibile e alle condizioni più favorevoli.

Compreso, appunto, l’esonero da un’adesione alla NATO forse altrimenti doverosa e che in determinate circostanze potrebbe anche venire imposta, non si sa con quale esito, nella stretta finale del negoziato decisivo. Conviene però tenere presente anche una terza possibile spiegazione, né scontata né strumentale, ossia quella certa vocazione nazionale, già sopra menzionata e di segno sostanzialmente positivo e costruttivo, forse già ravvisabile in una mossa che la Serbia di Vucic, a quanto pare, si appresta a compiere.  

Secondo quanto annunciato con un tweet sei giorni fa, e sinora non smentito, dall’ambasciatore russo a Belgrado, il governo serbo dovrebbe sottoscrivere il prossimo 25 ottobre un accordo per la creazione di un’area di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica, nata nel 2015 e che riunisce sotto la guida della Russia altre quattro repubbliche ex sovietiche. 

Si tratta di un’organizzazione promossa da Mosca nell’intento di ricostruire, sinora con solo parziale successo, i legami distrutti dal collasso dell’URSS estendendoli anche al di fuori di tale area, e che viene talvolta descritta come un contraltare quanto meno potenziale dell’Unione europea. Per il momento, naturalmente, non c’è confronto possibile tra le due, tenuto conto che l’odierna economia russa, predominante in quella “eurasiatica”, equivale per dimensioni a quella della sola Ile-de-France, sia pure la più popolosa e più ricca regione transalpina.

Nulla a che vedere, insomma, con il vecchio Comecon, l’organizzazione del defunto ‘campo socialista’ che poteva rivaleggiare in qualche misura con la CEE ovvero futura UE così come, sul terreno politico-militare il Patto di Varsavia si contrapponeva alla NATO. Nonostante ciò Bruxelles non ha mai mostrato di ritenere accettabile una doppia appartenenza o anche solo un legame importante, anche se di livello inferiore, tra propri membri, o candidati tali o semplici associati, e altre organizzazioni più o meno rivali. 

Resterà da vedere, quindi, come verrà accolta la mossa serba, se sarà confermata, ossia se Bruxelles la considererà tale da precludere ulteriori progressi verso l’ingresso di Belgrado nella UE oppure compatibile con esso o, eventualmente, con forme di associazione meno strette. Molto dipenderà, probabilmente, dagli sviluppi del più ampio confronto tra Russia e Occidente, che potrebbero influire in un certo senso ma anche in quello opposto.

La questione riveste comunque un interesse che va parecchio al di là del singolo caso. Anche altri Paesi dell’Est europeo e non solo potrebbero teoricamente imitare l’esempio serbo, a cominciare da quelli in bilico tra Mosca e Bruxelles (intesa anche come quartier generale della NATO) o comunque al centro del suddetto confronto. Come soprattutto l’Ucraina, già associata alla UE al pari della Georgia, la prima a scontrarsi anche militarmente con Mosca.

La doppia appartenenza o un duplice legame in campo economico potrebbe essere una delle chiavi per soluzioni di compromesso dei relativi problemi ovvero conflitti, in corso, minacciati o di ritorno. Sotto il profilo tecnico esiste verosimilmente, al riguardo, una disparità di vedute, ma, appunto, non manca chi già la proponeva come un espediente utile e applicabile. Romano Prodi, ad esempio, benchè protagonista dell’espansione ad est della UE nella sua veste di presidente della Commissione di Bruxelles.  

Una spinta al compromesso potrebbe d’altronde venire anche da un fattore relativamente nuovo e non da tutti necessariamente gradito: l’arrivo anche nei Balcani dell’immancabile Cina. La scorsa settimana ha visto l’inaugurazione in Serbia di un tratto di autostrada internazionale costruito da imprese cinesi, un opera che si aggiunge  ad altre ormai numerose finanziate da Pechino. 

Corre inoltre voce che la Serbia come altri Paesi di vari continenti venga messa in difficoltà dai crediti cinesi per investimenti che fanno gola ma poi si rivelano troppo onerosi. Se ciò è vero, non ha però impedito a Belgrado di sottoscrivere, come è stato appena confermato ufficialmente, di aderire con relativa quota di partecipazione alla Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali, uno dei pilastri della strategia economico-finanziaria cinese a raggio planetario.

E non basta. Sulla base di un memorandum bilaterale firmato nello scorso maggio, sta diventando operativa un’inedita collaborazione bilaterale nel campo della sicurezza interna. Previa apposite esercitazioni, inizierà nel prossimo autunno il pattugliamento congiunto di Belgrado e altre città serbe con uso di apparecchiature fornite dalla Cina.

Vucic, insomma, dispone di un ampio spazio di manovra per promuovere gli interessi nazionali all’insegna di una tradizionale, ma si direbbe anche personale, vocazione a giocare su tutti i versanti senza per questo tradire vecchie amicizie e compromettere necessariamente disegni e impegni più recenti. E’ un gioco tutt’altro che facile e anche alquanto ardito, ovviamente, ma che possiede una sua logica e, a quanto pare, gode di un prevalente sostegno domestico. 

La Serbia, per la verità, appartiene a quella ormai folta schiera di Paesi dell’Europa orientale, ma non solo, agitati da settimane o persino mesi da incessanti manifestazioni di piazza antigovernative. Il che può naturalmente mettere a repentaglio, prima o poi, qualsiasi operazione e programma di politica estera. 

Nella fattispecie, però, i dimostranti serbi non sembrano contestare, fino a prova contraria, anche quest’ultima oltre a vari aspetti della politica interna, con in testa, come altrove, corruzione e malgoverno. Presumibilmente, anche a Belgrado si confida che simili possano essere adeguatamente curati, se lo si vuole, agendo con efficacia e perseveranza fuori oltre che dentro i propri confini.  

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