giovedì, Ottobre 1

Senato: il modello tedesco è quello giusto? Ce ne parla Alessandro Somma, professore ordinario di sistemi giuridici comparati presso l’ateneo ferrarese

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Quasi due anni fa, al momento del lancio della riforma costituzionale per la quale si andrà a referendum il prossimo 4 dicembre, l’attuale Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, lanciava la suggestione di un nuovo Senato ‘come quello della Germania’, con l’autorevole eco dell’ex Presidente della Consulta Cesare Mirabelli che ipotizzava: «Potremmo avere un Senato come quello tedesco, sul modello della rappresentanza dei singoli Lander, che noi chiamiamo Regioni».
All’epoca i contenuti della riforma ovviamente erano di là da venire, e il modello tedesco, efficiente per antonomasia e per stereotipo, faceva un certo effetto. Nel corso dei lavori la strada del modello germanico non è stata battuta con convinzione da chi oggi sostiene la riforma partorita e promuove il SI al referendum, ma chi vuole cambiare l’assetto del nostro Parlamento lo fa adducendo come una delle motivazioni principali l’inadeguatezza e l’unicità, all’interno delle democrazie occidentali, del bicameralismo perfetto all’italiana, e sostenendo, in opposizione, il modello tedesco.

Quel bicameralismo perfetto che, come ci ha spiegato la ricercatrice tedesca di diritto comparato presso l’Università di Ferrara Sonja Elisabeth Haberl, non è presente in Germania, dove la “partecipazione dei lander alla legislazione si ha all’interno del Bundesrat sulla base delle competenze che ad esso sono assegnate“. Competenze che differiscono da quelle dell’altra ‘Camera’, il Bundestag, e che andranno ad essere “più incisive su quelle leggi che ne devono chiedere il consenso per essere approvate e che riguarderanno aspetti quali l’amministrazione dei lander e loro finanze oppure la modifica della Costituzione“.
Della convenienza e correttezza del voler usare la tecnica della comparazione per riforme di calibro costituzionale e non solo, così come dei punti critici del nuovo Senato figurato da Matteo Renzi, abbiamo discusso con Alessandro Somma, professore ordinario di sistemi giuridici comparati presso l’ateneo ferrarese.

Professor Somma, innanzitutto una domanda preliminare: quali sono le differenze di base tra l’attuale Senato della Repubblica e il Bundestrat tedesco, alla luce dei diversi assetti costituzionali dei due Paesi?

Quello tedesco è il Senato di uno stato federale, il nostro è quello di uno stato unitario che con la riforma che vorrebbe fare il Governo -e solo il Governo perché non è una riforma del Parlamento- sarebbe uno stato con poteri ancora più accentrati. Sono le differenze che nascono dal fatto che sono due organi costituzionali per due strutture statali completamente diverse. Nel Bundesrat sono rappresentati i governi dei Lander, invece qua si cerca di fare un pasticcio infinito. Io sono per il no selvaggiamente.
È un pasticcio perché dovrebbe rappresentare i territori dopodiché non si capisce quali territori perché ci sono maggioranze ed opposizioni delle regioni. E inoltre non si sa ancora come sarà le legge elettorale per il Senato.

È un pasticcio che nasce neanche da una idealità, ma da una bega interna al partito del Premier -come noto- e il risultato è quello che non ci si capisce niente. Per esempio: i senatori a vita che territori rappresentano? È ridicolo. Dopodichè lì ci sono dei rappresentanti dei consigli regionali, quindi maggioranze e opposizioni, il che lo rende diverso dal Bundesrat, dove sono presenti delegazioni che rappresentano il Governo dei singoli land, e poi i sindaci, che rappresenteranno cosa? Perché una città deve essere rappresentata e un’altra no?

L’impressione è quella che abbiano creato una composizione con il mero scopo di riempire questo Senato senza pensare al merito di come comporlo…

Certamente. Lo potevano anche abolire a questo punto anche se secondo me non si dovrebbe. Resta il fatto che si poteva abolire perché comunque così diventa fonte di enormi contenziosi.

Se lei dovesse pensare ad una riforma che cambi l’assetto del nostro Parlamento, nel caso ritenga che qualcosa vada cambiato, quali modifiche secondo lei sarebbero le più urgenti?

Innanzitutto questa è una riforma che è fatta secondo lo slogan ‘la democrazia ha bisogno di decisione’, quindi la necessità di velocizzare tutto quanto. Io la penso radicalmente all’opposto. Penso che le decisioni abbiano bisogno di democrazia, per cui tutto quello che è successo negli ultimi anni, cioè cessioni di sovranità all’Europa, diktat dell’Europa sui nostri conti e sull’idea di politica economica che abbiamo, tutte queste cose sono avvenute cancellando gli spazi di democrazia non solo dell’Italia ma di tutti i Paesi europei.
Allora quello che bisogna fare in questo periodo non è restringere gli spazi di democrazia ma allargarli.

Forse per il nostro sistema qualcosa si potrebbe fare: migliorare alcuni aspetti dei rapporti tra regioni e stato, cosa che questa riforma non risolve e anzi complica ulteriormente. Il Governo dice che con la riforma non c’è più la competenza concorrente, ma non è assolutamente vero perché ci sono comunque una serie di materie che sono di competenza esclusiva dello stato per le quali però si dice, nel testo della riforma, che sono disposizioni generali e comuni sulle relative attività -scuola e salute tra le altre- .
E cosa vuol dire generali e comuni? Che vi sarà qualche soggetto che emanerà delle disposizioni che non sono né generali né comuni, e chi sarà questo soggetto? Le regioni. Quindi non abbiamo risolto niente. Al limite si potevano fare delle cose tipo lavorare meglio sulla conferenza stato-regioni costituzionalizzandola, o mutuare da altri Paesi qualche meccanismo che consenta di rendere più efficiente il passaggio da una camera all’altra delle leggi.

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