giovedì, Luglio 18

Sempre zero virgola! field_506ffb1d3dbe2

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MATERIAL SEIZED BY THE SPANISH NATIONAL POLICE DURING THE OPERATION 'EMPERADOR'

Cambiano i previsori, ma non la sostanza. Sia gli economisti di istituzioni pubbliche quanto quelli di istituzioni private nelle ultime settimane hanno aggiornato le previsioni sull’economia italiana e in tutti i casi ci sono state revisioni al ribasso. La ripresa economica viene annunciata sempre meno intensa. Ormai è quasi inesistente.

Tra le ultime previsioni pubblicate ci sono quelle del FMI (Fondo Monetario Internazionale) e della Banca d’Italia. Il Fondo Monetario prevede l’economia italiana in crescita dello 0,3% nel 2014, mentre la Banca d’Italia è ancora più pessimista, +0,2%.

La previsione dell’istituto di palazzo Koch è interessante perché è stata pubblicata all’interno dell’ultimo Bollettino Economico. Come consuetudine la Banca d’Italia non si limita a fornire numeri, ma presenta anche approfondimenti sul contesto in cui si troverà ad operare l’economia nazionale. Nel Bollettino, quindi, è possibile esaminare gli ultimi risvolti del sistema economico sia a livello internazionale che nazionale. E proprio questa ricchezza di contenuti ci permette di tirar fuori le motivazioni per cui l’economia italiana, dopo aver superato un biennio molto negativo, non riesce ancora a riprendersi con un passo deciso.

La Banca d’Italia incastona il deludente risultato dell’economia italiana in un contesto internazionale che non sarà, invece, particolarmente negativo. Gli Stati Uniti dovrebbero centrare una crescita intorno al 2,5%, variazione tutt’altro che trascurabile visto che si tratta della prima economia al mondo e dell’epicentro della crisi cominciata nel 2008. Ancora vigorosa, seppur in rallentamento rispetto al passato, la crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) cinese che dovrebbe attestarsi al 7,5%. In generale, pur considerando i focolai di guerra in diverse parti del globo, la crescita economica mondiale nel 2014 (+3,4%) non rappresenterà un freno alla crescita, anzi, si registrerà un’accelerazione rispetto al 2013. Se l’Italia riuscisse a sfruttare la crescente domanda proveniente dai Paesi in espansione la crescita economica verrebbe rafforzata.

Le note dolenti arrivano, invece, dallo scenario europeo e, in particolare, dalle prospettive dell’Area dell’Euro. È da sottolineare che il conflitto ucraino potrebbe destabilizzare le relazioni economiche tra Europa occidentale e orientale a detrimento della crescita di tutte le economie. Come risaputo, le imprese italiane da alcuni anni hanno avviato un graduale processo di presidio del mercato russo, proprio perché la Russia è considerata uno dei Paesi con le migliori prospettive di crescita. Le tensioni politiche internazionali potrebbero inficiare le prospettive di sviluppo russe e, di riflesso, anche il potenziale di crescita dell’export italiano verso quella nazione. A ciò si aggiungano i problemi sulla fornitura di gas metano proveniente da quell’area e di cui l’Italia ha particolare bisogno e si comprendere quanto la crisi dell’Ucraina potrà destabilizzare le prospettive di crescita italiane.

Un altro fattore importante che potrebbe frenare l’espansione economica italiana è l’evoluzione della situazione nell’Area Euro. La crescita dell’area della moneta unica rimane diseguale e limitata, pari a poco più dell’1% nel 2014. Le stime preliminari prevedono un secondo trimestre sostanzialmente piatto, cioè senza crescita nell’intera Area. Questo contesto va ad inficiare in modo diretto la crescita italiana perché riduce il potenziale di crescita delle esportazioni italiane nell’Area. Un indicatore che rende chiara quanto sia debole la crescita europea è l’inflazione, che da mesi si posiziona poco oltre lo 0% con alcune nazioni che sperimentano periodi di deflazione. L’inflazione italiana non fa eccezione ed è pericolosamente vicina allo 0%.

Proprio l’Area Euro è lo snodo principale delle previsioni della Banca d’Italia, se si legge in modo critico il Bollettino. Infatti, la debole crescita economica italiana è collegata a doppio filo con ciò che si decide in Europa. È ormai risaputo che l’Italia deve rispettare i vincoli di bilancio stabiliti a livello europeo (stabiliti anche con il consenso italiano, è bene ricordarlo) e, quindi, se l’economia italiana non riesce a ripartire il problema è da rintracciare anche nelle politiche che vengono decise in Europa.

Questo legame stretto tra Area Euro ed Italia emerge quando la Banca d’Italia sottolinea che il problema di fondo dell’economia italiana riguarda i consumi e gli investimenti cioè la domanda interna. Queste due variabili sono state duramente colpite dalla crisi. Gli investimenti si riducono perché gli imprenditori vedono calare le vendite, perdono fiducia nel futuro e, quindi, riducono le spese per gli investimenti pur di risparmiare e riuscire a rimanere sul mercato. I consumi, invece, si sono ridotti perché è aumentata la disoccupazione, riducendo le possibilità di spesa degli italiani, e, anche in questo caso, perché l’incertezza del futuro ha indotto le famiglie a tagliare le spese, persino le spese per i beni alimentari.

Data questa situazione la Banca d’Italia sottolinea proprio la necessità di rilanciare consumi ed investimenti. Infatti, considerato che l’export, pur in crescita, non potrà dare ulteriori grandi contributi alla ripresa, è necessario ravvivare proprio la domanda interna e per farlo si dovranno attuare sia supporti monetari che psicologici.

Per quel che riguarda il primo punto, si deve intervenire per stimolare consumi e investimenti attraverso strumenti di supporto diretti quali agevolazioni, sgravi fiscali, riduzione della tassazione. Fino ad ora, il Governo ha tentato di ravvivare i consumi attraverso la famosa misura degli 80 euro mensili in più per i redditi medio-bassi e si è cercato di rinvigorire il tessuto imprenditoriale con il taglio dell’Irap e soprattutto attraverso misure utili per far arrivare nuovi capitali alle imprese. Ma su queste misure gli spazi di manovra sono limitati a causa delle politiche imposte dai Paesi forti dell’Area Euro che condizionano la libertà d’azione del Governo italiano.

Un supporto potrà venire dal credito se le banche italiane sfrutteranno le misure della BCE (Banca Centrale Europea) che entreranno in azione a partire da settembre. Il credit crunch potrebbe essere superato e ciò darebbe sicuramente slancio a consumi e investimenti. Si spera che i rafforzamenti patrimoniali e le pulizie di bilancio fatti dalle banche italiane nel corso degli ultimi anni possano ora renderle molto più reattive nello sfruttare queste nuove possibilità messe in campo dalla BCE.

Ma queste misure espansive potranno avere un effetto positivo se si terrà presente anche il contesto economico-sociale in cui operano famiglie e imprese. Infatti, banche centrali e governi possono stimolare famiglie e imprese con le misure più disparate, ma se le prospettive rimarranno incerte gli stimoli non daranno alcun contributo alla crescita economica. Quindi, se il Governo vuole che le misure messe in campo, pur limitate dal rispetto dei vincoli di bilancio, abbiano effetto sull’economia e rilancino il ciclo è necessario affiancarle con altre misure: dare stabilità politica (non si dimentichi che abbiamo avuto quattro governi in quattro anni) e portare a termine qualche importante riforma strutturale.

Se sulla stabilità politica non vi sono obiezioni di sorta, sul tema delle riforme strutturali è importante fare un po’ di chiarezza. È pur vero che le istituzioni internazionali hanno idee diverse su quali sarebbero le riforme necessarie (il Fondo Monetario pone l’accento sulla liberalizzazione dei mercati, aspetto su cui l’Italia è ancora indietro, mentre la Commissione Europea consiglia sempre di operare sul mercato del lavoro, e vista la flessibilità del lavoro mi pare che l’Italia abbia già fatto abbastanza), ma in Italia pare che le riforme fondamentali per rilanciare l’economia siano quelle istituzionali. Non si vuole minimizzare l’importanza delle riforme istituzionali e la necessità di una nuova legge elettorale che renda più governabile il Paese, ma quando dall’estero chiedono all’Italia di portare a termine le riforme ci esortano ad operare su altri fronti. Il famoso scambio di cui si è parlato qualche settimana fa a livello europeo tra riforme e maggior flessibilità nei conti pubblici non era incentrato sulle riforme istituzionali.

Quindi, a mio parere è bene che l’attenzione dei cittadini e dei politici si concentri prima sulle riforme economiche che su quelle istituzionali. Anche perché riformare il settore economico, pur con le diverse sfumature politiche, dovrebbe essere compito più rapido rispetto a portare a termine le riforme istituzionali, che per loro natura richiedono un periodo di elaborazione e approvazione più esteso. Bloccare la discussione solo sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale può far perdere tempo su altri fronti.

La bravura di Governo e Parlamento si potrà misurare dall’abilità nel far procedere in parallelo le due tipologie di riforme senza rallentare quelle economiche. In Europa sarebbero contenti se il Parlamento italiano cominciasse a discutere di vera liberalizzazione dei servizi non fondamentali (non solo dei taxi…), di revisione degli ordini professionali (per aiutare molti giovani ad entrare nel mondo del lavoro con meno barriere rispetto ad oggi), di lotta all’evasione (tema quasi scomparso dalle cronache), di infrastrutture fondamentali per le regioni in ritardo nello sviluppo (non è sufficiente non parlare della Questione Meridionale per risolverla!), di abolizione di enti inutili (non solo del CNELConsiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), di velocizzazione del processo civile (per ora la riforma annunciata si compone di 12 punti senza che vi sia alcun abbozzo di testo di legge) e di molte altre riforme che sono rimaste sulla carta a prescindere dal colore e dalla tipologia dei Governi (di destra o di sinistra; politici, tecnici o del Presidente).

Ritengo che per il futuro dei cittadini italiani le riforme economiche siano prioritarie rispetto alle innovazioni istituzionali e ciò alla luce di una semplice constatazione: quando nel 2011 si è trattato di approvare un’importante riforma economica che ha inciso sul futuro degli italiani la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica hanno dato prova di essere estremamente efficienti: la riforma delle pensioni dell’ex ministro Elsa Fornero fu inserita in un decreto legge presentato il 6 dicembre 2011, l’ormai famoso decreto Salva Italia, che fu convertito in legge in soli sedici (16!) giorni. Dal giorno della presentazione in Consiglio dei Ministri fino all’approvazione definitiva di entrambe le Camere passarono poco più di due settimane. Quando c’è la volontà, le riforme si approvano in pochi giorni, anche se ci sono due Camere. Se no saremo destinati ad avere un’economia dello zero virgola.

 

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