domenica, Agosto 9

Seconda spedizione nel Rub al-Khali

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È stata da poco portata a termine la seconda impresa della storia che ha visto l’esplorazione del famoso Rub al-Khali – il secondo più grande deserto al mondo – da parte di un team che ha voluto ripercorrere la via della prima leggendaria spedizione, risalente al 1930, quando Bertram Thomas, leggendario esploratore, e lo Sceicco Saleh bin Kalut, si lanciarono in un’avventura portata a buon fine con poche risorse e mezzi.

Progetto sostenuto grazie al patrocinio di S.E. Sayyid Haitham bin Tariq Al Said dell’Oman, di Carlo, Principe del Galles, e da S.E. lo Sceicco Joaan bin Hamad bin Kahlifa Al-Thani del Qatar. La spedizione è stata lanciata in onore dei 45 anni di regno di Sua Maestà Qaboos bin Said, partecipando ai festeggiamenti lo scorso 18 novembre. Rafforzata, inoltre, l’amicizia tra Oman, Inghilterra, Arabia Saudita e Qatar. Il progetto è stato interamente finanziato dal Governo omanita, e supporti sono arrivati anche da aziende private e pubbliche.

Il deserto: Rub al Khali in arabo, Quarto Vuoto in italiano ed Emty Quarter in inglese. Il nome si riferisce al fatto che copre un quarto della Penisola Arabica in Arabia Saudita ed in Oman. È uno dei deserti più ostili al mondo, anche perché ancora in parte inesplorato: 650.000 km² di superficie arida e inospitale, snobbato persino dai beduini, che lo toccano appena.

Il team della spedizione è formato dal famoso esploratore britannico, Mark Evans, con alle spalle innumerevoli imprese straordinarie e da due omaniti Amour Al Wahaibi, un beduino di Bidiya, e Mohammed Al Zadjali, di Outward Bound Oman. Questi uomini sono partiti da Bait Mirbat Salalah lo scorso 10 dicembre, arrivando e concludendo così il viaggio il 27 gennaio a Doha, dopo 1.300 km di camminata al fianco di dromedari, per mantenere la tradizione della prima spedizione.

foto di John C.Smith: la marcia nel deserto durante seconda spedizione nel Rub al-Khali

foto di John C.Smith: la marcia nel deserto durante seconda spedizione nel Rub al-Khali

Le ricerche mediche e scientifiche: il team si è sottoposto a studi medici e psicologici contemporanei, per verificare come ha risposto in ambienti estremi ed isolati. Nathan Smith, lettore di Psicologia dello Sport all’Università di Northampton, nel Regno Unito, in collaborazione con Gro Sandal, docente di Psicologia all’Università di Bergen in Norvegia, si sta occupando di capire come Mark Evans ed i suoi compagni hanno reagito all’esposizione a condizioni estreme, analizzando i fattori personali dei partecipanti, che hanno provveduto a registrare giornalmente i cambiamenti di umore e come hanno affrontato le situazioni di stress. L’esito dei vari esami porterà a capire la strategia migliore da utilizzare in ambienti estremi e la risposta dell’organisma al rientro da un viaggio così impegnativo.
Inoltre Michael Petraglia, docente di Evoluzione Umana e di Preistoria all’Università di Oxford, si sta occupando, con un équipe di archeologi, del progetto Palaeodesert. La spedizione ha contribuito ai loro studi, condividendo con loro le foto e la posizione delle iscrizioni rupestri rinvenute lungo il percorso, precisamente nell’area del Dhofar, poco dopo la partenza da Salalah. L’esito degli studi farà capire meglio chi abitò in tali zone, in quale periodo, lo stile di vita e il sistema di comunicazione.

Nel 1930 furono 60 giorni non facili: tempeste di sabbia e tribù incontrate sulla strada non sempre amichevoli, resero l’avventira più difficile di quanto si potesse immaginare.
Nel 2015-2016 la squadra ha impiegato solo 49 giorni a concludere questa grande impresa. Equipaggiata di strumenti che al tempo non esistevano ancora, come il GPS, i telefoni satellitari per fare chiamate in caso di emergenza e i social network a seguire passo passo il viaggio.

Siamo riusciti ad intervistare Mark Evans, il team leader della spedizione, che ci ha raccontato della sua esperienza nel Rub al Khali.

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