martedì, Novembre 12

Sea Watch: i reati della Comandante e quelli dell’Italia La complessa identificazione delle responsabilità da parte della Magistratura in una situazione in cui il diritto internazionale a rigore deve essere considerato superiore a quello interno

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Visto che a proposito della vicenda Sea Watch non si fa altro che parlare delle norme o leggi violate dal comandante della nave e, dall’altra parte (cioè da chi difende il capitano della nave) si batte, quasi esclusivamente, sugli obblighi umanitari, una precisazione sulle responsabilità, o meglio sulle norme violate dalle parti, entrambe le parti può essere utile.

E dunque, per quanto attiene alla Comandante.
La Comandante ha raccolto delle persone, in fuga dalla Libia, e in procinto di affogare a causa dell’affondamento del battello sul quale navigavano verso l’Italia.
Su invito, non proprio sollecito, delle Autorità italiane, viene indicata la Libia, e precisamente Tripoli, come porto di sbarco. La Comandante obietta che lì non può andare, perché la Libia, come confermano anche gli altri Stati e le Organizzazioni internazionali, è un Paese in guerra. Diciamo pure ‘a dir poco in guerra’, perché è anche un luogo dove le persone di passaggio sul territorio, vengono fermate e internate e torturate e depredate, ecc… in parte con finanziamenti italiani, e la cosa non è irrilevante, come è evidente. La Comandante, dunque, non può considerare la Libia (che contrariamente a ciò che dice Matteo Salvini e i suoi colleghi di partito, è un Paese al quale anche noi italiani abbiamo fatto la guerra e, se non vado errato, durante un Governo del quale la Lega faceva parte) un porto sicuro.
Neanche la Tunisia, secondo il Comandante, è un porto accettabile, perché rimanderebbe quelle persone nei loro Paesi, dai quali, appunto, sono fuggiti, a parte che, se ho ben capito, non risponde.
E dunque la Comandante, per farla breve, decide, con il potere assoluto che spetta al Comandante di una nave in circostanze di emergenza e pericolo per la nave o per chi si trova a bordo, di dirigersi verso Lampedusa.
Al limite delle acque territoriali italiane, viene fermata dalla Guardia Costiera italiana, che le notifica il divieto di ingresso in applicazione del decreto Salvini. La Comandante rileva che ha situazioni di emergenza a bordo, e quindi alcuni passeggeri vengono prelevati e portati a terra in ospedali, ma insiste sulla insostenibilità della situazione e dirige, nonostante il divieto, verso terra.

Ha, dunque, violato la legge italiana?
Premesso che solo un Magistrato potrà deciderlo alla luce dei fatti e dei riscontri, sulla base di ciò che ho detto, e visto quanto ho cercato di dire nei giorni scorsi, a mio parere non ha violato la legge, perché ha applicato una norma superiore alla legge stessa, che è una norma internazionale riconosciuta dal nostro ordinamento attraverso l’articolo 10 e l’art. 117.1 della Costituzione.

Ferma dinanzi al porto, sulla nave salgono alcuni parlamentari italiani, ma anche Polizia e Guardia di Finanza, che perquisiscono la nave. È appena il caso di ricordare che la nave batte bandiera olandese, il comandante e l’equipaggio sono tedeschi e dunque, a norma di diritto internazionale, salire a bordo e perquisire viola il principio di sovranità olandese, a meno che si dimostri, successivamente, che a bordo si commettevano reati contro l’Italia … di nuovo ci vuole un Magistrato.

Successivamente, la stessa Comandante entra, dopo averlo annunciato, nel porto per fare scendere i passeggeri.
Nell’accostare al molo si accosta moltissimo ad una imbarcazione della Guardia di Finanza, lì ormeggiata o lì andata per frapporsi tra la nave e il molo. Su ciò si pronuncerà il giudice, per quanto riguarda il ‘pericolo’ per la barca della Guardia di Finanza e non ho nulla da dire, vedremo.
Ma sull’accusa di essere entrata illecitamente in porto, vale quanto detto sopra: è solo il Comandante che decide. Se il Magistrato riterrà che il pericolo accampato dalla Comandante non esisteva o addirittura era strumentale, la condannerà.
Quanto alle multe alla Comandante, al proprietario e all’armatore, anche qui sarà il giudice a decidere se sono lecite. Ma, ovviamente, se la Comandante ha agito legittimamente, come ho ipotizzato su, anche la multa non vi sarà.

E vediamo la situazione dalla parte italiana.
La pretesa di portare i passeggeri altrove non era lecita, alla luce di due fattori: a) la valutazione della Comandante, per definizione insindacabile; b) il divieto assoluto e inderogabile di riportare le persone da dove sono venute per il divieto di refoulement del quale ho parlato più volte. Benché la Libia non sia il loro Paese di origine, è la Libia il Paese nel quale sono stati illecitamente detenuti, torturati ecc., per cui un ritorno lì sarebbe un atto molto grave.

Il divieto di fare scendere i passeggeri, non è lecito o è di molto dubbia liceità, nella misura in cui si trattava di persone salvate da un naufragio e provate da una lunga permanenza in mare su una nave non esattamente da crociera.
Ne consegue la illiceità del divieto di accostare alla banchina.
Di nuovo, il tutto compete al Magistrato, sia dal punto di vista del diritto interno italiano, sia dal punto di vista del diritto internazionale.

Salva una precisazione, che ho già fatto varie volte: se il Magistrato vorrà applicare il diritto internazionale (in realtà ilsenon dovrebbe esserci, perché il Magistrato deve applicare le leggi, tutte, non può scegliere!) il reato è quello di crimine contro l’umanità ecc., di cui allo Statuto della Corte Penale internazionale. Rispetto al quale, però, il limite della decisione del Parlamento sulla imputabilità o meno del Ministro non vi sarebbe. Ma comunque sono perseguibili, sia alla luce del diritto interno italiano che del diritto internazionale, tutti, ma proprio tutti, i funzionari che, in ipotesi (cioè se il Magistrato riterrà che vi è stato reato) hanno eseguito ordini illeciti.

È appena il caso di ricordare che proprio ad Agrigento, nel 2004, si verificò un caso quasi identico e, almeno per quanto attiene al (nel caso ai) responsabili della nave, gli imputati furono assolti. Mi riferisco al notissimo caso della nave tedesca Cap Anamur.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.