sabato, Dicembre 7

Sea Watch e ordinanza CEDU: la vittoria di Pirro di Salvini La Corte europea dei diritti dell'uomo ha respinto l’urgenza, ma sull’obbligo dell’Italia di farli sbarcare non si è pronunciata

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Se è fuori di dubbio che nella vicenda, nella ennesima vicenda, della Sea Watch, vi sia una sorta di provocazione, anzi, vi siano provocazioni, occorre, però, precisare bene in che senso e su quali punti.

È, infatti, sicuramente una provocazione, e una provocazione particolarmente esecrabile sul piano del diritto internazionale, quella di indicare alla nave come porto sicuro Tripoli. Ripeto, sul piano del diritto -perché anche questa volta non desidero in alcuna maniera addentrarmi in troppo facili e troppo facilmente fraintendibili, discussioni di carattere etico, morale, religioso o altro.
Il discorso è di diritto: Tripoli è il porto di un Paese in guerra, dove noi italiani siamo (se pure con tanta ambiguità) dalla parte di uno dei contendenti, per cui non solo rileva lo stato di guerra sul posto, ma anche il rischio ulteriore che l’eventuale ‘vittoria’ dell’altra parte, induca il vincitore ad essere particolarmente irrispettoso dei diritti di chi di fatto sia a noi più ‘vicino’.
A ciò va aggiunto che, pure a prescindere dal fatto che tutti gli Stati e tutte le Organizzazioni internazionali interessate non considerano la Libia un porto sicuro, noi tutti sappiamo benissimo che, una volta in Libia, quelle persone verrebbero molto probabilmente sottoposte a rapine, ricatti e maltrattamenti vari, per di più in strutture e con strumenti almeno in parte pagati dallo Stato italiano.
Infine, nessuno è in grado di dire, ora come ora, se quelle persone siano migranti, rifugiati, profughi. Perché, a seconda dei casi, il trattamento giuridicamente dovuto sarebbe differente; a nulla rileva (anzi, aggrava grandemente la posizione italiana, sempre dal punto di vista giuridico) che il regime della accoglienza per motivi umanitari sia stata soppresso dal cosiddetto decreto sicurezza perché, non solo contravviene alle norme internazionali in materia, ma anche alla nostra Costituzione che, mediante l’art. 117.1, obbliga lo Stato ad applicare le norme convenzionali internazionali. Per avere certezze in merito, si dovrà comunque attendere una eventuale sentenza della Corte Costituzionale italiana. E, se del caso, della eventuale condanna internazionale, per violazione contrattuale.

Sugli altri porti possibili, se è evidente che Malta è in una posizione del tutto speciale, viste le sue dimensioni, la Tunisia (ammesso pure che non sia vero che ha rifiutato anch’essa l’accesso) è sicuramente sospetta di essere uno Stato dove quelle persone, benché magari anche accolte bene, verrebbero probabilmente rispedite ai Paesi di provenienza, dove non possiamo, allo stato dei fatti, sapere se potrebbero subire danni per motivi politici, religiosi o razziali.

Come spesso si dice, per lo più da parte delle persone serie, le persone non sono i mezzi, ma i fini del diritto e della politica. Appunto: se li usi per dimostrare che sei più forte, li usi come mezzi; se li salvi dall’affogamento, li usi come fini; se millanti di averli salvati, sei un delinquente. Certo sarebbe meglio non usarli, ma su questo parleremo un’altra volta.

Sulla strumentalità della azione della Sea Watch, occorre precisare bene.
Che vi sia un qualche disegno politico mirante a sbloccare la situazione assurda del finto rifiuto di accoglienza europeo, si badi, europeo, non italiano -anche se Salvini ama pensare che ce l’hanno con lui- è molto probabile. Ma è un dato di fatto, salvo prova del contrario, che quelle persone stavano per affogare, e quindi era ed è obbligo di chiunque di salvarle e portarle a terra.
Inoltre, ed è la cosa a mio parere più importante, l’azione della Sea Watch non mira affatto a salvare delle persone disperate a rischio della propria vita, o meglio non solo, ma mira a difendere a livello generale un diritto primario dell’uomo, un diritto riconosciuto a livello universale: il diritto a allontanarsi dal proprio Paese, quale ne sia il motivo. Un diritto che ad ognuno di noi europei è perfettamente riconosciuto, e quindi non si vede perché non debba valere per tutti.
Come ho già avuto occasione di spiegare, quel diritto non vuole dire che chiunque debba necessariamente essere accolto nel Paese che vuole, ma che i Paesi si devono coordinare per garantire il rispetto di quel diritto.

In altre parole, senza volerne in alcun modo sopravvalutare gli obiettivi, la Sea Watch intende affermare e difendere un diritto universale, oggi certo rivendicato per lo più da africani, ma universale: si pensi per un momento a ciò che accade in Asia e in America, e ci si renderà conto che non è un problema solo nostro.
Quel diritto domani potrebbe interessare anche a noi, così come ha interessato molti dei nostri padri, migranti economici, rifugiati politici, profughi … non dimentichiamolo mai.
Sarebbe necessario aggiungere a chi ci governa, ma tanto è inutile, che è nostro preciso interesse difendere quel diritto, perché solo così si può sperare di fare passare l’idea non solo che quello delle migrazioni è un problema europeo, ma che è un problema universale, da affrontare e risolvere a livello universale.

È molto probabile che il divieto indiscriminato di accesso al mare territoriale italiano, specie se deciso unilateralmente dal Ministro, sia incostituzionale, ma, allo stato dei fatti, non si può dire, occorre una sentenza.

Alcuni di quei comportamenti possono rientrare tra i comportamenti previsti e sanzionati dalla Corte Penale internazionale, il cui Statuto, in quanto legge italiana fin dal 1999, va obbligatoriamente applicato dall’Italia e, presuppone che quei comportamenti siano valutati e, se del caso, condannati o assolti, dai tribunali italiani, che, a norma di Statuto della Corte, sono competenti in prima battuta, salvo a permettere che, in caso di inazione (o di negazione dell’obbligo di agire) potrebbe il Tribunale stesso diventare competente: di sua propria iniziativa, perché non occorre nessuna forma di ‘autorizzazione’ o consenso da parte dello stato.
Tutto ciò è, come si dice, procedibile di ufficio, cioè non occorrono denunce, querele ecc.

Il comandante della Sea Watch ha affermato di essere tentata dal ‘forzare’ il divieto italiano. Parliamoci chiaro: ‘forzare’ non esiste, se si tratta, come si tratta, di una esigenza ormai emergenziale (sul piano umano se pure non di salute e di sopravvivenza) e anche dato che si tratta di una nave che ne ha bisogno (fino a prova del contrario) di entrare in un porto sarebbe gravemente illecito dal punto di vista del diritto internazionale e del diritto interno. Non dico che suggerirei al capitano diforzare’, ma certo se lo facesse, dato che escludo che la nave verrebbe affondata, si procederebbe al massimo al sequestro della stessa … al tentativo di sequestro, dato che alla fine dovrebbe essere un giudice a decidere, e forse, per tale via, a provocare la dichiarazione di incostituzionalità della legge. Finora, il nostro è ancora uno Stato di diritto. E per di più il comandante avrebbe dalla sua le dichiarazioni dei suoi interlocutori a terra, che parlano di ordini del Viminale.

Ora, però, c’è una novità, della quale io stesso avevo parlato, anzi, suggerendo di perseguirla. Si tratta del ricorso di alcuni dei passeggeri della nave alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Il ricorso in questo caso è individuale. Sono cioè i singoli passeggeri a poter ricorrere, per chiedere che i loro diritti dell’uomo vengano rispettati e cioè, ecco il punto, non vengano di fatto torturati o comunque malmenati perché tenuti forzatamente a bordo di quella nave.
A tal fine, i passeggeri hanno chiesto, in applicazione dell’articolo 39 delle norme di procedura della Corte, di adottare misure urgenti. Cioè, di adottare misure tali da toglierli dalla situazione in cui sono finora, salvi ulteriori accertamento e giudizi.

L’articolo 39 è una disposizione del Regolamento della Corte europea dei diritti dell’uomo, non del trattato. Il che vuol dire che non è formalmente obbligatoria. Inoltre, nella prassi è stata usata solo in casi rarissimi, nei quali la vita delle persone (perché la Corte di persone soltanto si occupa) è in pericolo; e, purtroppo, assai raramente sono state eseguite dagli Stati.

Ora la Corte ha respinto l’urgenza e, quindi, rifiutato il ricorso alla misura provvisoria dell’ordine all’Italia di portare a terra quelle persone (ordine che a stretto rigore l’Italia avrebbe potuto onorare, al massimo pagandone le conseguenze) dato che esse non risultavano in pericolo di vita immediato.
Sull’obbligo dell’Italia di farli sbarcare non si è pronunciata.
Insomma,
il provvedimento (che non è una sentenza, per favore, ma solo una ordinanza) non pregiudica in alcun modo il prosieguo della questione, che potrebbe, nel merito perché allora la situazione di fatto verrebbe valutata, portare ad una condanna dell’Italia, non solo, e non tanto, per quei quaranta disgraziati, quanto per il tema generale. E se sarà così, allora la cosa diventerà molto significativa.

Intanto, nella solita ipocrisia italiana, la soluzione si avvia ad arrivare attraverso la solita offerta della Chiesa, che lascia il tempo che trova, permettendo a Matteo Salvini di dire che ha vinto e ai migranti e ai loro ‘salvatori’ di dire che, invece, hanno vinto questi ultimi.
E di nuovo siamo al punto. Qualunque cosa si faccia e si tenti, prima o poi (poi molto dipende da loro stessi) la cosa finirebbe nelle mani dei giudici, cioè di persone super partes, non intenzionate a fare vedere i muscoli, ma a fare applicare la legge. Certo, i tempi saranno lunghi, il che permetterà a tutti di dire che hanno vinto. Ma il tema reale non sarà stato affrontato, né risolto, e quindi alla fine saremo ancora punto e da capo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.